Venezia, 80 artisti contro Israele e Usa

 


IL CASO BIENNALE

Di Mario Iannino

L ’arte, e i suoi spazi, non sono un tribunale: la bellezza oltre le bombe. Escludere artisti e padiglioni per le colpe dei governi è un errore che uccide il dialogo e mortifica la missione dell’arte..

L'arte oltre i confini della ragione: perché la Biennale non può essere un tribunale.Punire gli artisti per le colpe dei governi è un errore che uccide il dialogo. La bellezza deve restare un territorio libero, l’unico ponte capace di unire ciò che la guerra e la politica dividono.

 

Il recinto sacro dell’Arte. Perché, secondo me, l’arte non può essere un tribunale geopolitico? Per il semplice motivo che l’arte ha il compito di costruire ponti dove la politica scava trincee, e chiederne l’esclusione significa rinunciare all’unico linguaggio universale che ci è rimasto.

Leggo che ottanta artisti hanno indirizzato una lettera aperta al Presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, chiedendo formalmente l’esclusione di Israele e degli Stati Uniti dalla prossima esposizione. La motivazione risiede nelle politiche belliche e destabilizzanti dei rispettivi governi: da un lato l’azione militare del governo Netanyahu, dall'altro la linea isolazionista e muscolare dell'amministrazione Trump. È un dato di fatto: siamo di fronte a scenari che insanguinano i confini e scuotono l’ordine mondiale.

Tuttavia, cedere alla tentazione di trasformare la Biennale in un tribunale internazionale è un errore che rischia di soffocare proprio quella libertà che si vorrebbe difendere.

L’arte è, per sua natura, "tutt’altra cosa". Essa non coincide con il passaporto di chi la crea, né con le scelte dei governi che, pro tempore, guidano una nazione.

Gli artisti creano bellezza, sollevano dubbi, generano empatia e, spesso, sono proprio le prime voci critiche all'interno dei loro stessi Paesi.

Silenziare un padiglione non significa punire un governo, ma censurare le voci di chi, attraverso il pennello, la scultura o la performance, prova a interpretare la complessità del mondo, spesso in aperta opposizione ai "sanguinari" di turno.

Se la Biennale diventasse lo specchio delle sanzioni diplomatiche, finirebbe per trasformarsi in una bacheca di propaganda o, peggio, in un deserto culturale.

L'arte deve restare un territorio franco, un recinto sacro dove il dialogo non si interrompe mai, nemmeno quando le armi hanno preso il sopravvento.

Espellere la cultura di un popolo per le colpe dei suoi leader è una sconfitta per l’umanità intera: significa ammettere che non esiste più alcuno spazio comune dove la bellezza possa tentare di ricucire ciò che l’odio ha strappato.

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