La sacralità blasfema del potere, da Putin a Trump
Non so quanto ci sia di vero nella notizia che vede Trump
attorniato da pastori nella stanza ovale. Storicamente, i despoti, hanno consacrato
il loro atto di forza nei confronti dei deboli attraverso riti apotropaici,
non tanto per ingraziarsi i “demoni” del male quanto per cercare consenso tra i
seguaci delle sette religiose. Per ultimo,
in ordine di tempo, lo ha fatto Putin facendosi consacrare dal massimo
esponente della religione che governa il popolo russo, ed ora, stando a quanto pubblicato sui social, Trump.
L’Altare del Potere: Liturgie Oscure e il Consenso del Sacro
Dalle stanze del Cremlino allo Studio Ovale, l’abbraccio tra
il leader carismatico e l’autorità religiosa svela la natura arcaica del potere
moderno, dove il rito diventa scudo per l’arbitrio e il dogma si fa collante
per la massa.
Il potere, quando ambisce all’assoluto, non si accontenta
mai della sola forza burocratica o militare; esso ricerca disperatamente una
validazione che trascenda l’umano. L’immagine di un leader politico circondato
da pastori oranti o chinato di fronte a icone millenarie non è un’anomalia
della modernità, ma il riaffiorare di un archetipo antropologico: la
sovrapposizione tra il "Capo" e il "Sacerdote".
La sacralizzazione del sopruso
Storicamente, il despota utilizza il rito per trasformare
l’oppressione in missione. Quando Putin si lascia avvolgere dall'incenso della
Chiesa Ortodossa, non sta semplicemente professando una fede; sta evocando il
mito della Terza Roma, trasformando un conflitto geopolitico in una guerra
metafisica tra il bene e il male. Allo stesso modo, la "posa delle
mani" nello Studio Ovale trasforma l’agenda politica in una volontà divina
imperscrutabile. In entrambi i casi, il corpo del leader smette di essere carne
corruttibile per farsi tempio del consenso delle sette e delle fazioni
religiose più radicali.
Il rito come anestetico morale
L’atto di forza contro i deboli necessita di una narrazione che lo nobiliti. Il rito serve a questo: a silenziare la bussola etica individuale per sostituirla con l’obbedienza al dogma. I seguaci non vedono più un uomo che esercita il potere, ma un prescelto che agisce per conto di un’entità superiore. Questa estetica della devozione è lo strumento con cui si cementa la fedeltà dei "credenti" politici, creando un fronte identitario dove il dubbio è considerato peccato e l’opposizione diventa eresia.
La danza con i demoni del consenso
Non è il sovrannaturale a essere evocato, ma la parte più
ancestrale della psiche collettiva. Il despota sa che il consenso razionale è
fragile, mentre quello religioso è granitico. Attraverso queste liturgie, egli
si garantisce l'appoggio di strutture clericali che, in cambio della protezione
dei propri privilegi, offrono il controllo capillare delle anime. È un patto
faustiano dove la spiritualità viene sacrificata sull'altare della geopolitica,
e dove il rito antropologico funge da sigillo per un'autorità che non accetta
limiti umani.

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