Interno povero
Il cartoncino dei ricordi.
Non sapeva perché le venisse così naturale. Forse era il tono della voce dell’anziana signora, o forse quel modo lento e preciso con cui sceglieva ogni parola, come se stesse sfiorando oggetti fragili. Fatto sta che, mentre lei raccontava, la mano correva da sola sul cartoncino da cioccolatini trovato per caso sul tavolo.
Tracciò prima un letto grande, un po’ sbilenco, come quelli di una volta. Poi un lettino accostato, e dentro tre sagome piccole, appena accennate, che sembravano dormire tutte nello stesso respiro. Nel lettone, tra i due cuscini, disegnò un neonato: un puntino di vita che separava e univa allo stesso tempo.
«Così vivevamo» disse la donna, senza guardare il disegno che prendeva forma. «Eravamo in tanti, ma non ci mancava niente. Bastava il pane in tavola. Un vestito per l’inverno, uno per l’estate. E la certezza che, stretti così, il mondo fuori poteva aspettare.»
La stanza che lei descriveva era spoglia, quasi nuda. Un crocifisso sopra il letto, una cassettiera con una lampada che faceva più ombra che luce, un quadro storto appeso al muro. Eppure, mentre parlava, sembrava che quella povertà brillasse di un calore che oggi non si trova più.
La mano continuò a muoversi, aggiungendo linee, ombre, piccoli dettagli. Non era un disegno perfetto, ma aveva dentro qualcosa di vero. Qualcosa che non si impara: si ricorda.
Quando la signora tacque, il cartoncino era pieno. Lei lo guardò e si accorse che, senza volerlo, aveva catturato un mondo intero. Un mondo fatto di poco, ma abitato da tutto ciò che conta davvero.
L’anziana sorrise, come se avesse riconosciuto la scena.
«Era così» mormorò. «E… forse era abbastanza. Anche se i figghji dormianu 3 nt’e nu lettinu, cu de capizzi e cu de pedizzi.»

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