Memorie

 

Rivedersi nel tempo

 Un archivio di volti, gesti e presenze che continuano a parlare al presente

Rivedersi paracadutato nel 1990 è un salto nella memoria. Una memoria offuscata dal tempo, come una pellicola che ha perso nitidezza ma non significato. Molte sfumature sono sbiadite, eppure non si sono mai cancellate del tutto. I servizi del TGR di quegli anni le ravvivano: riportano alla luce volti, gesti, luoghi che credevo consegnati al silenzio.

In quei fotogrammi rivedo i ragazzi di allora, oggi adulti, ciascuno con il proprio ruolo sociale, con la propria traiettoria. Li ho accuditi come figli, e come tali rimangono: nell’angolo degli affetti indelebili, alla pari dei figli, appunto. Alcuni sono rimasti in contatto, altri — secondo il ritmo naturale della vita — li ho persi di vista. Ma so che qualcuno è biologa, ingegnere, architetto, docente, madre. E so anche che qualcuno, purtroppo, non c’è più.

Rivedere quelle immagini significa riconoscere che il tempo non cancella: stratifica. E in quella stratificazione ritrovo il senso di un impegno civile che non appartiene solo a me, ma a una comunità intera che ha provato, insieme, a crescere.

Questo canale raccoglie una memoria viva composta di frammenti di storia sociale, documentati dai servizi del TGR. I materiali d’epoca documentano la mia presenza d’artista nel quartiere Corvo fin dagli anni Novanta e nella città ancora prima, dagli inizi degli anni Settanta.
Rivedere quelle immagini — quasi “paracadutate” nel 1990 — è un salto nel tempo: una memoria offuscata, sì, ma mai cancellata. I volti dei ragazzi di allora, oggi adulti nei loro ruoli sociali, riemergono come affetti indelebili, figli di un percorso condiviso. Alcuni sono rimasti vicini, altri si son persi di vista, qualcuno purtroppo non c’è più.
Questi video non sono inseriti con o per nostalgia ma perché  sono frammenti di testimonianza civile, tracce di un impegno che ha attraversato generazioni e che continua a parlare al presente.

Il canale è un archivio, un luogo di memoria digitale in cui frammenti di vissuto sociale sono restituiti alla comunità. Non è un semplice contenitore di video: è un gesto di cura verso il passato e verso le persone che lo hanno vissuto.

I materiali caricati — servizi del TGR, riprese d’epoca, testimonianze di attività nel quartiere Corvo e nella città di Catanzaro — compongono una mappa affettiva di un tempo in cui l’impegno sociale era fatto di presenza, prossimità, ascolto.
Rivedersi “paracadutato nel 1990” diventa qui un atto di riconoscimento: non nostalgia, ma riemersione di un senso, di un ruolo, di una responsabilità condivisa.

Attraverso il canale si intende mostrare un tratto raro, altrimenti dimenticato e perso: la continuità generazionale.

 I ragazzi di allora — oggi adulti, professionisti, genitori — appaiono come fili di continuità sociale che non si spezza. Alcuni sono rimasti vicini, altri si sono dispersi secondo le traiettorie della vita, qualcuno purtroppo non c’è più. Ma tutti, in modi diversi, abitano ancora il mio archivio emotivo: composto di figure di un tempo che continua a parlare e a esistere.

La scelta di pubblicare questi materiali su YouTube ha un valore preciso: rendere pubblico ciò che era privato, restituire alla comunità una parte della sua stessa storia. È un atto di trasparenza e di ricostruzione.
Un archivio che non vuole celebrare, ma testimoniare il lavoro scaturito e alimentato dall’empatia.

In un’epoca in cui la memoria collettiva rischia di dissolversi nella velocità del presente, questo spazio intende offrire un controcampo: un luogo dove il passato non è un reperto, ma una traccia viva, un invito a ricordare che l’impegno civile è fatto di volti, di storie, di gesti quotidiani. E, spesso, d’incomprensioni.


Una nota personale: la scomparsa di Gigi Verduci

Proprio mentre scrivo queste righe, mi raggiunge la notizia della scomparsa di Gigi Verduci, storico corniciaio nei pressi del Duomo. La sua bottega era un approdo sicuro: un luogo dove i pittori andavano per necessità, certo, ma anche per il piacere di essere accolti, incontrarsi e scambiare opinioni.
Gigi — insieme al fratello Nino — aveva il dono raro di ricevere chiunque con un sorriso, senza distinzione tra clienti e curiosi, tra professionisti e ragazzi alle prime armi.

Con il tempo diventammo amici, più che venditore e acquirente e, andavo anche quando non avevo nulla da comprare; e negli anni in cui tenni attivo lo studio d’arte indirizzai lì molti allievi: sapevo che avrebbero trovato non solo competenza, ma gentilezza.
Poi la stanchezza, le ambagi, le traiettorie della vita mi hanno portato altrove. Ma la memoria di quella bottega — fatta di legno, cornici, odore di carta e conversazioni lente — resta intatta.

La sua scomparsa si intreccia naturalmente con questo archivio digitale: perché anche lui, a suo modo, appartiene a quella trama di presenze che hanno sostenuto, nutrito e accompagnato un percorso artistico e umano.
Un altro volto che si aggiunge alla mappa degli affetti, un altro tassello della nostra storia condivisa.


 

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