Un angioletto di troppo
In una basilica nata nel IV secolo, a far discutere non è un affresco medievale né un restauro barocco, ma un angioletto dipinto nel 2000 che ricorda la premier. E l’Italia, prevedibilmente, si infiamma.
Editoriale semiserio sulla vicenda del cherubino
“somigliante”.
Eppure, dopo sedici secoli di storia, ciò che la porta sulle
prime pagine non è un ritrovamento archeologico, un affresco medievale o un
restauro barocco. No. È un “cherubino dipinto nel 2000”, opera recente, “alla
maniera”, che improvvisamente si ritrova con un volto che ricorda fin troppo
quello della premier.
Da qui, il pandemonio. In un attimo, il dibattito si accende
e ci si interroga:
– È un omaggio politico?
– Un colpo di fulmine artistico?
– Un gesto di vanità di un decoratore in cerca di
gloria?
– L’iniziativa di un sacrestano con idee molto chiare e un
pennello troppo libero?
Le ipotesi si moltiplicano come ex voto. E tutte,
curiosamente, parlano più degli esseri umani che dell’arte. Perché il punto non
è il cherubino — povero, lui non ha colpe — ma il fatto che in Italia ogni
immagine diventa simbolo, ogni simbolo diventa opinione, e ogni opinione
diventa polemica.
Il paradosso è che, se l’opera fosse stata davvero del
Seicento, forse la discussione sarebbe stata più sobria. Ma il fatto che sia
recente, e per giunta “alla maniera”, rende il gesto più scoperto, più
leggibile, più vulnerabile. E quindi perfetto per diventare un caso nazionale.
Alla fine, il vero spettacolo non è il volto del cherubino,
ma il modo in cui il Paese reagisce: con indignazione, ironia, sospetto,
teatralità. Una commedia tutta nostra, che si recita da secoli,
indipendentemente dall’epoca delle opere coinvolte. E mentre il dibattito
infuria, la basilica — che ha visto passare imperatori, papi, rivoluzioni,
restauri e controriforme — osserva tutto con la pazienza di chi sa che, in
fondo, anche questa passerà.
Michelangelo, da qualche parte, continua a non essere
coinvolto. E forse, per una volta, ne è sinceramente sollevato.
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