Meloni, la carota e il bastone
Il ricatto di Sansone e il silenzio dei costituenti.
Dietro l’approvazione forzata della nuova legge elettorale si consuma lo strappo di una politica personalistica. Contro i venditori di fumo e i ricatti di palazzo, la salvezza della democrazia risiede ancora nei custodi della Carta e nel ritorno alla competenza.
L’epilogo era scritto, ma non per questo fa meno impressione. Sotto gli occhi vigili delle sentinelle di Montecitorio, la maggioranza ha votato compatta, senza cedere di un millimetro, approvando la nuova legge elettorale parola per parola, persino nelle virgole.
Tutto è andato esattamente come voleva la premier Giorgia Meloni.
Eppure, dietro questa apparente prova di forza monolitica,
si nasconde il metodo del ricatto politico: quel «se non fate come dico io,
andate tutti a casa» che sa tanto di minaccia da ultima spiaggia.
Un atteggiamento che evoca il biblico mito di Sansone che muore con tutti i filistei, utilizzato non per edificare, ma per piegare i partner di coalizione al proprio volere.
Ci si chiede, tuttavia, se questa riforma sia farina del suo
sacco o il frutto di dinamiche più profonde e opache.
Di fronte a quello che appare un atto d’imperio, le menti
autenticamente democratiche non possono che volgere lo sguardo altrove,
sperando nella vigilanza costituzionale della Consulta.
Quando le regole del gioco sono cambiate per via muscolare, l’organo di garanzia della Corte Costituzionale rimane l’ultimo baluardo a difesa del "Popolo", quello vero, i cui diritti non possono essere calpestati dalle contingenze di governo.
Mentre la maggioranza serra i ranghi attorno al capo,
l'opposizione naviga ancora alla ricerca di una quadra strategica.
Eppure, qualcosa si muove sotto la superficie.
A sinistra spuntano sigle nuove e programmi che sembrano
voler rimettere al centro il pensiero limpido del liberalismo democratico.
È la politica dei professionisti seri, di personalità che
hanno servito lo Stato e che oggi, per aggirare lo scoglio burocratico della
raccolta firme, hanno scelto l'apparentamento con una sigla storica del parlamentarismo
come quella di Tabacci.
Politica d'altri tempi, vecchia scuola, si dirà; ma è una
scuola che ha le idee chiare e che intende salvaguardare la tenuta democratica.
Il contrasto con i leader attuali è stridente.
Da un lato abbiamo la politica dell'urlo, quella dei falsi imbonitori e dei saltimbanchi della parola che assecondano le masse arrabbiate per occupare le poltrone, pur sapendo che le roboanti promesse fatte in campagna elettorale sono specchietti per le allodole, totalmente impraticabili.
Dall'altro lato, c'è chi sceglie la via difficile della
responsabilità, spiegando senza sensazionalismi il perché di certe manovre
economiche e la loro importanza per la tenuta dello stato sociale.
Per sconfiggere i piccoli e furbissimi analfabeti della
politica, l’argine non può che essere morale e intellettuale.
L'opposizione ha bisogno di trovare un “padre nobile” attorno a cui impostare una visione comune.
I profili autorevoli non mancano: si pensi a Gianni Cuperlo, uomo lucido che persino un maestro del diritto come Gustavo Zagrebelsky ha definito un magister per la sua capacità di tradurre e difendere i contenuti della nostra Carta Costituzionale di fronte alle derive maggioritarie.
Cosa vogliono, in fondo, gli italiani?
La risposta è più semplice di quanto i populisti vogliano far credere.
Non cercano miracoli né bugie incallite. Chiedono soltanto
uno Stato democratico, governato secondo i dettami della Costituzione.