Il dio dell'amore

 di Franco Cimino. 


Ah, l’amore...


CHE BELLA SERATA IERI SERA AL COMUNALE! UNA SERATA STRAORDINARIA DI CINEMA E D’AMORE, SOTTO LA REGIA DEI NOSTRI DUE FRANCESCO E SULLO SCHERMO “IL DIO DELL’AMORE”… E QUEL COLELLA, CHE DOMINA SEMPRE. DA GIGANTE! …


Ah, l’amore, l’amore: quel sentimento che occupa, nelle diverse forme e nei molteplici aspetti — formali, verbali, psicologici — tutta la nostra vita; quel sentimento che pensiamo di conoscere perché lo affidiamo alla forza che, in modo diverso, si muove dentro di noi. Dal sangue che scorre nelle vene, al cuore che tambureggia in maniera incontrollata, ai pensieri che ci ballano in testa senza musica e senza orchestra.


Ah, l’amore, l’amore: quella cosa che chiamiamo amore, di cui abbiamo tutti fortemente bisogno, ma che quasi mai davvero conosciamo. E poche volte, forse, capiamo. Magari tardi, quando è passato e non ce ne siamo accorti; quando è finito e ci è rimasto il vuoto nelle mani, ovvero quando non c’è più e ci lascia nel dolore.


Ah, l’amore, l’amore: questa risorsa strana che ci fa sentire potenti e deboli nello stesso tempo. E sempre per lo stesso unico motivo: il possesso. Della persona amata, quando ci sentiamo macisti, o della persona perduta, quando ci ha lasciato e ci sentiamo piccoli, così piccoli da aver paura. Noi, di noi e della nostra debolezza. L’altro/a di noi e della nostra incontrollata rabbia.


Ah, l’amore, l’amore: Eros o Cupido, con le frecce nell’arco o con il cuore nelle mani; che vorrebbe decidere di noi, che si fa diavoletto tentatore o angelo consolatore. Minaccia o promessa. Figlio degli dèi o spiritello dell’esercito del male. Che ci accarezza o ci provoca, che arriva in sogno o si fa incubo, e ci tiene comunque sempre svegli, per la gioia o per l’incertezza.


Eh, l’amore, questa cosa misteriosa che non riusciamo mai a capire, perché non riusciamo mai a sentire da dove provenga e dove voglia andare. Ci cade in testa come un macigno o penetra nel petto come un pugnale, ma non riusciamo mai a vedere chi li abbia lanciati.


L’amore che snobbiamo quando non lo sentiamo, che ridicolizziamo quando lo vediamo tormentato negli altri; che nascondiamo quando sta per arrivare a noi; di cui ci vergogniamo quando ci chiede parole che non sappiamo dire e pretende gesti teneri e poetici che neppure nella letteratura di Shakespeare ci sembra di leggere o ricevere.


Questo amore che vorrebbe che gli scrivessimo continuamente lettere che non scriviamo, se non quando piangiamo per esso; questo amore che ha bisogno di noi e che pure neghiamo in qualsiasi forma si manifesti nella vita. Che neppure cerchiamo oggi, in questo oggi fatto di violenza, di respingimenti, di rifiuti degli esseri umani. Questo oggi pieno di egoismo e di guerre che proprio questo egoismo alimenta.


Ah, l’amore, che non sappiamo più come si scriva: se con la maiuscola o con la minuscola. E se quella frase antica, romantica — “ti amo” — sia davvero corredo linguistico di quel sentimento.


Eh, “ti amo”: quante volte lo diciamo e quante volte ce lo sentiamo dire? Poche, sicuramente. E con un orecchio distratto, se lo riceviamo; o con la parola spezzata nella bocca, se lo diciamo. Oppure pronunciato con la velocità di un centometrista. Quando invece andrebbe detto come una poesia, piano piano, quasi trattenuto per la voglia di non lasciarlo andare.


Oppure detto lentamente, per il suo vero significato: andare incontro all’altro. “Ti amo” detto sempre più lentamente, come a voler dire: io vengo da te. Perché amore forse significa non aspettare, ma andare; non inseguire, ma andare verso.


Lungo quel cammino in cui l’amata/o — come giusto che sia — o sta venendo incontro a te o sta andando, per sue necessità, anche d’amore, più lontano da te. Lungo quel percorso dell’amore che non conta i chilometri né il tempo. Perché l’amore non ha tempo e non si stanca di camminare.


Ah, l’amore: come attesa, come nostalgia, come incontro, come ricordo, come rimpianto, come gioia, come dolore, come speranza, come disperazione, come tormento ed estasi, come rabbia e come quiete; cielo in tempesta e mare riposato.


Amore come perdita e dolore infinito per la perdita: non quella dell’abbandono di chi fugge per liberarsi di qualcosa che non è più amore, o che non lo è mai stato; ma la perdita del dover andar via, e quella dell’assenza. Il dolore più grande, che è proprio dell’amore. Perché non c’è amore senza perdita, non c’è presenza senza la conseguente assenza.


Dolore e assenza che sono sempre inferiori alla gioia infinita che ti ha dato l’amore, sceso su di te come una grazia. Perché l’amore è un miracolo che non si interrompe mai. È tanto bello che basta amare per essere felici di aver amato e di aver conosciuto l’amore.


Molti di questi temi — e altri che ho messo in questa riflessione — sono presenti nel film che ho visto ieri sera al Comunale, il teatro e il cinema nel cuore del centro storico. “Il Dio dell’Amore” è il titolo. Francesco Lagi ne è il regista. Protagonisti, tutti uguali in scena, molti bravi attori, alcuni ben noti.


Tutti efficaci in questa narrazione difficile e dal ritmo lento. Volutamente lenta, credo, senza che le due ore piene della pellicola stanchino. È un film bello. Io, che non ho strumenti tecnici e specialistici per giudicare, parlo del mio sentire, senza alcuna pretesa critica.


Non è un capolavoro né un aspirante vincitore di festival, ma è un bel film. Da vedere assolutamente.


E nella città, visto che resterà in programmazione per quindici giorni con tre proiezioni giornaliere — alle 15, alle 18 e alle 20:30 — come ha detto con ironia l’attore protagonista, il nostro Francesco Colella sempre più bravo e ormai proiettato verso successi sempre più importanti.


Ieri sera, nella prima nazionale, che proprio lui ha voluto fosse a Catanzaro, prima e dopo la proiezione ci ha deliziato con una breve ma intensa presentazione e ci ha divertito con la sua ironia sulle contraddizioni dell’amore e sui nostri comportamenti.


Straordinaria la sua interpretazione, che attraversa le due ore del film nel segno di Ovidio, il poeta che ha detto tutto dell’amore e che, forse, alla fine non avrebbe capito nulla.


Il film è forse un po’ ambizioso, ma sicuramente coraggioso nel proporre un tema così controverso e complesso, in una stagione in cui l’amore sembra essere lo straniero più scomodo dentro di noi, “l’immigrato” più odiato nelle nostre vite. Quel “diverso” fastidioso che si muove nella nostra società e che vorrebbe addirittura educarci ad accoglierlo.


Prezioso questo film, perché ci parla dell’amore in una delle stagioni più terribili, in cui egoismo, povertà e odio alimentano le guerre che stiamo vivendo: quelle tra Paesi, quelle interne, quelle domestiche.


La guerra tra generazioni e dentro le generazioni, con questa esplosione di violenza contro ciò che rappresenta la regola, la legge, l’equilibrio necessario alla società. La guerra dei giovani contro sé stessi, e quella degli adulti tra loro, incapaci di comprendere i giovani e il nuovo.


Coraggioso, forse, anche nell’indicarci — sia pure con il rischio di un ripiegamento nel privato — la via dell’amore intimo come risposta alle nostre angosce e solitudini.


Forse è un po’ troppo ambizioso, ripeto, ma è davvero un contributo prezioso. Quantomeno per interrogarci nella nostra intimità e riscoprire il valore della persona che, subito dopo questo film, vorremmo andare a trovare — se non fosse già accanto a noi durante la visione.


Un grazie particolare va al nostro Francesco Colella, che da solo merita il doppio del prezzo del biglietto. E ancora grazie a Francesco Passafaro per l’accoglienza, sempre segnata dalla sua finezza di uomo di teatro.


Ultima considerazione, rivolta soprattutto a chi ha vissuto il Comunale negli anni in cui Internet non c’era e il cinema era una grande piazza: vederlo oggi, dopo molti anni, pieno di gente è davvero un dono dell’amore. Che spero resti.

                                   Franco Cimino

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