Contro comparaggi e opportunismi
L'arma migliore, contro la retorica degli affaristi, è riflettere, ragionare pacatamente.
“Il pensiero non si può ingabbiare o ridurre ad una semplice equazione; dividere in campi ristretti le infinite sfaccettature è impossibile per una analisi etica che guarda alla collettività con empatia. Purtroppo i mezzi di comunicazione di massa riducono al minimo i margini del pensiero critico, e non c'è bisogno di essere maestri del pensiero, “maître à penser” come dicono i francesi, per comprenderlo. Ridurre in “destra e sinistra” è deleterio e riduttivo oltremisura e non può sfociare in altro se non in bagarre. I crimini contro l'umanità rimangono tali nonostante gli sforzi e i propositi dei comparaggi intessuti per convenienza”.
Il pensiero ha una forza che non va addomesticata: è un
rifiuto netto di ogni tentativo di semplificazione forzata, di quelle gabbie
concettuali che trasformano la complessità in slogan e la pluralità in binari
morti.
È importante sottolineare e ribadire un punto che spesso
viene taciuto: l’etica non può funzionare per compartimenti stagni, perché
nasce proprio dall’ascolto dell’altro, dalla capacità di tenere insieme
differenze, contraddizioni, sfumature. L’empatia non è un algoritmo, e la
collettività non è una somma di etichette.
I mezzi di comunicazione di massa — soprattutto quando
inseguono velocità, semplificazione e polarizzazione — tendono a schiacciare
tutto su due assi: pro/contro, destra/sinistra, buono/cattivo. È un modo comodo
per orientare il consenso, ma devastante per il pensiero critico. Non serve
essere “maître à penser” per accorgersene: basta avere ancora un minimo di
respiro interiore.
E poi c’è la parte più dura della riflessione che deve
essere ben chiara: i crimini contro l’umanità non cambiano natura solo perché
qualcuno prova a ricoprirli di retorica, convenienza o diplomazia. La storia è
piena di tentativi di riscrittura, di giustificazioni, di “comparaggi” che
cercano di trasformare l’ingiustificabile in inevitabile. Ma la realtà rimane
lì, ostinata, come una ferita che non si lascia cicatrizzare da nessuna
narrazione accomodante.
In fondo, il pensiero
libero non è un lusso: è un atto di resistenza. E la complessità non è un
problema da risolvere, ma un territorio da abitare in toto.
Contro le gabbie del pensiero, quindi, deve andare la nostra riflessione perché la complessità non può essere ridotta a slogan per
salvaguardare e senza perdere la nostra umanità. Tentiamo di sovvertire l’ovvio
anche se viviamo in un tempo in cui il pensiero sembra costretto a passare
attraverso imboccature sempre più strette. Le infinite sfumature
dell’esperienza umana sono compresse in categorie rigide, in dicotomie
rassicuranti, in etichette che pretendono di spiegare tutto e invece non
spiegano nulla. È la vittoria apparente della semplificazione sulla
complessità, del rumore sulla riflessione, della velocità sulla profondità.
Eppure, il pensiero non nasce per essere ingabbiato. Non è
un’equazione da risolvere, né un algoritmo da ottimizzare. È un organismo vivo,
che respira nelle contraddizioni, che cresce nei margini, che si nutre di ciò
che sfugge alle definizioni. L’etica stessa — quella vera, che guarda alla
collettività con empatia e non con calcolo — non può essere ridotta a un
prontuario di risposte immediate. Richiede ascolto, lentezza, capacità di
sostare nel dubbio.
I mezzi di comunicazione di massa, invece, sembrano aver dichiarato guerra a tutto ciò che non si lascia comprimere in un titolo, in un frame, in un “pro” o “contro”. La polarizzazione è diventata la grammatica dominante: destra o sinistra, buoni o cattivi, noi o loro. Una semplificazione che non solo impoverisce il dibattito, ma lo rende tossico, perché trasforma la complessità in sospetto e la differenza in minaccia.
Non serve essere “maître à penser” per accorgersene. Basta
conservare un minimo di lucidità, un residuo di respiro critico, per vedere
come questa riduzione sistematica del pensiero produca una società più fragile,
più manipolabile, più incline a confondere la propaganda con la verità.
E quando si parla di crimini contro l’umanità, la questione
diventa ancora più urgente. Perché nessuna narrazione accomodante, nessun gioco
di convenienze, nessun “comparaggio” politico può cambiare la natura di ciò che
resta inaccettabile. La storia è piena di tentativi di riscrittura, di
giustificazioni travestite da analisi, di retoriche che cercano di trasformare
l’ingiustificabile in inevitabile. Ma la realtà non si lascia addomesticare:
rimane lì, ostinata, come una ferita che chiede di essere guardata senza
filtri.
Rifiutare la semplificazione non è un esercizio
intellettuale: è un atto di responsabilità. Significa difendere la possibilità
stessa del pensiero, e con essa la dignità dell’umano. Significa ricordare che
la complessità non è un problema da risolvere, ma un territorio da abitare
concretamente e con convinzione. E che ogni volta che accettiamo una gabbia
concettuale per comodità, rinunciamo a un pezzo della nostra libertà.
Forse il compito più urgente oggi è proprio questo:
restituire al pensiero il suo spazio, il suo margine, il suo respiro. Perché
solo lì, nelle zone non illuminate dagli slogan, può ancora nascere qualcosa
che assomigli alla verità e porre margini agli abusi.
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