Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

Francesco, la scintilla di Dio

 FRANCESCO, IL PAPA CHE RESTA. IL MAESTRO CHE NON MUORE…

Riflessione di Franco Cimino. 

«Morto un Papa, se ne fa un altro». È vero: il detto della tradizione popolare è fondato. Anche sull’inarrestabile continuità della Chiesa cattolica, che è infinitamente grande ed è, tra le diverse religioni, insuperabile per bellezza. Non soltanto perché nelle Sacre Scritture, e in quella straordinariamente sempre attuale che è il Vangelo, trova la migliore carta d’identità e la forza della sua presenza nel mondo, ma anche in quella figura profondamente umana e incredibilmente divina che è Gesù Cristo, protagonista principale su cui vive e si rafforza la fede cattolica. È il sicuro e veloce legame che ci connette al nostro Dio, l’unico Dio, perché Dio è sempre uno solo, per chi crede.


Aggiungo, quale elemento di forza della nostra religione: l’umano, in quanto verità visibile, orientato verso il divino, la somma Verità invisibile. Ma è anche nella figura del Papa che la Chiesa cattolica trova continuità e, paradossalmente, credibilità. Sembra strano, ma è così: una semplice figura umana dà continuità e credibilità all’istituzione religiosa più diffusa del pianeta.


Dunque, da «un Papa che muore, se ne fa un altro» cresce l’idea di una continuità che sfiora l’eternità della Chiesa. In fondo è così. Dopo le lacrime sincere dei milioni di fedeli alla morte del capo della Chiesa, passati pochi giorni di lutto, la stessa Chiesa festeggia in maniera aperta e gioiosa l’elezione del nuovo Papa. Il quale può entrare subito nel cuore di tutti oppure conquistarli col tempo, a seconda della sua personalità.


Ricordo alcuni Papi, quelli che la mia età trattiene nella memoria visiva. A parte Angelo Roncalli, il Papa Buono, di cui ho vissuto più la morte che l’elezione, l’immediato amore nacque per Papa Luciani e per Wojtyła. Per Ratzinger ci volle più tempo, e rimase comunque una figura per molti versi controversa. Così è ancora per l’americano Prevost che, nonostante un’elezione rapidissima — sostanzialmente al primo scrutinio, considerando i primi due come tecnici — sembra muovere tra difficoltà e attacchi, anche per dinamiche di potere che nulla hanno a che vedere con la spiritualità.


«Morto un Papa, se ne fa un altro». Che puntualmente arriva. Ma, fatto straordinario e quasi inspiegabile, non è mai somigliante a quello precedente. La Chiesa rivela la sua grandezza anche nella scelta dei Papi: sembra non sbagliarne mai uno. Sarà davvero lo Spirito Santo a ispirare i cardinali in conclave? Sì o no, in questo campo poco importa, anche per gli stessi fedeli.



Leone XIV sarà un grande Papa, ne sono certo anch’io. E la persona che si sta mostrando particolarmente ispirata in questa fase, anche attraverso gli attacchi ricevuti, rafforza questa sensazione. Quella rigidità espressiva iniziale, che lo faceva apparire quasi burocratico e strettamente diplomatico, oggi appare più come timidezza caratteriale e forse timore di un ruolo immenso, per il quale nessuno si sente davvero pronto o degno.


Il tempo dirà. La storia confermerà.


Ma tempo e storia — il tempo della storia — ci consegnano già oggi qualcosa che si misura soltanto con il sentimento: quello che si prova dinanzi alla morte, ancora fortemente avvertita, quasi improvvisa e inaspettata, di Papa Bergoglio. È passato un anno. Sembra ieri.


Il dolore, non soltanto dei cattolici o dei cristiani, ma del mondo intero, è ancora grande. Il vuoto lasciato quando il suo cuore ha smesso di battere e la sua parola ha cessato di farsi voce vibrante sul dolore degli uomini è enorme. La sensazione è che sia incolmabile, nonostante la Chiesa continui a vivere della propria forza. Incolmabile, nonostante l’impegno coraggioso del suo successore.


Ci manca tutto di Francesco. Ci manca il suo modo di vestire, quasi povero: quella veste bianca di tessuto semplice, da cui si intravedevano i pantaloni, e quelle scarpe nere, segnate dall’uso, curate ma vissute. Ci manca la sua camminata, già imperfetta all’inizio del pontificato, poi sempre più segnata dalla fatica e dagli acciacchi, fino a diventare quasi un inciampare nei propri passi.



Ci manca il suo sorriso aperto e rassicurante: una fessura nella roccia che lascia passare la luce della fiducia e del coraggio di vivere — e anche di morire.


Ci manca soprattutto il suo invito alla fiducia. Fiducia in Dio, che per Bergoglio «comprende e perdona sempre», scandalizzando molti. Ma quel perdono non era mai superficialità: era un richiamo alla conversione, alla responsabilità, alla riparazione del male.


Ci manca la sua parola: semplice, comprensibile, profondamente umana e insieme spirituale. Parlava al singolo e al mondo, agli uomini e alle donne, ma soprattutto ai bambini. E insegnava agli adulti a tornare bambini: a conservare uno sguardo puro sulla realtà, come difesa contro una maturità corrotta.


Ci manca la sua povertà concreta. La scelta di vivere a Santa Marta non era solo una questione “psichiatrica” come disse ironicamente, ma una denuncia dell’isolamento e dei privilegi. Era una scelta simbolica e reale: vivere più vicino ai poveri, condividere spazi, pasti, vita.


Ci manca la sua Chiesa dei poveri. Non uno slogan, ma una visione radicale: i poveri non come scarti, ma come centro dell’umanità. La povertà come denuncia dell’ingiustizia e dello sfruttamento, come richiamo alla dignità e ai diritti.


Dal Vangelo — il suo libro “tascabile” — Francesco ha tratto parole essenziali: tenere e forti, semplici e profondissime. Parole che sono insieme spiritualità, etica e politica nel senso più alto: costruzione del bene comune.


Le sue parole non erano mai banali. Anche quelle più discusse — «chi sono io per giudicare un gay?» — erano profondamente evangeliche. Erano parole di inclusione, di dignità, di amore.


Perché l’amore è il centro di tutto: dovere e diritto, forma e sostanza della vita. È la forza che libera, che costruisce, che avvicina a Dio. E a Lui conduce. 


È passato un anno dalla sua morte. Sembra adesso. Un anno fermo a quel mattino.


«Muore un Papa e se ne fa un altro» non è sempre vero.


Francesco non è morto.


E Leone XI, per sua fortuna, vivrà a lungo con questo maestro accanto.


Franco Cimino

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