Provvidenza
Una parola che oggi sembra quasi stonare, come un oggetto antico rimasto sul tavolo per sbaglio. Eppure continua a pulsare sotto la superficie delle cose, pronta a riaffiorare ogni volta che la memoria si concede il lusso di tornare indietro.
Provvidenza.
Una parola che oggi sembra quasi stonare, come un oggetto
antico rimasto sul tavolo per sbaglio. Eppure continua a pulsare sotto la
superficie delle cose, pronta a riaffiorare ogni volta che la memoria si
concede il lusso di tornare indietro.
Nelle epoche di magra, quando il pane era un’ipotesi e non
una certezza, la natura non era un paesaggio: era un lessico di sopravvivenza.
Ogni filo d’erba, ogni seme, ogni radice diventava un possibile varco per
superare i giorni e andare oltre la fame. Non esisteva il superfluo, non
esisteva l’infestante. Esisteva solo ciò che poteva essere trasformato,
custodito, condiviso.
Così l’orzo selvatico — oggi guardato con sospetto, come un
intruso tra le colture “serie” — allora era una benedizione discreta. Una
presenza che non chiedeva nulla e offriva tutto. Le donne lo riconoscevano da
lontano, chine tra i campi, con il gesto sicuro di chi sa distinguere il dono
dalla minaccia. Lo raccoglievano come si raccoglie un segreto: con cura, con
gratitudine, con la consapevolezza che quel poco avrebbe fatto la
differenza.
A casa, l’orzo veniva disteso al sole, lasciato asciugare
come un pensiero che deve maturare. Poi le mani lo macinavano piano nel mortaio
in pietra, trasformandolo in una farina scura, ruvida, che sapeva di vento e di
terra. Non era la farina dei giorni di festa, ma quella dei giorni necessari.
Con essa si impastavano pani duri, focacce che resistevano al tempo, zuppe che
scaldavano più del fuoco.
Era un nutrimento che non si limitava al corpo. Era e rimane un esercizio di fiducia, un patto segreto che la natura benevolmente rinnova sempre.
Un modo per farci sperare e dire: anche oggi ce la faremo.
Anche se oggi, nell’era delle “vacche grasse”, passiamo accanto a un
campo di orzo selvatico senza vederlo davvero. Lo consideriamo un disturbo, un
errore botanico, qualcosa da estirpare. Ma la terra non dimentica, e nemmeno le
piante. Continuano a crescere dove possono, come possono, ricordandoci che la
provvidenza non è mai appariscente. È minuta, silenziosa, quasi timida. Vive
negli interstizi, nelle cose che non guardiamo più.
Abbiamo perso la capacità di riconoscere valore dove non c’è prestigio, di ascoltare ciò che non parla, di accogliere ciò che non brilla.
Eppure basta chinarsi — come facevano loro, i nostri genitori—
per ritrovare un filo di continuità.
Per capire che la provvidenza non è un miracolo, ma
un’attenzione gratuita della natura nei nostri confronti.
Un gesto che si rinnova ogni volta che riconosciamo, in un
ciuffo d’erba, la possibilità di una storia, di un dono gratuito non richiesto ma necessario per la semplicità del gesto in sè..
Le donne d’una volta ne erano coscienti, portavano a casa l’orzo
selvatico in grembiuli colmi, o fascine trasportate sulla testa con nobiltà; lo
lasciavano asciugare al sole, poi lo macinavano con pazienza in strumenti di
pietra. La farina che ne usciva non era bianca né fine, ma aveva un profumo
rustico, quasi selvatico, che sapeva di campi aperti e di resistenza spartana.
Con quella farina si impastavano focacce dure, zuppe dense, pani scuri che
duravano giorni. Non era solo nutrimento: era un gesto di fiducia nella natura,
un patto antico tra chi coltiva e ciò che cresce senza chiedere permesso.
Oggi, davanti a un ciuffo di orzo selvatico che ondeggia nel
vento, non vediamo più la provvidenza. Vediamo un intralcio. Ma basta fermarsi
un istante, lasciarsi attraversare dalla memoria dei gesti antichi, per capire
che in quella pianta c’è una storia di sopravvivenza, di creatività forzata, di
rispetto per ciò che la terra offre anche quando sembra non offrire nulla.
Forse la vera carestia, oggi, è la mancanza di sguardi. Di attenzione! La capacità di riconoscere
valore dove non c’è prestigio. Di
ricordare che la provvidenza non è mai spettacolare: è minuta, silenziosa,
nascosta tra i fili d’erba. E che a
volte basta soffermarsi, chinarsi e raccoglierla per ritrovarla e apprezzarla.
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