La tirannia del tempo
Le querce sono nude, immobili nel loro legno nero, come se
rifiutassero di cedere al richiamo della primavera. Restano lì, austere e
pazienti, più sagge di noi che ci lasciamo confondere dai calendari e dalle
illusioni del tempo. La campagna, dopo la pioggia scrosciante, brilla di una
trasparenza fragile, mentre dentro casa il calore del pranzo si mescola ai
ricordi e alle voci dei commensali riuniti per celebrare i 101 anni di nonna
Maria. Un traguardo che sembra un miracolo in un mondo che si sgretola a pezzi,
tra guerre, distanze e geografie mentali che non coincidono più. Eppure lei
sorride, si commuove, ripete le stesse frasi come un filo che tiene insieme
passato e presente. Fuori l’acqua continua a cadere, come se volesse proteggere
i nostri pensieri più tristi. Dentro, il tempo scorre, lento e ostinato,
proprio come le querce.
Le querce e il tempo che non si lascia ingannare
Le querce nude, ostinate nel loro rifiuto di lasciarsi
sedurre dal calendario, sembrano custodire una saggezza che a noi sfugge. Non
anticipano, non si fanno trascinare dall’illusione del “dovrebbe essere
primavera”. Restano ferme, radicate, attente.
Forse è proprio questa la loro lezione: il tempo non è un
obbligo, è un ascolto. E chi ha attraversato abbastanza stagioni sa che la
fretta è solo un’invenzione umana.
La campagna traslucida e la pioggia copre i pensieri, si sta
bene davanti al caminetto a osservare la legna che arde. Mentre fuori la
pioggia scroscia dentro si celebra un compleanno centenario. Il contrasto quasi
cinematografico lascia libera l’immaginazione. Fuori l’acqua lava, dentro il
vociare si stratifica ma non rende partecipi appieno. Nel rumore di fondo, qualcosa stride: le
risate sembrano troppo leggere, i brindisi troppo automatici. Come se la festa
non riuscisse davvero a cancellare la consapevolezza di un mondo che si
sgretola a pezzi, proprio come diceva Francesco.
I 101 anni di nonna Maria è un evento: un miracolo fragile!
Centouno anni. Una cifra che oggi appare quasi un atto di
resistenza. Nonna Maria sorride, si commuove, ripete le stesse frasi come un
mantra che tiene insieme passato e presente. La sua memoria è un archivio
prezioso, ma anche un luogo che si assottiglia.
E mentre lei ripete, il tempo scorre. Non per lei soltanto,
ma per tutti noi che la guardiamo e ci rendiamo conto che la durata non è mai
garanzia di comprensione in un mondo che deforma geografie, menti, percezioni. Ma
perché pensare ai drammi in un giorno di festa? Come si potrebbe non pensarci!
La guerra “a pezzi” non è solo un’immagine geopolitica: è
una condizione mentale. Papa Francesco l’aveva
compreso e magari anche chi, pur non possedendo la medesima lucidità, ha sentito
venti di sterminio negli echi di una determinazione mentale malata.
Le percezioni si frantumano, le realtà divergono, ognuno si
costruisce un proprio recinto interpretativo.
Gli imperi ridisegnano mappe come se fossero giochi da
tavolo, mentre le ideologie — religiose, politiche, identitarie — diventano
strumenti di manipolazione più che di senso.
E intanto, chi dovrebbe essere qui a festeggiare non c’è.
Forse per paura, forse per distanza, forse per quella polarizzazione che
attraversa anche le famiglie. L’America è lontana, dall’altra parte della luna,
per dirla con Dalla.
Il tempo scorre e la domanda resta. In mezzo a tutto questo
turbinio, la scena è semplice. Attorno ad una tavola apparecchiata, una nonna
compie 101 anni, la pioggia batte sui vetri, le querce aspettano la loro
stagione e noi, sospesi tra la tenerezza e l’inquietudine, ci chiediamo cosa
significhi davvero “durare”.
Forse è questo il punto: il tempo non è un traguardo, ma un
modo di stare nel mondo. E chi arriva a
101 anni, pur con le sue ripetizioni e le sue fragilità, ci ricorda che la vita
non è fatta di certezze, ma di presenze.
Di radici, come quelle querce messe a dimora da chissà chi. Di attese.
Di memorie che si ripetono per non dissolversi.

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