CAROSELLO

Giornata della polizia

 Di Franco Cimino 

LA BELLA GIORNATA DELLA POLIZIA E LA FESTA ANCHE DEL QUESTORE…

Una festa è davvero festa, sia essa pubblica o privata, quando l’anniversario coincide con i principi e i valori della ragione per cui si festeggia. Ieri, nel 147º anniversario della fondazione della Polizia di Stato, questi due elementi si sono ritrovati perfettamente coincidenti. Ed è stato bello coglierli anche nella cornice in cui sono stati inseriti.


La bella e importante città di Lamezia Terme ha ospitato il solenne evento e, con le sue scuole, ha potuto viverlo attraverso il contatto tra rappresentanti, donne e uomini della Polizia: dal più alto in grado, il Questore, fino ai più giovani tra quei servitori della società.


Il Teatro Grandinetti, l’antico teatro della bella città della piana, ha fatto da scenario a un’intensa e ricca manifestazione. Anche questa è stata una felice armonia: tra la forza, per così dire “gentile”, dello Stato e la gentilezza della forza del teatro. E poi, quello di Lamezia è davvero un piccolo gioiello, con la sua architettura che intreccia tecniche, stili e culture diverse. Un autentico gioiello, che grazie alla famiglia Grandinetti, e in particolare a Francesco, erede di una importante storia imprenditoriale, è stato prima donato, poi conservato, difeso e infine restituito definitivamente alla città.


È stato bello ritrovare tutto questo in un programma ben costruito, in cui, per due ore e mezza, la platea gremita, con i palchi pieni di gente attenta, ha assistito a un susseguirsi di contenuti: statistiche, normative, provvedimenti, successi, fatiche, preoccupazioni, persone, parole, note musicali, suoni, bambini, famiglie, battiti di cuore, senso dello Stato e partecipazione emotiva all’unità del Paese e alla responsabilità che ogni cittadino deve sentire verso di esso, semplicemente svolgendo il proprio dovere.


Perché è proprio nello svolgimento del proprio dovere e nel rispetto, prima ancora che delle leggi, delle regole non scritte — culturali e morali — che risiede la vera difesa della legalità. Una legalità che non va difesa, ma praticata. Ed è nella sua pratica che essa si realizza pienamente, soprattutto quando norme, principi e valori sono stati interiorizzati dalla coscienza individuale e collettiva.


Sta qui il valore delle istituzioni, lo spazio vissuto della democrazia. Sta qui l’incorruttibile e insuperabile valore della nostra Costituzione.


Tutto questo, sotto la simpatica e raffinata conduzione della nota giornalista  Eugenia Ferragina, è stato lo spettacolo nello spettacolo andato in scena ieri in quel bellissimo teatro.


Alla fine della giornata è stato chiesto di gridare tutti insieme: “Viva la Polizia!”. A me non è venuto ieri, per l’emozione che mi ha accompagnato in quel momento e nelle fasi più intense della serata. Ma oggi, mentre scrivo questa breve nota, sì: lo grido, scrivendolo a caratteri cubitali: Viva la Polizia!


La Polizia, quella bella forza dell’ordine che, insieme alle altre forze, garantisce sicurezza ai cittadini, soprattutto in questa fase in cui tutto sembra rompersi e tutto sembra incutere paura: a persone, famiglie, imprese, scuole, ai diversi ambiti della società. E non solo per via della delinquenza, organizzata o spontanea, adulta o adolescenziale, razionale o cieca, che si estende nelle città e anche nei piccoli comuni.


C’è paura per questo sputo di veleno e odio, per questo carico di bombe e di violenza che piove da ogni parte e che, dai territori dei conflitti, arriva fino alle nostre case.


La Polizia “bella” che persegue i delitti, che usa anche la forza fisica per contrastare i criminali, ma che al tempo stesso si muove per le strade e davanti alle scuole con uomini e donne gentili, quasi affettuosi. Davvero rassicuranti, come amici che sai di poter trovare nel momento del bisogno.


È stato un bel racconto, quello di ieri. E a renderlo quasi commovente sono stati due uomini di grande valore: il Prefetto De Rosa, del quale non voglio dire altro in questa sede, altra sarà l’occasione, e il Questore Giuseppe Linares.


Di lui voglio dire ciò che i miei occhi hanno colto e ciò che il mio cuore ha sentito: è un uomo bello. Nella mia idea di bellezza lo è perché è colto, ha una parola elegante e suadente, un pensiero fine e una dialettica solida. Ha una mente forte, sostenuta da un cuore sensibile. Pensa e sente in modo unitario. Parla e scrive — decreti e circolari — con la stessa chiarezza e coerenza.


Usa le parole, che conosce in grande quantità, con misura e precisione, collocandole sempre nel modo più appropriato. Possiede competenza nel lavoro che svolge da trent’anni, attraversando ruoli e gradi diversi, sempre con successo.


Il segreto di questo successo risiede in due elementi fondamentali: la passione, che accompagna la competenza, una passione che sembra connaturata al suo carattere, e la capacità, anch’essa naturale, di leadership. Linares ha la vocazione al comando, che esercita senza autoritarismo, ma con disponibilità al dialogo, anche con i suoi collaboratori, e con apertura rispettosa verso le altre autorità.


È inoltre socievole e, se non si sottrarrà a questa definizione, anche romantico. Questo lo porta ad aprirsi alle persone comuni e ai cittadini con umiltà e disponibilità. Romantico anche per il legame che sviluppa con i territori a cui è assegnato. Lo si nota bene, in questo, anche nel  felice confronto con il prefetto De Rosa: evidente è il suo attaccamento alla nostra città.


E mi piacerebbe, perciò,  vederlo quando, presto(purtroppo per noi, che pure ne saremmo orgogliosi), riceverà la lettera del Ministro che gli comunicherà una nuova e alta nomina. Vorrei vederlo in quel momento, per dirgli: “Bravo, Questore… e mo’?”


Ieri è stata festa. Una bella festa. Della Polizia. Ma anche la  sua.

                      

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