Affari tuoi? No, nostri
Dicasi “servizio pubblico” qualcosa che sia , appunto “servizio”,
per tutti e con finalità conoscitive educative volte alla crescita collettiva,
insomma un’azione divulgativa della cultura popolare tesa alla emancipazione,
non necessariamente pallosa.
Se il "servizio pubblico" diventa un macigno
noioso, fallisce la sua missione: per emancipare bisogna prima saper
interessare.
In questa visione, la cultura non è un reperto polveroso da osservare in silenzio, ma uno strumento vivo. Fare servizio pubblico significa: democratizzare il sapere: Tradurre il complesso in semplice e comprensibile senza svilirlo. Creare cittadinanza: Dare a tutti gli stessi "attrezzi" cognitivi per interpretare la realtà.
Intrattenere con valore: Dimostrare che l'approfondimento può essere avvincente quanto una fiction.
È, in sostanza, l'idea di una televisione (o di
un’istituzione) che non si limita a "dare al pubblico ciò che vuole",
ma lo sfida gentilmente a scoprire ciò che ancora non sa di poter amare.
Spesso sembra che tra chi produce e chi guarda ci sia un
patto tacito basato sul "minimo sforzo". La "spazzatura
mediatica" prospera perché risponde a logiche che con il valore culturale
hanno poco a che fare.
Ecco i motivi per cui, dal punto di vista degli addetti ai lavori, questo degrado non sembra essere un problema:
·
La dittatura dell'audience: Il successo di un
programma si misura ancora quasi esclusivamente con lo share. Se il
"trash" costa poco e garantisce numeri alti, per un'azienda
televisiva (anche pubblica) diventa un investimento sicuro rispetto a una
scommessa culturale rischiosa.
·
Contenuti "low cost": Produrre cultura
di qualità richiede tempo, autori brillanti e budget elevati. I reality o i
salotti basati sul sensazionalismo sono invece estremamente economici da
realizzare e facili da riempire.
·
La trappola del "revealed preference":
Molti spettatori dichiarano di volere programmi più intelligenti, ma i dati
reali (click, interazioni social e ascolti) dicono il contrario. Gli addetti ai
lavori si giustificano dicendo: "Diamo alla gente quello che vuole".
·
Logiche politiche e contrattuali: Spesso chi
lavora dietro le quinte vive situazioni di precariato o pressioni esterne che
non permettono una vera libertà editoriale o una pianificazione a lungo termine
basata sulla qualità.
·
Fuga verso lo streaming: Il pubblico più
esigente ha ormai abbandonato la TV generalista per le piattaforme on-demand,
lasciando sul digitale terrestre una demografia che i produttori considerano
meno interessata all'innovazione.
·
Il vero paradosso è che, mentre il Contratto di
Servizio della RAI imporrebbe finalità educative e di crescita sociale, la
rincorsa ai modelli commerciali finisce per svuotare il concetto stesso di
Servizio Pubblico.
siamo lontanissimi dai tempi del Maestro Manzi con il suo
"non è mai troppo tardi". oggi si vuole correre, velocizzare,
fagocitare i secondi per renderli fruttuosi: il passaggio dall'educazione al
consumo è. Qualcuno giustifica: il dato effimero dei tempi.
Il Maestro Manzi usava la TV come una lavagna per unire un
Paese analfabeta; oggi la TV è usata come un imbuto per ingozzare lo spettatore
di stimoli frenetici. La differenza è profonda, e mentre:
Il tempo di Manzi era
"tempo di attesa": Si aspettava che lo studente capisse. Il silenzio
e il tratto del gessetto sulla lavagna e la matita sulla carta avevano un
valore pedagogico.
Il tempo di oggi è
"tempo di saturazione": Ogni secondo vuoto è visto come un rischio di
cambio canale. È terrore commerciale del(lo zapping. Per questo si taglia tutto
ciò che richiede riflessione, privilegiando l'urlo, il montaggio serrato e la
polemica istantanea.
Oggi si corre per non dire nulla. Se Manzi insegnava a
leggere il mondo, molta TV attuale insegna a non guardarlo, offrendo una
distrazione continua che impedisce l'approfondimento.
È la vittoria del profitto immediato (fagocitare i secondi
per vendere pubblicità) sulla crescita collettiva (seminare oggi per avere
cittadini migliori domani). In questo senso, la "velocizzazione" non
è progresso, ma una forma di dissipazione culturale.
l'enigma dei pacchi prospetta una probabile fortuna. i
giocatori concorrenti non necessitano di un bagaglio culturale pari o superiore
a quello del buon vecchio Mike Bongiorno. qua è solo una questione di
"botta di culo", penso che siamo completamente d'accordo. Se Mike
Bongiorno, pur nei suoi eccessi, celebrava il "sapere" (anche se
nozionistico) come mezzo per salire la scala sociale, il gioco dei pacchi
celebra la pura lotteria del destino.
È il ribaltamento totale del merito:
Ieri: Vincevi se
sapevi. La cultura, o almeno lo studio, erano la tua moneta di scambio.
Oggi: Vinci se hai
intuito o, più semplicemente, se la fortuna gira dalla tua parte. Non devi
dimostrare di sapere nulla, devi solo "sentire" il pacco giusto o
resistere alle tentazioni del "dottore".
È il messaggio pedagogico più subdolo che passi:
l'emancipazione non avviene più attraverso la fatica della conoscenza (il
bagaglio culturale di cui parli), ma attraverso la "botta di culo".
Questo trasforma il servizio pubblico in una sala bingo nazionale, dove il
cittadino non è più uno studente o un intellettuale in erba, ma un giocatore
d'azzardo che aspetta il colpo di fortuna per risolvere i problemi della vita.
In pratica, si è passati dal "Non è mai troppo
tardi" (per imparare) al "Non è mai troppo tardi" (per svoltare
con un pacco). Il secondo caso, però, non lascia nulla alla collettività:
finiti i titoli di coda, resta solo un vincitore e una platea di spettatori che
sperano, passivamente, di essere i prossimi baciati dalla sorte.
e nel frattempo la demenzialità trionfa con le trovate senza
senso, i balletti erotico-frenetici di una ballerina da lap dance, brava ma ...
Esattamente: il "senza senso" diventa il riempitivo perfetto per una
TV che ha paura del silenzio e del pensiero.
Quei balletti o le trovate demenziali non sono lì per caso;
sono esche per il basso ventre dello spettatore. Si punta sulla stimolazione
visiva immediata – la ballerina, il movimento convulso, la provocazione
gratuita – perché è un linguaggio universale che non richiede alcuno sforzo
cognitivo.
Ecco il corto circuito provocato e svenduto nella tv
generalista nell’ora di maggior ascolto:
La bravura tecnica
svenduta: la ballerina può anche essere
brava, ma il suo talento è usato come "arredamento erotico-frenetico"
per tenere sveglio un pubblico narcotizzato.
Il trionfo della
distrazione: Mentre il Maestro Manzi accendeva la luce della comprensione,
questa TV usa le luci stroboscopiche per accecarci. Se sei ipnotizzato da un
balletto o da una gag demenziale, non ti chiedi più se quel programma ti stia
dando qualcosa o ti stia solo togliendo tempo.
È la "pornografia" del ritmo della visione: tutto deve essere
eccitante, veloce e vuoto. Il risultato è una forma di anestesia culturale: ci
si diverte (forse), ma si esce dalla visione più poveri di prima, con la
sensazione di aver guardato un caleidoscopio che brilla ma non scalda.
Il servizio pubblico, in teoria, dovrebbe essere l'antidoto
a questa deriva, non il suo principale spacciatore.

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