Con un filo di voce, sommessamente, lettera ad un amico
Scrivo queste righe sommessamente, col tono di chi parla a bassa voce in una stanza vuota, anche se so che nessuno risponderà tuttavia continuo a parlare. Non è un esercizio di nostalgia, né un tentativo di trattenere ciò che non può essere trattenuto. È piuttosto un modo per mettere ordine tra le presenze che resistono, anche quando il corpo non c’è più.
I numeri in rubrica si assottigliano, ma non soccombono.
Restano lì, come piccole sentinelle luminose, a ricordarmi che il tempo non
cancella: scava. Scorro quei nomi e so che molti non risponderanno più, eppure
non riesco a considerarli assenti. Sono presenze che continuano a occupare un
posto, un varco interiore che nessuna perdita riesce davvero a chiudere.
Erano e rimangono amici, prima di tutto. Compagni di strada, di
infanzia, di gioventù. Vite intrecciate da una scelta tacita, una sorta di
elezione spirituale che non ha bisogno di spiegazioni. Abbiamo condiviso
cortili e partite improvvisate, estati rumorose, viaggi senza orari,
discussioni infinite e silenzi che oggi risuonano più delle parole. Ognuno ha
seguito la propria traiettoria, fedele alla propria indole: chi nella politica,
chi nell’arte, chi nella cultura o nel giornalismo; chi, per pudore o per
vocazione, ha preferito restare dietro le quinte, voce nascosta e lucidissima.
Eppure, nonostante le distanze,
le incomprensioni, i rami che si sono separati, le "foglie morte" ricche di humus continuo a sentirle vicine.
Continuano a parlarmi in un modo che non ha bisogno di telefono né di presenza
fisica. È un dialogo che si svolge altrove, in quella zona silenziosa dove la
memoria non è ricordo ma relazione: energia vitale!
Col tempo ognuno ha seguito la traiettoria più affine al
proprio carattere. C’è chi si è immerso nella politica, chi nell’arte, chi
nella cultura o nel giornalismo. E c’è chi, per fedeltà alla propria modestia,
ha preferito restare dietro le quinte, lasciando ad altri il proscenio. Lui,
per esempio: intellettuale puro, voce nascosta ma lucidissima, penna che ha
dato forma e sostanza ai pensieri altrui. Oggi lo chiamerebbero ghost writer,
ma per noi era semplicemente quello che sapeva dire ciò che gli altri non
riuscivano a esprimere. La natura gli aveva negato la voce, ma gli aveva
regalato un pensiero acuminato, una scrittura che sapeva farsi strada. E
accanto a sé aveva una donna energica, dalla parola rapida, quasi vorticosa,
che richiedeva attenzione per essere afferrata. Una coppia complementare,
cucita con un filo sottile e tenace.
Amici, appunto. Di quelli veri, diventati Zii elettivi per i rispettivi figli della cerchia amicale, tacitamente abbiamo formato una famiglia allargata per elezione, appunto. Figli, ragazzi cresciuti insieme come fratelli, intrecciati come rami
di uno stesso albero. Un gruppo che non è stato immune da incomprensioni, da
silenzi, da distanze improvvise. E, anche quando il dialogo si è
interrotto non si è mai spezzato del tutto. Perché certe conversazioni
continuano altrove: non al telefono, non di persona, ma in una forma di empatia
che non ha bisogno di voce.
Franco, Pino, Cesare, Nicola, Lino, Salvatore, Carlo… ognuno occupa
uno spazio preciso dentro di me. Non li cancello dalla rubrica perché
cancellarli sarebbe come rinunciare a un pezzo della mia storia. E poi c’è
l’ultimo, in ordine di tempo: Nuccio.
Onofrio, all’anagrafe, Nuccio per gli amici, umile e
discreto. Di lui potrei raccontare mille episodi: la spiaggia sotto casa, le
passeggiate in città, le discussioni su un suo pezzo appena pubblicato, le
analisi sociali che sapeva condurre con una calma quasi chirurgica. Un uomo
mite, riservato, coltissimo. Uno di quelli che non hanno bisogno di alzare la
voce per lasciare un segno.
E allora li tengo lì, tutti. Non per nostalgia sterile, ma
per riconoscenza. Perché continuano a vivere in quello spazio interiore che
nessuna perdita può davvero svuotare. Perché, in fondo, la rubrica è solo un
pretesto: il vero archivio siamo noi.
La tua partenza non è stata una sorpresa, caro Nuccio, eppure ha fatto il rumore sordo delle cose attese ma non accettate.
Ripenso spesso a quel giorno sotto casa: la frenata, il
balordo in contromano, la damigianetta di vino bianco che si rompe e allaga
l’auto. Tu, più dispiaciuto per il caos che per il danno. Tu che raccoglievi i
cocci come si ricompone un equilibrio. Io ero in Puglia; al rientro ti portai
una damigiana di Locorotondo. Non era un risarcimento: era un gesto per
riallacciare un filo.
Scrivesti anche di quel periodo in cui aprii le porte al
quartiere: palazzoni degli anni Ottanta, la promessa mancata di una Catanzaro 2
protesa verso il mare. Tu vedevi ciò che agli altri sfuggiva: la vitalità
nascosta, le tensioni, le possibilità. All’epoca scrivevi sul "Giornale di
Calabria", ma anche per "Paese Sera" e "l’Unità": giornalista freelance,
docente, guida per giovani menti. Portavi nel mio studio un respiro più ampio,
una capacità di leggere il contesto che andava oltre il visibile.
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