DALLA CIVILTÀ DI PLASTICA ALL'APOCALISSE

di Franco Cimino. 

 … chiuderemo i riscaldamenti e stiperemo le stufe

nei vecchi cassettoni o nelle cantine se le abbiamo, 

torneremo a sentire il letto e le lenzuola bagnati d’umidità e moriremo di freddo. Sentiremo così forte l’inverno anche in primavera e forse pure in estate. 

Se non staremo come i napoletani dei bassi antichi tutto il giorno della luce all’aperto. 

Sarà pure bello perché ritorneremo a incontrarci tra persone che siamo diventate sconosciute.

 Magari pure rideremo e scherzeremo nascondendo o esorcizzando, come fa tarantella, lacrime e dolori.  

Ma non ci piacerà più di farlo. 

Ché a tornare indietro si sente di più il freddo. 

Ché avevamo dimenticato. Spegneremo le luci, oppure le terremo basse. 

E così basse che sembrerà buio al lume di candela, 

e non ci vedremo negli occhi. 

Non vedremo gli occhi dell’amata/o 

e gli occhi dei nostri figli, i visi dei nostri cari.

Non scriveremo per evitare di consumare inchiostro e i pensieri sulle parole fredde che ci sono rimaste

Mangeremo di meno, la carne, il pesce soprattutto. 

Diremo che non ci piacevano prima e li mangiavamo perché ce n’erano in sovrabbondanza. Cammineremo a piedi e dimenticheremo pure dove avremo parcheggiato l’auto se non ce l’avranno già rubata. 

Per venderla a pezzi mica per usarla.  

Per recuperare qualcosa per il pane se lo si trovasse ancora. 

I distributori di benzina saranno come quelle vecchie stazioni abbandonate, rifugio dei disperati più disperati. 

Di chi non ha più nulla e luogo dove andare. Le stazioni dei treni saranno vuote e vagoni fermi alla tristezza di un binario ci diranno di noi più di quanto non avremo ancora capito. Andremo a piedi, per camminate stanche e i piedi già gonfi d’altro. 

Magari della sete del corpo che perde l’acqua che non trova. E faremo sempre la stessa strada. 

Quella che si ferma ai piedi degli stadi muti e degli scheletri giganti, poco tempo prima simboli di un benessere fittizio e di un finto progresso. Oggi misterioso quello delle città chiuse alle e dentro le Città. 

Avevano e donavano tutto e tutto vendevano, anche i diecimila passi per muoverti dentro, sgomitando e ansimando. 

Non avevano però il cielo e l’aria e il vento e l’affaccio sul mare o sulle colline. 

E, prigionieri liberi, non ce ne siamo accorti. 

Era la civiltà di plastica. 

Che ci vendevano per modernità. 

E noi l’abbiamo comprata a rate per due vite.

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