A la Candilora 'ku 'o'n'ava carna ...

 

"c'era una volta"

In Calabria si dice così: a la candilora ku ‘on’ava carna s’impegna a figghjjiola. Che vuol dire: in questo periodo della candilora chi non ha carne s’impegna la figliola. Il motto ha origine popolari segnate dalla tradizione. Proprio in questi giorni dell’anno più freddi, definiti della merla, nei borghi rurali si pratica il rito del maiale. In questo periodo, appunto, si consacra il maiale alla famiglia che lo ha allevato così da poter superare la carestia dell’inverno.

 

La Candelora e il Rito del Maiale: Quando il Freddo si combatte a Tavola

Il periodo a cavallo tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio rappresenta in Calabria un crinale simbolico e materiale. Se da un lato i "giorni della merla" portano il picco del gelo, dall'altro la Candelora (2 febbraio) segna la speranza di una primavera vicina, ma anche l'ultima occasione per fare scorta di energie prima della Quaresima.

Il Proverbio: "A la Candilora ku ‘on’ava carna s’impegna a figghjjiola" si sente spesso perché radicato nella civiltà contadina, e sottolinea l'importanza vitale del cibo in inverno. Tradotto letteralmente, significa che chi giunge alla Candelora senza carne è così disperato da dover "impegnare" (dare in garanzia o a servizio) la propria figlia per sopravvivere.

In un'epoca di sussistenza, la carne — e in particolare quella di maiale — non era un lusso, ma la garanzia di sopravvivenza per l'intero nucleo familiare.

Il Rito del Maiale era e rimane una Festa Collettiva.

Proprio in questi giorni freddi, ideali per la conservazione naturale delle carni, nei borghi calabresi si consuma il rito della macellazione.

La Settimana Santa del Gusto: L’uccisione del maiale non era un atto individuale, ma un rituale collettivo che coinvolgeva parenti e vicini, ognuno con un compito preciso, trasformando il lavoro in una festa liberatoria contro la fame.

"D'u porcu non si jiettha nenti" (Del maiale non si butta nulla): In Calabria, ogni parte è trasformata e onorata. Durante la Candelora è tradizione consumare piatti robusti come la "pasta i casa: i scilateddhi" condita con ragù di maiale e polpette, o le frittole (cotenna, costine e parti povere bollite nel grasso per ore nella "caddhara").

Dicevamo che il freddo dei "giorni della merla" fosse necessario perché "il sangue del maiale deve sentire il ghiaccio" per non guastarsi durante la lavorazione dei salumi come soppressate e salsicce, che avrebbero poi riempito la dispensa per tutto l'anno e per fare il sanguinaccio. Fare il sanguinaccio significava lasciare scorrere il sangue del maiale in una ciotola e mescolare continuamente affinché non si raggrumasse. Un rito barbarico, se si pensa al maiale appeso a testa in giù e alla donna che, antica strega o sacerdotessa, ruotava il mestolo di legno nel coccio, ma necessario se si voleva fare la "nutella paesana calabrese". Una pasta dolce da spalmare con dentro noci e altri insaporitori naturali, ormai in disuso e anche proibita dslle regole sanitarie.

Un rito atavico, tra Sacro e Profano, quello dell’uccisione del maiale. E, ancora adeso, mentre in chiesa si benedicono i ceri (le "candele" da cui Candelora) per scacciare le tenebre, nelle case il maiale diventa il simbolo della luce che sconfigge l'inverno della fame.

Se alla Candelora il tempo è brutto, si dice che l'inverno durerà altri 40 giorni ma "si ncc’u sula, e l'inverno simu fhora; ma si chjiov e tira ventu, de l'inverno simu dintrha". In ogni caso, con la dispensa piena, chiunque, non solo il calabrese sa di poter affrontare qualsiasi tempesta anche nel gelo dei giorni della "merla"

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