Quale cultura sui social?
A proposito di cultura:
Non so se c'è da restare basiti oppure passare oltre alla
provocazione, perché senz’altro di questo si tratta! Di una banalissima e
perciò insignificante provocazione di qualche presunto “intellettuale” convito
che il suo nozionismo possa favorire la cultura collettiva o più miseramente concimare miseri orticelli.
Ho tempo da perdere proficuamente, sempre! E quindi spendo
qualche minuto per dire no a quanti vogliono farsi pagare al pari di una “meretrice” = come scrive testualmente nel messaggio affidato ai social il presunto
personaggio in questione. E dico NO convintamente alla sua richiesta
mercificatoria del sapere. Non sono mai andato a “puttane” per il semplice
motivo che non amo la merce effimera a pagamento. Pretendo l’anima delle cose e
ancor a di più l’intelletto delle persone con cui interagisco.
Capisco perfettamente il senso di fastidio in chi contesta
tali atteggiamenti. C’è una differenza abissale tra chi vive di cultura e chi
tenta di monetizzare il proprio nozionismo trattandolo come una merce da banco,
privandolo di quell'anima che dovrebbe essere, per definizione, libera e condivisa.
Spezziamo una lancia contro la "mercificazione
dell'intelletto":
L’intelletto non è merce di scambio!
Esiste una sottile, ma violentissima, differenza tra il
valore della cultura e il prezzo di un nozionismo sterile. Recentemente
leggiamo di "intellettuali" che, con una spocchia pari solo alla loro
aridità, paragonano la diffusione del sapere a una prestazione mercenaria.
Vogliono essere pagati al pari di "meretrici"? Accontentiamoli
con il silenzio. Perché chi riduce il pensiero a una transazione commerciale
sta ammettendo un limite invalicabile: non possiede cultura, ma solo un
catalogo di informazioni.
Io dico NO a questa visione mercificatoria. La vera cultura
non si vende a peso e non si consuma come un bene effimero. L’interazione
intellettuale richiede un’anima, una scintilla, una generosità che il
"mercante di sapere" non può nemmeno concepire. Non cerchiamo il
piacere a pagamento di un concetto spiegato col tassametro acceso; cerchiamo
l'altezza di un pensiero che si offre perché non può fare a meno di esistere.
La cultura è un incontro, non un contratto. Restiamo pure
"basiti" davanti a tanta presunzione, ma poi passiamo oltre: il vero
sapere abita altrove.
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