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“comu sempa u morzeddhu e trippa nu mangiamu a fine annu. Nc'è cu vò propriu u morzeddu e suffrittu, cu a carna do porcu ppe' l'urtima e l'annu. I fimmini e na vota s'appricavanu: tagghjavanu u centu pezzi, a trippa e u cannarozzu a strisci , jiungianu nu pezzu e grassu nta cassarola, però prima suffriijanu nu spicchjiu e agghjiu nte l'ogghjiu d'oliva. Chissu u jiornu prima pemma si portanu avanti ccu i serbizzi da fhesta. e a matina do' trentunu cu segua a tradizziona và a lu fhurnu pp'e' i pitti.” Beh, una scena così merita di diventare racconto, con quel ritmo misto tra italiano e dialetto che profuma di casa e di fine anno.
Oggi trippa. Da una vecchia ricetta contadina. Una antica ricetta tramandata da madre a figlia oralmente impone pochi ma imprescindibili regole. La prima, che è quella che dà gusto alla pietanza, impone di sciogliere del grasso e fare rosolare uno spicchio di aglio nel tegame prima di aggiungere la trippa ben pulita, lavata e bollita. La seconda consiste nell'aggiungere l'acqua della bollitura insieme al sugo di pomodoro e qualche cucchiaio di concentrato di pomodoro. Ma vediamo insieme la scaletta così da non sbagliare. Procediamo per gradi. Ecco cosa serve per una pietanza: trippa, qb alla bisogna; sale q.b. aglio; origano; passata di pomodoro; peperoncino piccante; un po' di grasso. Una volta che abbiamo tutti gli ingredienti iniziamo col fare bollire l'acqua. Aggiungiamo la trippa lasciandola bollire per cinque minuti. Manteniamo l'acqua che ci servirà in seguito. Facciamo bollire a parte il grasso e poi passiamolo al...
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