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Lo Strappo

 

-Crisi istituzionale tra ragion di Stato, obblighi internazionali e responsabilità etica-

 

C’è un momento, nella vita delle democrazie, in cui la ragion di Stato smette di essere un principio di tutela collettiva e diventa un paravento. È il momento in cui il potere esecutivo, invocando urgenze e segreti, tenta di sottrarsi ai vincoli che lo definiscono: la legge, il controllo parlamentare, gli obblighi internazionali liberamente assunti. 

Il caso Almasri — un generale ricercato dalla giustizia internazionale sottratto al vaglio dei tribunali italiani attraverso un’operazione condotta nell’ombra — segna esattamente questo punto di rottura. Non è un incidente tecnico né un imprevisto diplomatico: è un test sulla tenuta della nostra architettura repubblicana.

 

Quando il segreto diventa scudo, quando il COPASIR è ridotto al silenzio, quando la Corte Costituzionale è chiamata a dirimere ciò che la politica non ha voluto affrontare alla luce del sole, la questione non riguarda più un singolo caso, ma la credibilità stessa dello Stato. 

Perché una democrazia non si misura dalla forza dei suoi apparati, ma dalla loro capacità di accettare limiti, responsabilità e trasparenza. E quando questi limiti vengono aggirati, ciò che si incrina non è solo la legalità: è il patto fiduciario che lega le istituzioni ai cittadini e il Paese alla comunità internazionale.

 

Lo “strappo di Stato” consumato nel silenzio del controllo parlamentare ha mostrato quanto fragile possa diventare la legalità repubblicana quando l’esecutivo sceglie l’opacità come metodo. Le soluzioni emerse finora appaiono più come manovre difensive che come atti di trasparenza: l’uso del conflitto di attribuzione per “scudare” i funzionari coinvolti rischia di trasformare la Corte Costituzionale nell’ultimo, disperato arbitro di una partita che la politica non ha voluto giocare a viso aperto.

 

La prima risposta necessaria non è giuridica, ma politica: occorre limitare normativamente il segreto di Stato quando entra in collisione con i crimini contro l’umanità. Non può esserci “sicurezza nazionale” che giustifichi il favoreggiamento di chi è ricercato dalla Corte Penale Internazionale. 

Parallelamente, il COPASIR deve ritrovare la sua vocazione originaria: non un notaio delle reticenze governative, ma un organo capace di denunciare pubblicamente quando il riserbo degenera in opacità.

 

Nell’interesse superiore del Paese, chi detiene il potere conferito dai cittadini deve tornare a rispondere a un’etica della responsabilità che vada oltre la mera sopravvivenza parlamentare. L’etica del potere, per essere tale, deve essere vissuta come mandato e non come privilegio, quindi:

 

- Servizio, non possesso: il potere è un prestito dei cittadini, non un trofeo da usare per proteggere fedeltà personali. 

- Sottomissione alla legge: chi rappresenta lo Stato deve rispettare le regole più degli altri. Usare segreti o scudi politici per sfuggire alla giustizia trasforma il mandato in privilegio feudale. 

- Dovere di trasparenza: ogni scelta deve poter essere giustificata. Se un atto non regge il confronto con la verità e con i garanti istituzionali, il patto con gli elettori è tradito.

 

Il quadro internazionale amplifica questa crisi. 

Il legame tra i casi di Benjamin Netanyahu e Donald Trump rappresenta, in questo aprile 2026, la massima espressione di una tendenza globale: la politica che sfida apertamente la magistratura, nazionale e internazionale, rivendicando una legittimazione popolare superiore a ogni vincolo legale. 

Entrambi i leader hanno costruito una narrazione di “persecuzione giudiziaria” da parte di élite ostili, mentre lo stato di crisi permanente — dal Medio Oriente ai rapporti con l’Iran — diventa strumento per compattare il fronte interno e silenziare il dissenso.

 

In questo scenario, il governo italiano si muove in un equilibrismo rischioso. Da un lato, dichiarazioni che suggeriscono immunità o accoglienza per Netanyahu sono state criticate come un affronto alla giustizia globale; dall’altro, la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele segna un tentativo di non apparire totalmente allineati all’asse Trump-Netanyahu. 

Ma chi paga davvero questo gioco di doppi standard? A rimetterci è il concetto stesso di certezza del diritto: se i mandati della CPI possono essere ignorati per convenienza politica, il diritto internazionale diventa opzionale.

 

Il caso Almasri e la dinamica Netanyahu/Trump sono due facce della stessa medaglia: un’epoca in cui l’esecutivo tenta di riconquistare spazi di manovra assoluti, spesso a scapito della verità giudiziaria e degli impegni etici assunti davanti alla comunità internazionale.

 

L’epilogo italiano rende il quadro ancora più inquietante. La convocazione del Vicepremier e Ministro degli Esteri Antonio Tajani da parte degli eredi Berlusconi rappresenta il sigillo di una deriva in cui il confine tra ruolo pubblico e interessi privati appare pericolosamente sfumato e conferma il sentimento percepito  dell’elettorato tradito:

 

- L’istituzione umiliata: quando un rappresentante dello Stato si reca a rapporto dai finanziatori del proprio partito, l’istituzione ne esce depotenziata. 

- Il conflitto di interessi irrisolto: se le scelte di governo possono essere influenzate da necessità economiche o legali di un gruppo privato, il mandato democratico viene svenduto. 

- Il declino dell’autorevolezza: in un momento di tensioni globali, un Ministro degli Esteri percepito come “assoggettato” perde forza contrattuale sui tavoli internazionali.

 

Il cerchio si chiude dove era iniziato: nel momento in cui il potere smette di percepirsi come servizio ai cittadini e si riconosce debitore verso i propri patroni, la democrazia scivola verso una forma moderna di vassallaggio. 

L’esito etico di questo clima è la solitudine del cittadino, che vede le istituzioni ridotte a strumenti di tutela per pochi, mentre trasparenza e uguaglianza davanti alla legge sono sacrificate sull’altare della fedeltà personale.

 

Resta da capire se questa supinità politica porterà a una frammentazione definitiva del centrodestra o se il legame economico resterà il collante indissolubile del potere attuale.

 

In definitiva, ciò che oggi è in gioco non è un singolo dossier, né l’onore di un governo, ma la forma stessa della nostra democrazia. Ogni volta che il potere invoca il segreto per sottrarsi al controllo, ogni volta che la fedeltà privata prevale sul mandato pubblico, ogni volta che la legge viene trattata come un ostacolo e non come un fondamento, si produce una lacerazione che non riguarda solo le istituzioni: riguarda la fiducia collettiva che le tiene in vita.

 

Il caso Almasri, le ambiguità sul rapporto con la Corte Penale Internazionale, l’intreccio tra interessi di partito e funzioni di governo, non sono episodi isolati ma segnali di una deriva che rischia di normalizzare l’eccezione, di trasformare l’arbitrio in prassi, di rendere opaco ciò che dovrebbe essere trasparente per definizione.

 

Una democrazia non cade in un giorno: si consuma lentamente, quando chi la guida confonde il potere con il possesso, la rappresentanza con la fedeltà, la responsabilità con la convenienza.

E quando questo accade, il primo a rimanere solo è il cittadino, che vede lo Stato arretrare proprio dove dovrebbe essere più saldo: nella difesa della verità, della legalità e dell’uguaglianza davanti alla legge.

 

Il punto di non ritorno non è ancora stato superato. Ma la direzione è chiara, e il tempo per invertire la rotta non è infinito.

La domanda che resta, allora, è semplice e definitiva: le istituzioni italiane sapranno ritrovare il coraggio della loro funzione, o accetteranno di essere ridotte a strumenti di tutela per pochi? 

Da questa risposta dipende non solo la credibilità del Paese, ma la dignità stessa della nostra democrazia.

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