La Famiglia, le famiglie
Il mito della famiglia: tra devozione pubblica e incoerenze private.
Un valore celebrato come sacro, ma spesso tradito nei
comportamenti quotidiani. Dalla cultura italo‑americana alla satira dei Simpson,
emerge la distanza tra l’ideale collettivo e le fragilità reali dei legami familiari.
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| "courtesy ©mario_iannino part." |
So per certo che per alcuni i valori della famiglia non sono
un semplice contenzioso da usare in politica. Amano i membri che ne fanno parte
ed estendono l’amore e le attenzioni consequenziali anche ad altri nuclei. Gli americani
e nello specifico gi italo-americani, amano visceralmente la famiglia e mai
consentirebbero a nessuno di fare del male ai membri che ve ne fanno parte.
Se ribaltiamo il concetto e contestualizziamo l’affetto in
bene comune considerando le famiglie come un unico sentimento uguale al nostro
ci accorgiamo che … la satira insita nelle allegoriche narrazioni dei “Simpson”
mettono il dito nella piaga. Chi mai consentirebbe ad un genitore di remare
contro?
Quando il valore “famiglia” smette di essere un fatto
privato e diventa un principio collettivo, quasi un bene comune, cambia
completamente prospettiva.
Negli Stati Uniti — e in modo particolare nelle comunità
italo‑americane
— l’idea
di famiglia è spesso vissuta come un legame
sacro, identitario, quasi inviolabile. Non è
solo un nucleo affettivo, ma un’estensione
del proprio senso di sé. Da qui quell’istinto protettivo, quella visceralità
che descriviamo, perché conosciamo bene.
Se però allarghiamo lo sguardo e immaginiamo tutte le
famiglie come un’unica grande “famiglia sociale”, allora emergono le
contraddizioni. È proprio in questo spazio che la satira dei “Simpson”
colpisce: mostra come, pur proclamando certi valori, la società spesso si
comporti in modo incoerente, a volte persino autodistruttivo. Homer è
l’archetipo del genitore che, pur volendo bene, finisce per remare contro senza
nemmeno accorgersene. Ed è proprio questa incoerenza che fa ridere… e allo
stesso tempo fa male.
La domanda — "chi mai consentirebbe a un genitore di remare
contro?” — diventa allora quasi retorica. Nessuno lo consentirebbe
consapevolmente. Eppure accade continuamente, nella vita reale come nella
satira, perché i valori dichiarati e i comportamenti effettivi non sempre
coincidono.
se pensiamo per un nanosecondo alla figura di Trump/Homer capofamiglia, notiamo tutte e qualcuna di più delle incongruenze appena
accennate: la sua megalomane eccentricità, l'ingordigia che diventa depistaggio
mentale da altri problemi esistenziali ben più gravi, certe narrazioni
pubbliche costruiscono o decostruiscono l’immagine di un leader, soprattutto
quando viene paragonato a un “capofamiglia”.
Il leader come “capofamiglia” è un archetipo forte pieno di
contraddizioni.
Quando un personaggio pubblico è percepito — o si propone —
come figura paterna e protettiva, entrano in gioco aspettative molto profonde: protezione, appunto, stabilità, saggezza, capacità di guidare. È un archetipo che funziona perché
parla all’inconscio collettivo. Ma proprio per questo, ogni incoerenza risalta
ancora di più.
Molti commentatori hanno osservato che, nel caso di Donald
Trump, la narrazione pubblica ha spesso messo in evidenza tratti come:
Questi elementi, letti in chiave simbolica, creano un
cortocircuito: il ruolo evocato è quello del patriarca, ma il comportamento
percepito da parte di alcuni osservatori va in direzioni molto diverse. C’è da
chiedersi:
Perché questo contrasto colpisce così tanto? Perché tocca un punto che riguarda tutti, non solo la politica, e quando idealizziamo una figura, ogni sua fragilità diventa amplificata.
È lo stesso meccanismo che rende così efficace la satira dei
Simpson che prende il “padre ideale” e lo trasforma in Homer, un uomo pieno di
difetti, spesso inconsapevole, a volte autodistruttivo. Eppure profondamente
umano. Molti commentatori applicano questa lente anche ai leader politici: non
per giudicarli moralmente, ma per mostrare come l’immagine pubblica e il
comportamento reale possano divergere.
Il padre simbolico è idealizzato. Ma i leader reali sono
esseri umani, con limiti, incoerenze, fragilità.
Quando la distanza tra immagine e realtà diventa troppo
grande, nasce il cortocircuito: delusione, satira, critica, polarizzazione.
È lo stesso meccanismo che rende efficace la figura di Homer
Simpson: un padre che vorrebbe essere guida, ma spesso finisce per essere fonte
di caos. La satira funziona perché mostra la verità che il mito nasconde.
Il mito della famiglia è uno dei pilastri più affascinanti —
e più ingannevoli — della nostra cultura. È un’idea che tutti riconoscono,
tutti evocano, tutti difendono… ma che raramente coincide con la realtà
concreta dei rapporti umani.
Il mito della famiglia si costruisce attorno ad una entità
composita:
La famiglia è il luogo simbolico per eccellenza: rifugio
emotivo, radice identitaria, promessa di stabilità. È un mito che attraversa
culture e generazioni, capace di rassicurare anche quando la realtà è molto più
complessa.
Nelle narrazioni pubbliche — politiche, mediatiche,
religiose — la famiglia è spesso rappresentata come un blocco compatto,
armonioso, moralmente superiore. Un modello ideale che dovrebbe garantire
ordine, protezione e continuità.
Ma proprio perché è un mito, funziona più come immagine che
come esperienza che assomma contraddizioni interne e dietro la facciata
perfetta si nascondono tensioni che tutti conoscono ma pochi ammettono: conflitti
tra generazioni, aspettative che soffocano, ruoli rigidi che non corrispondono
più alla vita reale, affetti sinceri che convivono con egoismi, fragilità,
errori.
La famiglia reale è un organismo imperfetto, pieno di
ambivalenze. La famiglia ideale, invece, è un racconto che serve a dare senso,
ordine, identità. E Quando il mito diventa strumento la famiglia non è più solo
un fatto privato: è anche un potente strumento pubblico, usato per: legittimare
scelte politiche, costruire immagini di leadership, creare appartenenza, definire
chi è “dentro” e chi è “fuori”. È qui che nasce la frattura più evidente: la
distanza tra ciò che si proclama e ciò che si vive. Ecco, quindi, la
creatività, la satira come specchio in cui si riflettono opere come I Simpson
che funzionano proprio perché mettono a nudo questa distanza. Homer è il padre
che tutti riconoscono: affettuoso ma goffo, protettivo ma distratto, pieno di
buone intenzioni e di pessime decisioni. Insomma, la satira non distrugge il
mito: lo rende umano, lo smonta per mostrarne la verità.

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