Coscienza fragile. Potere forte

 di Franco Cimino. 

FACCIAMO LA GUERRA ALLA GUERRA.

E BATTIAMO TUTTI QUEI SIGNOROTTI CHE LA IMPONGONO…


Io so come far cessare la guerra. Le guerre. Queste guerre. Questa guerra, la più antica di tutte.


La farei cessare tagliandole le unghie.

Perché le mani non mi riuscirebbe mai. E neppure la testa.


La guerra è come quei mostri della mitologia o della fantascienza: una creatura con cento teste e trecento mani. E se anche gliele tagliassi tutte, ne produrrebbe altre cento e altre trecento.


Questo non significa che la guerra non possa essere sconfitta. E cancellata. No, questo no.

Per quanto male contenga, per quanta cattiveria la ispiri e la sostanzi, resta sempre un fatto umano. E, come tale, può essere sconfitta.


Ma il tempo che ci vorrà sarà ancora molto lungo.

Poiché l’unica forza davvero invincibile che può cancellarla è l’Amore, con la maiuscola.


L’amore non soltanto come sentimento degli uomini, ma come forza che agisce nelle relazioni umane, nel rapporto degli esseri umani con le strutture e i meccanismi della società. Con le istituzioni. Con la cultura che ricopre le società come un vestito e che, attraverso i valori dominanti, forma le coscienze degli uomini e ne orienta i comportamenti.


Ma far cessare le guerre — interromperne il tempo e limitare l’estensione della loro cattiveria, sospendere il carico di morte e di rovine che trascinano con sé — questo si può fare. E subito.


Basta soffermarsi sulle vere ragioni che le muovono e comprenderle fino in fondo.


Le sintetizzo: sono due.

Ragioni economiche e ragioni di potere.


La ricerca di nuove risorse per nuove ricchezze genera potere, soprattutto quando queste ricchezze si trasferiscono sul terreno politico e istituzionale.


Potere e denaro sono gli alimenti della guerra.


Se l’opinione pubblica mondiale comprendesse pienamente questo e attivasse una vera coscienza politica, interverrebbe con le forbici su quelle unghie. E anche sulle tasche, che pochi guerrafondai gonfiano di denaro lordo di sangue.


Come per molte cose della vita, tre è il numero perfetto. Tre per tre è l’operazione migliore.


Mi spiego.


Se il petrolio e la proprietà su di esso, se quelle famose materie prime indispensabili per costruire strumenti bellici — dalle armi agli aerei, dai carri armati ai camion — sono mezzi fondamentali per accumulare denaro e potere, allora basterebbero tre giorni per tre settimane consecutive in cui i cittadini del mondo si astenessero dal comprare prodotti superflui. Soprattutto, se correlati a quelle materie. 


Io credo che le unghie della guerra verrebbero tagliate.


Sì, so bene quale obiezione mi viene rivolta: che le industrie, tutte — anche quelle che producono strumenti di guerra — danno lavoro a milioni di persone e quindi pane a milioni di famiglie. E che i governi devono garantire lavoro e garantirsi il consenso elettorale.


Ma è proprio questa la fragilità che i pochi potenti hanno trasformato nella forza del sistema che essi stessi hanno costruito.


Coscienza fragile, potere forte.

Bisogni indotti, soldi per pochi.

E guerra per tutti.


Eppure la storia insegna che non c’è cambiamento senza sofferenza. Non c’è domani senza la durezza dell’oggi. Non c’è rivoluzione senza sacrifici. E il proprio sangue versato. 


Ci lamentiamo — e lo faremo sempre di più — dell’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, spesso determinato proprio dalle guerre.


Prendiamo l’esempio del petrolio.


A ogni conflitto il costo di benzina e gasolio aumenta vertiginosamente e poi, quasi sempre, resta alto anche quando il conflitto finisce.


Milioni di litri vengono consumati ogni giorno dagli automobilisti. Se per tre giorni ci fermassimo e non prendessimo l’automobile — se camminassimo, usassimo i mezzi pubblici o restassimo a casa — il mercato di questo oro nero, ormai mezzo rosso di sangue, subirebbe un colpo pesante.


I potenti perderebbero forza.

I signori della guerra perderebbero soldi per continuare a combattere.


Tre giorni soltanto. Per tre settimane consecutive soltanto.


Lo stesso vale per altri consumi.


Le automobili, per esempio. Se per quei tre giorni si evitasse di comprarle, la paura crescerebbe tra i signori del mercato.


Tra i beni essenziali ci sono poi quelli alimentari, che pesano sempre di più sulle famiglie. Anche qui si potrebbe immaginare una sorta di sciopero degli acquisti: tre giorni per tre settimane consecutive senza assaltare supermercati e centri commerciali.


Garantiti i bisogni dei bambini, degli anziani e dei malati, potremmo perfino mangiare un po’ di meno. O digiunare.


Vedreste come la paura salirebbe anche da quelle parti! 


Sì, so cosa mi verrebbe detto.


La critica è facile da riassumere:

“Il solito inconcludente parolaio che si nasconde dietro la romantica figura del poeta e del pacifista della domenica.”


È una contestazione che accetto.


Anzi, vi aggiungo una didascalia ancora più romantica e provocatoria:


“Facciamo la guerra alla guerra.

Mettiamo le mani vuote contro i fucili carichi.”


Scriviamolo sui muri della nostra vita quotidiana: nelle scuole, nelle università, nelle chiese, nelle case, sugli spalti degli stadi.


Stampiamolo nella nostra mente.


Facciamone il ritmo di nuove parole.

La musica di una nuova coscienza democratica.

L’armonia di un nuovo modo di sentirci umani.


E che importa se non funzionerà subito! 


Nel tempo delle nostre fragilità e delle nostre paure potrebbe anche non funzionare affatto.


Ma noi, che siamo responsabili, tutti insieme, di aver costruito questo mondo di violenza, noi che la violenza la viviamo ogni giorno, noi che ricattati dal falso benessere e educati alla competizione per il potere abbiamo lasciato fare le guerre senza dire una parola,  abbiamo il dovere di lavorare per il domani.


Educhiamo i giovani a una nuova cultura del disarmo.


Disarmiamo l’odio che nutriamo.

Il senso di potenza che cerchiamo.

L’istinto a ferire gli altri per costruire il nostro bene.


Disarmiamoci.

E disarmiamo anche loro.


La nostra rivoluzione di oggi — romantica, forse velleitaria — potrà costruire la coscienza umana di domani.


Una generazione di giovani forti di coscienza civile e politica.


E una cultura della pace in cui la parola guerra sarà svuotata di significato, fino a diventare inutile perfino nel dizionario.


Franco Cimino

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