Gattismo, cos'è?
Il testo seguente esprime, per sommi capi, un forte sdegno per la
superficialità della politica attuale e propone come soluzione un ritorno
all'azione concreta, alla solidarietà e all'educazione dei giovani.
Blackout sui palcoscenici effimeri della politichicchia:
Apriamo le fucine della bellezza solidale!
Il rifiuto di lasciare alle generazioni future il degrado
delle fazioni fittizie e della guerriglia verbale impone analisi precise e
determinazioni.
-Contro la barbarie della visibilità e dei leader volubili serve un ritorno al fare comune-
“Lo spettacolo di una politica ridotta a scontro verbale e ricerca ossessiva del consenso, priva di visione a lungo termine, genera un forte senso di impotenza e sdegno. La sensazione che gli schieramenti siano fluidi e guidati solo dall'utilitarismo del momento è purtroppo confermata da molte dinamiche attuali.
Tuttavia, la "fucina laboratoriale creativa" auspicata non è un'utopia, ma una realtà che sta già prendendo forma dal basso in molti contesti.
Quando la politica istituzionale fallisce nel creare valore, il
cambiamento si sposta storicamente verso forme di partecipazione più concrete e
dirette.”
La metafora del "gatto" applicata alla politica
descrive perfettamente il pragmatismo estremo, dove le alleanze cambiano
rapidamente in base alla convenienza del momento.
La politica odierna, definita "gattismo", si distingue per un pragmatismo estremo che sostituisce le ideologie fisse.
I
partiti e i leader dimostrano una forte capacità di adattamento e
individualismo, modificando alleanze e posizioni per un tornaconto immediato.
Ogni decisione è guidata da un calcolo utilitaristico dei costi e dei benefici,
finalizzato esclusivamente alla sopravvivenza o al guadagno elettorale.
VISIBILITA’.
Abbiamo raggiunto il fondo. Il degrado mentale assoluto regna ovunque nel mondo.
Le azioni della politica si limitano a enfatizzare i propri
pensieri. A prescindere dal reale effetto che queste azioni producono nella
società.
È una sporca guerriglia verbale che lentamente si trasforma
in attacco frontale anche fisico con chi ragiona diversamente e con la propria
testa.
E chi lo fa comprende
che la Politica non è servizio per il prossimo; è diventata una forma di potere
assoluto per ci raggiunge il vertice anche se momentaneamente.
È deprimente! La barbarie non sembra avere maternità
definite e distinte. Gli schieramenti sono fittizi come lo sono gli assunti dei
leader. Volubili! Utilitaristici!
Si contano i partecipanti agli eventi al solo scopo di
attaccare la controparte.
Se è questo il modello sociale che abbiamo contribuito a
costruire è deprimente. Mi rifiuto di dover lasciare alle generazioni future
questa feccia.
Meno visibilità e più lavoro concreto in fucina! Una fucina
laboratoriale creativa che lavori esclusivamente per diffondere bellezza
solidale.
n Il rumore mediatico e la fucina silenziosa
C’era un tempo in cui i fabbri parlavano poco. Il loro
valore si misurava dal peso del ferro che riuscivano a piegare e dalla
precisione della lama che usciva dalla fucina.
Oggi, la piazza pubblica sembra funzionare al contrario:
vince chi grida più forte, chi accende la luce più abbagliante, chi trasforma
ogni discussione in una tifoseria di plastica.
Contiamo i partecipanti ai comizi o alle adunate partigiane
come se fossero fiches su un tavolo da gioco, mentre le idee evaporano nel
calore dei riflettori.
Abbiamo barattato il lavoro concreto con la visibilità.
E il risultato è sotto gli occhi di tutti: un paesaggio sociale impoverito, dove le parole sono pietre scagliate per ferire e non mattoni per costruire.
Ma se proviamo a spegnere lo schermo, a fare un passo
indietro rispetto al coro, scopriamo che il vero cambiamento non ha bisogno di
megafoni.
Succede nelle fucine silenziose. In quei laboratori creativi
dove le persone si incontrano non per scontrarsi, ma per fare. Costruire!
Cittadini che si rimboccano le maniche per ripulire un parco
abbandonato, artigiani che tramandano un mestiere ai ragazzi del quartiere,
comunità che si stringono intorno a un progetto di solidarietà.
Questa è la bellezza solidale: un’energia pulita che non
cerca il palcoscenico, ma si radica nel territorio. È qui che si coltiva
l’antidoto più potente alla barbarie culturale e che ha un solo nome: pensiero
critico.
Insegnare il pensiero critico ai giovani non significa riempirli di nozioni, ma regalare loro un paio di occhiali per vedere oltre la propaganda.
Significa educarli a fare domande scomode, a non
accontentarsi delle risposte pronte all'uso, a riconoscere la differenza tra un
leader che sbandiera promesse volubili e una comunità che produce fatti.
Il rifiuto di lasciare alle generazioni future questo
modello di società non deve diventare rassegnazione, ma carburante. Dobbiamo
rimettere il servizio al centro della vita pubblica, ricordandoci che il potere
ha senso solo se si trasforma in cura per il prossimo. È il momento di
abbassare il volume del teatro politico e riaccendere i fuochi della nostra
fucina. C’è un futuro di bellezza che aspetta solo di essere forgiato.

