Lacrime di cocco driiin
Il rumore che ci divora: quando l’informazione smette di ascoltare.
Tra lutti trasformati in spettacolo e disastri naturali
ridotti a contenuti da consumare, la nostra attenzione collettiva si è
trasformata in un clacson impazzito: suona sempre, ma non dice più nulla.
Viviamo in un’epoca in cui ogni notizia diventa un pretesto
per fare rumore. Non importa se si parla della morte di un personaggio noto o
di una tromba marina che devasta i litorali ionici: ciò che conta è il volume,
non il contenuto. La commozione è immediata, spesso sincera nell’istante in cui
nasce, ma evapora alla stessa velocità con cui scorriamo il dito sullo schermo.
La morte di Valentino — come quella di tanti altri, famosi o
sconosciuti — diventa un’onda emotiva che dura il tempo di un post. Poi si
passa oltre, verso il prossimo trend, il dramma seguente, la prossima
indignazione da esibire. Nel frattempo, chi vive davvero le conseguenze di un
evento — chi ha perso una casa, un parente, un pezzo di vita — resta sommerso
da un frastuono che non lascia spazio al silenzio necessario per capire,
elaborare, ricostruire.
La tromba marina che ha colpito Calabria, Sicilia e Sardegna
è stata raccontata più come un fenomeno spettacolare che come una ferita reale.
I video, le foto, le dirette: tutto serve a catturare attenzione, a generare
reazioni, a nutrire un algoritmo che non conosce empatia. E noi, spesso senza
accorgercene, ci adeguiamo. Commentiamo, condividiamo, ci indigniamo. Poi,
quando nessuno ci guarda, torniamo alla nostra vita come se nulla fosse.
Il problema non è la tecnologia, né la velocità
dell’informazione. Il problema è la trasformazione dell’attenzione in merce. In
questo mercato, vince chi fa più rumore. E più rumore facciamo, meno
ascoltiamo.
Forse è il momento di riscoprire il valore del silenzio; non
quello dell’indifferenza, ma quello dell’ascolto. Perché solo nel silenzio si
distingue ciò che conta davvero da ciò che serve solo a riempire il vuoto.
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