Ai mercanti d'arte & assimilati
A proposito di bellezza e della missione degli operatori culturali facciamo un'analisi del mercato effimero dell'arte. E sulla frustrazione di chi crede nella sua valenza e non tollera i mercanti nel tempio.
LE BANCARELLE DEI CLICK E I NUOVI MERCANTI NEL TEMPIO.
L’arte ridotta a un abbonamento mensile: la missione dell'artista soccombe all'algoritmo del profitto garantito.
C’è un momento esatto in cui l’opera d’arte smette di essere
un ponte tra anime e diventa un "asset" da ottimizzare, un file
caricato su un server in attesa di un rimpallo di dati. Quel momento ha un nome
cortese, una firma rassicurante in calce a una mail automatizzata: è l’invito
di una "Artist Relations Manager" che promette visibilità globale in
cambio di una quota d’iscrizione. Ma dietro la patina della selezione
curatoriale, si nasconde la realtà nuda del mercato effimero: il passaggio
definitivo dall'arte come vocazione all'arte come Software as a Service (SaaS).
Ricevere una proposta da colossi come Singulart o
piattaforme simili genera oggi una frustrazione sottile e profonda. Non è la
lusinga di essere stati "scelti" a prevalere, ma la consapevolezza
che il tempio è stato nuovamente occupato dai mercanti. Solo che stavolta non
vendono colombe o cambiano valute sul sagrato: vendono
"posizionamento", "pacchetti gold" e "visibilità
premium".
La missione, perché di questo si tratta per me, è tradita! Degenerata a squallida merce da consumare con superficialità parimenti ai prodotti di largo consumo.
Chi crede nella missione dell’arte sa che un’opera è un atto
di resistenza contro l’effimero. È sostanza propositiva che sfida il tempo. Il
mercato attuale, invece, celebra il consumo rapido. Le piattaforme si
trasformano in immensi centri commerciali digitali dove il valore di un quadro
non è dato dalla sua potenza espressiva, ma dalla sua capacità di arredare un
salotto coordinandosi con il colore del divano, filtrato da un algoritmo che
premia chi paga l’affitto mensile dello spazio virtuale.
È il paradosso del "Pay-to-Play": l'artista, che
storicamente è colui che deve essere sostenuto dal mercante, diventa la
principale fonte di reddito del mercante stesso. Non si guadagna più vendendo
bellezza al mondo, si guadagna vendendo speranza a chi la bellezza la produce.
Il rumore di fondo è assordante e inaccettabile!
In questo "gran casino commerciale", il silenzio
necessario per contemplare un'opera è sostituito dal rumore dei pop-up, dalle
notifiche di sconto, dalle strategie di cross-selling. L'unicità dell'atto
creativo è diluita in un mare magnum di migliaia di profili, dove la “competizione”
non è sul merito intellettuale e ideologico, ma sulla capacità di spesa per il
canone mensile.
Conclusione: restare fuori dal tempio è forse la vera
resistenza alla deriva culturale di un mercimonio insalubre.
L’essere presenti oggi non consiste nel cercare di scalare
le vette di questi algoritmi, ma nel rivendicare la propria estraneità a un
sistema che tratta il prodotto dell’anima e i pennelli per chi li adopera come codici a
barre.
Rispondere a una mail di "Marta Lajoso" con il
silenzio, o con un netto rifiuto, non è un atto di superbia, ma un atto di
protezione verso la propria missione ché sacralità del lavoro intellettuale.
L’arte ha bisogno di mercati, certo, ma non di templi
trasformati in centri commerciali. Ha bisogno di sguardi, non di
visualizzazioni. Perché se il prezzo per stare nel mondo è diventare un
prodotto tra i prodotti, allora il posto dell'artista è altrove: ovunque ci sia
ancora qualcuno capace di distinguere un’emozione da un abbonamento Gold.
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