Meloni il governo più longevo
Governo. La durata non basta se la stabilità diventa un alibi.
Se la longevità di un governo è celebrata come un traguardo in sé, il rischio è confondere la tenuta del potere con la qualità dell’azione politica.
La narrazione ricorrente sulla “stabilità” dell’attuale esecutivo è spesso proposta come un successo straordinario. Ma la domanda di fondo resta: la durata è davvero un indicatore di buon governo, o solo un effetto collaterale del sistema?
Molti osservatori sottolineano che l’esito era prevedibile.
L’attuale legge elettorale garantisce a chi vince un margine parlamentare tale
da rendere la legislatura una strada in discesa, indipendentemente
dall’evoluzione del consenso nel Paese. A questo si aggiunge una volontà quasi
ostinata di arrivare al quinto anno, anche a costo di assorbire contraddizioni,
incidenti di percorso e scelte controverse.
Quando la stabilità diventa un fine e non un mezzo, può
trasformarsi in immobilismo o in una gestione del potere scollegata dal merito
delle questioni. Rivendicare la semplice “durata” in un sistema che tutela i
vincitori rischia di assomigliare a vantarsi di aver concluso una gara con le
scarpe migliori mentre gli altri correvano scalzi.
Questa distanza tra retorica e realtà emerge con forza guardando al mondo del lavoro.
Il giovane che non c'è più dietro il bancone di un negozio di
elettronica, assunto con contratti a termine, senza ferie né malattia, pagato
settecento euro più qualche incentivo, mostra un’altra faccia della stabilità:
quella negata. Questi lavoratori, pur dotati di competenze tecniche e capacità
relazionali, invecchiano insieme al brand che promuovono, senza prospettive di
crescita e con salari che non permettono una vita dignitosa. Restano legati a
un’occupazione che offre poco, perché il mercato offre ancora meno.
Secondo molte analisi critiche, quando le politiche
pubbliche privilegiano gli incentivi alle imprese senza intervenire sui salari
minimi o sulle tutele, si consolida un modello in cui la stabilità
istituzionale non coincide con la stabilità sociale. È in questo divario che si
colloca la percezione di una distanza crescente tra chi governa e chi lavora.
In definitiva, la questione non è se la stabilità sia un
valore assoluto, ma come è ottenuta e a vantaggio di chi. Una democrazia matura
non misura la qualità di un governo dal numero dei suoi giorni, ma dalla
capacità di migliorare quelli dei cittadini.
