L'estetica è una maschera di cera


 

 IL DEBITO DEL TEMPO

Oltre il crollo del tempio: quando l’anima sopravvive all’atleta.

I nostri vecchi lo ripetevano come un mantra: non lasciarti catturare dall'esteriorità, perché la bellezza è un debito che il tempo riscuote sempre. La bellezza fisica passa. Quella interiore, quando coltivata, migliora nel tempo e non svanisce mai.

Per anni ho custodito quell'insegnamento come un oggetto prezioso ma inutile, perso, come tutti, tra i feticci della giovinezza, tra il culto di muscoli tonici e curve scolpite. Poi, un pomeriggio qualunque, la teoria si è fatta carne — o meglio, assenza di essa.

È bastato girarmi per rispondere a un "ciao" e sprofondare in un déjà-vu spietato. Davanti a me non vidi più l’atleta greco, quell’incastro perfetto di forza e grazia che sfidava la gravità sulle pedane della ginnastica artistica. Lo ricordavo come un simulacro di perfezione: ogni fibra muscolare era un verso di una poesia scolpita nel marmo, una tensione vibrante forgiata da ore di fatica e polvere di magnesio.

La realtà mi sbatteva in faccia un naufragio di tessuti e forme. Le linee rette, una volta tese come corde di violino, erano diventate curve stanche, cedevoli sotto il peso di una gravità non più sfidata. La fierezza del petto, quel torace ampio che sembrava contenere il respiro del mondo, era scivolata inesorabilmente verso il basso, depositandosi nel peso di un ventre prominente e molle. La tartaruga era scappata

La postura, un tempo ieratica e fiera, appariva ora debosciata, quasi arresa, come se l'impalcatura interna che reggeva l'uomo fosse improvvisamente evaporata, lasciando spazio a un corpo che ha smesso di combattere contro lo specchio non per estetismi sterili ma per portare a casa qualche medaglia.

Il tempo, si sa, è uno scultore che lavora al contrario: non toglie il marmo per rivelare la forma, ma logora la forma per svelarne l’essenza. Eppure, in quella spoliazione necessaria, due fari rimanevano accesi: quegli occhi celesti. Due schegge di cielo incastrate tra le rughe, immobili e identiche, come se il cronometro si fosse fermato proprio lì, in quella piccola porzione di volto. In quel momento, il monito dei vecchi è passato dall'essere un saggio consiglio a una verità visibile.

L'estetica è una maschera di cera che si scioglie al primo sole d'agosto; ciò che resta, quando il tempio crolla, è la luce nello sguardo che testimonia l’umana vicenda. Se avessimo solo la carne per definirci, saremmo destinati alla rovina totale, ma aver riconosciuto lo sguardo nel mutamento fisico dimostra che esiste un nucleo, una scintilla umana e vitale che il tempo non può scalfire.

La ginnastica, ovviamente, era finita, le gare erano un’eco lontana, ma l’anima era ancora lì a reclamare il suo spazio. Ho contemplato la vittoria dell’identità sulla forma: la bellezza non era svanita, si era semplicemente ritirata nell'unico luogo, dove il tempo non ha giurisdizione. Quegli occhi celesti brillano di una luce diversa, ora che non devono più competere con la perfezione del corpo. L’uomo, finalmente, ha preso le dovute, naturali, sembianze ed è sopravvissuto all’atleta, adesso è nonno a tempo pieno.

 

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