La linea sottile tra Hormuz e Falerna
Continuano i disagi nonostante la sospensione dei blocchi stradali.
La società soffre ma gli ultimi soffrono ancora di più. Soffrono quanti per esigenze di lavoro dipendono dagli umori del mercato e dalle decisioni della politica.
Gli scaffali dei supermercati che dipendono dalla grande distribuzione
tornano a esporre le merci mentre i banchi dei venditori nostrani hanno
sofferto di meno il blocco. Continuano però le sofferenze dei lavoratori che
devono approvvigionarsi dai prodotti che dipendono dalla guerra in Iran e dalla
chiusura del canale di Hormuz.
Noi non siamo vittime della guerra movimentata dalle schizofrenie
trumpiane, almeno non in prima persona ma di riflesso.
Ecco, mi domando, come racconterebbe questa parentesi folle un giornalista saggio come lo era Enzo Biagi che ha vissuto molte situazioni simili ed è stato un grande conoscitore delle culture e delle menti dei guerrafondai ma anche e principalmente dei popoli sofferenti.
Vesto per un attimo i suoi panni. Lo faccio in qualità di
suo fedele lettore… e azzardo un’analisi.
Perché lo faccio? Per via delle polemiche che sembrano
sotterrare la ragione e considerano i lettori, la massa, un ammasso di
lombrichi senza cervello attenti a sopravvivere.
Immaginare come un maestro del giornalismo italiano avrebbe affrontato la complessità del nostro presente è un esercizio di riflessione profondo e quanto mai necessario.
Se Enzo Biagi fosse qui oggi, davanti a queste immagini di strade bloccate, volti stanchi, scaffali vuoti e rotte commerciali internazionali interrotte, non si limiterebbe a registrare la cronaca delle proteste o i dati macroeconomici.
Il suo racconto avrebbe probabilmente una struttura ben
precisa, fedele al suo stile inconfondibile: diretto, asciutto, privo di
retorica e profondamente umano.
Ecco come, nello spirito della sua celebre scrittura, Enzo Biagi avrebbe potuto raccontare questa "parentesi folle" in alcune fasi di sintesi estrema:
La linea sottile tra Hormuz e Falerna
"Ci sono storie che iniziano in un braccio di mare lontano, dove l'acqua ha il colore del petrolio e della tensione, e finiscono sul banco di un mercato in Calabria. Tra lo Stretto di Hormuz e lo svincolo autostradale di Falerna la distanza reale si misura in ore di attesa, in merci che non arrivano, in vite che si fermano.
La geopolitica, che spesso consideriamo una materia da
accademie o da palazzi governativi, mostra il suo vero volto qui, tra i motori
accesi dei TIR e la frustrazione di chi non sa se domani potrà lavorare."
I signori della guerra e la gente comune
"Le cronache internazionali ci parlano di strategie, di
sanzioni, di prove di forza geopolitiche che portano firme altisonanti da una
parte e dall'altra dell'oceano. Ma la guerra, anche quando è combattuta di
riflesso attraverso blocchi navali e speculazioni sui mercati, non colpisce mai
chi la decide. Colpisce l'autotrasportatore che passa la notte in cabina, la
madre che cerca il latte al supermercato, il piccolo produttore che vede
marcire il proprio lavoro. La grande distribuzione si inceppa, la macchina
globale tossisce. Ci avevano promesso un mondo senza confini e ci ritroviamo
prigionieri di un vicolo cieco."
Il valore della terra e la lezione dimenticata
"In questo caos c’è una strana e amara ironia. Mentre i
grandi centri logistici svuotano i loro scaffali in attesa di navi che non
passano, i banchi dei venditori nostrani, quelli che la terra la lavorano
ancora a pochi chilometri da casa, hanno resistito meglio. Forse la vera
sicurezza non sta nelle rotte oceaniche, ma nella capacità di guardarsi
intorno. Abbiamo scambiato il progresso con la dipendenza assoluta,
dimenticando che quando la ragione si spegne nelle capitali del mondo, l'unica
salvezza resta la terra che calpestiamo."
Una massa senza voce?
"Si fa presto a parlare di polemiche, a liquidare la
protesta o il disagio come un fastidio statistico. Qualcuno sui giornali o in
televisione guarda alla gente comune come a un ammasso indistinto, preoccupato
solo di riempire il carrello.
Non è così. La gente capisce, soffre e, soprattutto,
ricorda. La dignità di un lavoratore non si misura dalla sua capacità di
sopportare in silenzio le decisioni della politica, ma dalla sua forza di
restare in piedi quando tutto il resto sembra crollare. La vera domanda non è
quando riapriranno le strade, ma quando tornerà il buon senso."
Se dovessimo spingere questo esercizio un passo oltre, immaginando le battute finali di una sua ipotetica puntata in tv o la chiusura di un suo editoriale per il Corriere della Sera, il suo racconto si concentrerebbe probabilmente su un ultimo, fondamentale elemento “biagiano”: il valore del dubbio e il taccuino come unico specchio della realtà.
Così, ritengo, Biagi avrebbe concluso questa “sua”
riflessione:
La conclusione del viaggio
«Ho visto molte guerre, e ho imparato che non ce n'è nessuna che valga la pena di essere vissuta, nemmeno quelle che si combattono a colpi di tariffe, di blocchi navali o di dichiarazioni gridate davanti a un microfono. I potenti firmano i decreti con penne stilografiche che non si inceppano mai, ma l'inchiostro lo pagano sempre gli altri.
C'è un'Italia che in queste ore non urla nei talk show, non
compare nei tweet dei politici e non cerca colpevoli di professione. È l'Italia
che si sveglia prima dell'alba per capire se il gasolio basterà per la
giornata, o se il raccolto di una stagione finirà al macero. Questa gente non è
un "ammasso indistinto"; è la spina dorsale di un Paese che si regge
in piedi nonostante chi lo governa, e non grazie a chi lo governa.
Ci avevano spiegato che il futuro era una linea retta, un
mercato globale dove tutto è a portata di mano e la distanza non esiste più. È
bastato che si accendesse un focolaio a Hormuz per ricordarci che siamo tutti
terribilmente fragili. Forse, la lezione di questa parentesi folle è che
dovremmo riscoprire il valore delle cose vicine, il profumo del pane fatto con
il grano del vicino, la certezza di una stretta di mano che vale più di un
trattato internazionale.
