Il Paese aspetta alternative ma riceve solo fuffa.
L’Italia sospesa tra promesse roboanti e alternative inconsistenti.
Il grande abbaiare dell’opposizione: ringhi in TV, silenzi nel Paese reale.
Ho deciso, mi voglio bene! Ed è
per questo che ho evitato volentieri di sentire la prosopopea del potere
temporaneo. Basta vedere e analizzare quanto avviene in questi giorni tristi in
casa nostra e nelle case altrui, e specialmente oltreconfine. In America si
muore per una svista, una indiscriminata valutazione prettamente soggettiva di
chi presiede le strade ed ha un’arma in mano. È un déjà-vu poco rassicurante.
E nell'Italietta di giorgina si
mastica retorica a più non posso. Dicono, che in base ai sondaggi ISTAT l’occupazione
sia aumentata. Sarà! Se si guarda con gli occhi della statistica tutto è equamente
suddiviso come quel tale seduto a tavola con un commensale e mangia solo lui
due polli. Per la statistica, anche se l’altro è rimasto digiuno ha mangiato un
pollo. Uno a testa, quindi. Mentre addomesticano i mass-media, i padroni dell’etere,
organizzano tavoli attorno ai quali sciorinano strategie imbonitrici.
Non so se la notizia sia stata
una bufala o una gag di Fiorello, comunque una domanda gliela porrei alla
nostra Giorgia nazionale: quando facevi la baby sitter quanto prendevi? Non penso
che Fiore ti desse meno di 8euro l’ora. Non per fare i conti in tasca ma perché i contratti che fanno lievitare i sondaggi questi sono: 8 euro lordi l'ora, senza tutele presenti e future!
E così si va avanti, tra proclami
scintillanti e realtà che luccica molto meno.
Perché il bello delle promesse è
che non costano nulla: sono come quei fuochi d’artificio di paese, rumorosi,
colorati, e subito dopo resta solo il fumo acre nell’aria. Il mantenuto,
invece, è un animale schivo: si fa vedere poco, si lascia toccare ancora meno.
Si parla di “crescita”, di
“ripartenza”, di “nuove opportunità”, come se bastasse pronunciare le parole
giuste per trasformare il piombo in oro. Ma poi, quando si scende dal palco e
si spengono le luci, resta il solito copione: stipendi che arrancano, contratti
che evaporano, diritti che si assottigliano come carta velina.
È l’ossimoro perfetto: promesse
muscolari, risultati rachitici.
E mentre si celebra il trionfo
dei numeri — quei numeri che dividono polli immaginari tra commensali affamati
— la vita vera resta fuori dalla porta, in fila, ad aspettare che qualcuno si
ricordi che non siamo percentuali, ma persone.
Intanto, dall’altra parte
dell’oceano, si continua a morire per un gesto sbagliato, per un attimo di
paura, per un pregiudizio che pesa più di una vita. E qui da noi ci si consola
con la retorica, che almeno quella è sempre a buon mercato.
Le promesse? Sono come quei saldi
annunciati a caratteri cubitali: entri convinto di fare l’affare del secolo e
ne esci con lo scontrino pieno e il portafogli vuoto. Il mantenuto, invece, è
rimasto in magazzino, forse perché non conveniva metterlo in vetrina.
E poi c’è l’opposizione.
Quella che dovrebbe essere il
contrappeso, la voce alternativa, la scintilla che accende il dibattito.
Invece sembra un cane bastonato
che abbaia alla luna, ringhia a intermittenza e poi, quando si tratta di
mordere davvero, infila la coda tra le gambe e promette: “la prossima volta
vinciamo noi”.
La prossima volta. Sempre la
prossima. Certo è temibile e fa terrore. Attrae attenzione… Un eterno domani
che non arriva mai.
E intanto si limitano a inveire,
a indignarsi a comando, a fare la moviola delle decisioni altrui senza mai
proporre un’azione che non sia un comunicato stampa.
È la politica del “non sono
d’accordo”, senza il coraggio del “ecco cosa farei io”, argomentando l'azione in maniera ineccepibile.
Una sorta di eco stanca che
rimbalza nei talk show, dove tutti parlano e nessuno ascolta.
E intanto i giovani — quelli
veri, non quelli evocati nei discorsi — cercano un futuro che non sia un
miraggio. Vorrebbero lavoro, stabilità, la possibilità di costruire una
famiglia senza dover fare i conti con stipendi da apprendista eterno. O peggio
da stagista che lavora gratis! Ecco, i giovani vorrebbero qualcuno che li
rappresenti davvero, che sappia parlare la loro lingua senza sembrare un adulto
che imita lo slang per sentirsi giovane. E l’opposizione, invece di catalizzare
energie, si limita a raccogliere briciole. Non costruisce, non immagina, non
rischia. È come un attore che entra in scena senza aver letto il copione:
improvvisa, balbetta, e alla fine si giustifica dicendo che la colpa è del
pubblico che non capisce. E così il paese resta sospeso tra promesse roboanti e
alternative inconsistenti. Un ossimoro vivente: chi governa promette troppo,
chi si oppone mantiene troppo poco.
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