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Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Maggio 1978 – La tela, la Repubblica e il destino-

 


Maggio 1978 non fu un mese come gli altri. Fu una crepa temporale, un punto di rottura nella storia repubblicana. L’Italia viveva immersa in un clima in cui la violenza cercava legittimazione nelle ideologie, e le ideologie si lasciavano contaminare dalla violenza. Le Brigate Rosse — organizzazione responsabile di sequestri, omicidi e attentati, riconosciuta come gruppo terroristico — colpivano magistrati, giornalisti, uomini delle forze dell’ordine, figure che rappresentavano lo Stato in un momento in cui lo Stato stesso sembrava vacillare. A destra e a sinistra, gruppi armati rivendicavano azioni che ferivano la società civile e ne minavano la fiducia.

 

In questo scenario, il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro rappresentarono un trauma collettivo. Non occorreva essere democristiani per sentirsi colpiti: bastava essere cittadini. Moro incarnava un’idea di politica come costruzione lenta, come dialogo, come fatica del compromesso. La sua morte non fu solo la fine di un uomo, ma la sospensione di un metodo, di una possibilità, di un’idea di Paese che cercava di tenere insieme differenze e conflitti.

 


In quei giorni, mentre l’Italia tratteneva il fiato, io ero davanti a una tela. Lavoravo con i colori a olio, una tecnica che non concede scorciatoie: richiede lentezza, sedimentazione, ritorno sul gesto. La pittura, con i suoi tempi lunghi, sembrava opporsi alla brutalità del tempo storico. Era come se la tela mi imponesse un ritmo diverso, un respiro più profondo, mentre fuori tutto precipitava.

 

Ricordo con precisione il momento in cui nacque lo schizzo. Non fu meditato: fu un lampo. Una testa che non era un volto, ma un campo di tensioni. Uomo e donna, bene e male, ascolto e silenzio, rumore e attesa. Una figura attraversata da dualità, come se la tela avesse assorbito l’aria del Paese e l’avesse restituita sotto forma di conflitto interiore. Una vita segnata dal destino, o forse dal tentativo di sottrarsi al destino.

E  la domanda, allora come oggi, rimane aperta: 

Siamo davvero padroni del nostro cammino, o siamo trascinati da forze più grandi di noi? Possiamo determinare il corso degli eventi, o siamo solo spettatori di una storia che ci supera? 

E soprattutto: si può cancellare un pensiero con la violenza?

 

La storia suggerisce di no. 

Si può uccidere un uomo, ma non ciò che quell’uomo rappresenta.

 

La scelta dello Stato di non trattare con i terroristi — scelta che molti continuano a difendere — rimane per me una ferita aperta. Non perché si potesse salvare un singolo uomo, ma perché si sarebbe potuto salvare un principio: la sacralità della vita, anche quando la politica è sotto assedio. La fermezza, quando diventa rigidità, rischia di trasformarsi in una forma di cecità.

 

Oggi, riguardando quella tela nata in quei giorni, comprendo che non stavo dipingendo un’immagine: stavo dipingendo un’epoca. Stavo dipingendo la frattura tra ciò che l’uomo vorrebbe essere e ciò che la storia gli impone di diventare. Stavo dipingendo la domanda che ancora mi accompagna: 

Come si attraversa il male senza farsene contaminare?

 

Forse l’arte serve a questo: a dare forma all’indicibile, a trattenere ciò che la storia tende a cancellare, a custodire la complessità quando la realtà pretende semplificazioni brutali. 

Forse la memoria serve a questo: a impedire che il destino diventi un alibi.

 

Per me, la morte di Aldo Moro rimane una ferita aperta. 

E come tutte le ferite aperte, continua a chiedere responsabilità, vigilanza, e un pensiero che non si lasci intimidire dalla violenza.

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