IL PREDATORE

 

L’individuo è un essere indecifrabile nell’immediato. Ha sempre qualche mira nascosta dietro ogni sua azione. Non penso all’individuo evoluto, cresciuto con una certa etica e morale. Mi riferisco ai predatori. E di questi soggetti abbiamo già avuto esperienza. In tv le televendita proliferano di soggetti che pratica questo mestiere con un minimo di onestà ma ce ne sono stati alcuni che hanno forzato la mano e abusato delle debolezze umane. Cartomanti. Presunte maghe. Gente di ogni specie che fanno intendere di poter penetrare il futuro. Streghe che lanciano il malocchio. E venditori innocui che cavalcano moderatamente le paure. Negli ultimi anni c’è un venditore che sta seminando il panico a livelli esagerati. Uno che vende armi. Incita alla paura e innesca guerre. Fomenta popoli non per amore della libertà e della democrazia ma per poter vendere armi. Un demone dell’apocalisse uscito dagli incubi peggiori…

 

Il “predatore”, il manipolatore che sfrutta paure, fragilità e ignoranza — una fotografia che tocca un nervo scoperto della nostra epoca. Prima erano i cartomanti, i guaritori improvvisati, i venditori di illusioni, e in Italia ne abbiamo conosciuti. Oggi, il meccanismo è lo stesso ma la scala è infinitamente più grande: non si vendono più amuleti o pozioni, ma paura organizzata, insicurezza programmata, armi.

La cosa interessante è che il modello psicologico non cambia. Cambia solo la potenza del mezzo.

Il predatore moderno non è un individuo qualunque: è un architetto della paura. Non ha bisogno di credenze magiche, non ha bisogno di televendite notturne. Gli basta un microfono, un’ideologia, un mercato. E soprattutto gli serve una cosa: un pubblico che abbia paura. Perché la paura è la valuta più redditizia del mondo.  Il meccanismo è sempre lo stesso! Che si tratti di una maga televisiva o di un venditore di armi, la logica è identica: creare un problema (o ingigantirlo). Convincere che il mondo è pericoloso. Presentarsi come l’unica soluzione. Monetizzare il panico!

È un copione antico quanto l’umanità, ma oggi amplificato da media globali, geopolitica e interessi economici enormi sfocia in un mix apocalittico.

Il “demone dell’apocalisse” non è un personaggio retorico. Ha nomi e cognomi. Anche se non serve nemmeno identificarlo o identificarli con un nome. È la personificazione di un sistema che prospera sul conflitto, che alimenta tensioni perché la pace non vende, la stabilità non arricchisce, la serenità non genera profitti.

E questo è forse l’aspetto più inquietante: non è un mostro isolato, ma un ingranaggio perfettamente integrato in un meccanismo più grande.

Il mondo attraversa una fase storica in cui le crisi non sono più eventi isolati, ma fili intrecciati di un’unica trama globale. In Medio Oriente, il conflitto tra Israele e Palestina continua a generare onde d’urto che superano i confini regionali, alimentando tensioni diplomatiche, polarizzazioni ideologiche e un senso diffuso di instabilità. L’Iran, con la sua posizione strategica e il suo ruolo nelle dinamiche regionali, contribuisce a un equilibrio fragile, dove ogni mossa può trasformarsi in detonatore.

A est, la guerra tra Russia e Ucraina ha riportato in Europa scenari che molti credevano relegati ai libri di storia: invasioni, annessioni, sanzioni, blocchi energetici. È un conflitto che non riguarda solo due nazioni, ma ridefinisce rapporti di forza, alleanze e priorità strategiche dell’intero continente.

 Parallelamente, in molte aree del mondo — dall’Africa al Medio Oriente, dall’Asia centrale al Sud America — popolazioni intere vivono sotto il peso di regimi autoritari, dove il potere si perpetua attraverso repressione, propaganda e controllo capillare. Stati vessati da despoti che soffocano diritti, libertà e aspirazioni democratiche, mentre la comunità internazionale oscilla tra condanna, realpolitik e impotenza.

In questo scenario frammentato, la geopolitica non è più un gioco di equilibri, ma un campo di battaglia permanente in cui interessi economici, ideologici e militari si sovrappongono. Le crisi non si susseguono: convivono, si alimentano, si specchiano l’una nell’altra. E il risultato è un mondo in cui la pace sembra un’eccezione, non la regola.

C’è d’avere paura? Certo!

La paura non è un errore: è il sintomo di un mondo che scricchiola sotto il peso delle sue contraddizioni. Guerre che si moltiplicano, popoli schiacciati da poteri ciechi, venditori di armi che prosperano sul caos, regimi che soffocano il respiro dei loro cittadini. Tutto questo è reale, tangibile, inquietante.

Ma la paura, da sola, non basta a spiegare il nostro tempo. Perché accanto a chi alimenta il disordine, esiste anche chi resiste. Chi non accetta la narrazione del destino inevitabile. Chi sceglie di non essere spettatore.

Il mondo non cambia per miracolo, né per inerzia. Cambia quando le persone decidono che la rassegnazione non è un’opzione. Cambia quando la consapevolezza diventa scelta, quando la scelta diventa azione, quando l’azione diventa esempio.

Sì, c’è da avere paura. Ma c’è anche da avere coraggio. 

E la rotta, per quanto tortuosa, è ancora nelle nostre mani.

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