J'accuse moi
«Non ho la statura di Émile Zola, ma ne riconosco la postura morale: scegliere la chiarezza quando il non detto alimenta sospetti.»
J’accuse.
Accuso la mia
veemenza, che talvolta ha amplificato oltre misura il mio desiderio di
contribuire al dibattito culturale e civico della città. Accuso l’enfasi, che
ha trasformato l’esposizione mediatica in qualcosa di distante dalle mie
intenzioni iniziali.
Accuso la perdita di
realismo, quello che tiene i piedi per terra.
Accuso la mancanza di
autoironia e la tendenza — forse ingenua, forse ostinata — a trasformare ogni
pensiero in proposta culturale. …
…
Potrei elencare molte
altre mancanze, ma sarebbe un esercizio sterile. Non voglio alimentare il
chiacchiericcio né dare nuovo fiato alle favole metropolitane che certi poteri,
troppo timidi per esporsi e troppo zelanti nel sussurrare, continuano a far
circolare per convenienza.
Non ho certo la
statura di Émile Zola, ma riconosco nella sua postura morale — quella di chi
sceglie la chiarezza alla reticenza — un riferimento utile in tempi in cui il
non detto diventa carburante per sospetti e narrazioni tossiche.
A mia discolpa — se
una discolpa serve — rivendico la sola cosa che posso affermare senza
esitazione: la bontà delle intenzioni. Ho sempre lavorato con onestà
intellettuale, facendo ciò che potevo fare davvero, accettando errori
inevitabili e necessari per crescere.
Il resto lo lascio a
chi preferisce le ombre ai fatti. Io continuo a camminare nella luce del
possibile.

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