Fustigazioni
lettera al blog
La tentata fustigazione della cavia. O attentato alla libertà culturale delle menti?
Cortocircuito tra editoria storica spodestata e illusione algoritmica dei social media
Caro Veltri,
leggendo la sua accorata filippica sulla crisi
dell'informazione professionale, non si può fare a meno di pensare a certi
antichi e cinici adagi, o persino a una declinazione moderna di quel
suggerimento bakuniano che invitava a fustigare il servo affinché
"capisse".
Quando un potere si sente spodestato e perde il controllo
del proprio monopolio, la sua prima reazione è mordere. Ed è esattamente ciò
che accade quando si attribuisce la colpa del silenzio dei media al collasso
economico causato da un pubblico che "pretende tutto gratis".
La verità storica, che forse si tende a dimenticare, è che l'editoria ha sempre vacillato. Chi ama i libri e la lettura profonda – come giustamente si fa notare nel dibattito sollevato in rete – ha quasi sempre rifiutato il consumo dei quotidiani. E i motivi sono ben noti a editori e giornalisti. La partigianeria strutturale, condizionata alla mercificazione della parola, regna sovrana in troppe testate, trasformando quello che dovrebbe essere un servizio democratico in uno strumento di posizionamento politico o commerciale.
Custodisco ancora le copie del primo anno di vita di
Repubblica, quella fondata da Eugenio Scalfari. Chi ha memoria storica sa
riconoscere la differenza tra un giornalismo che creava dibattito e
un'industria culturale che si è progressivamente svuotata di credibilità ben prima
dell'avvento dei social.
La debolezza odierna dei media non è un complotto, ma non è
nemmeno una colpa del cittadino-consumatore. È il risultato di un settore che
ha barattato la propria autorevolezza con il conformismo e la compravendita
delle idee.
Prima di colpevolizzare chi non compra più i giornali, bisognerebbe chiedersi cosa sia rimasto, dentro quei giornali, che valga davvero la pena di essere pagato.
Il giornalismo di Eugenio Scalfari nasceva con l'ambizione
quasi illuministica di farsi partito culturale, di pesare sui destini della
Repubblica non rincorrendo la pancia del Paese, ma pretendendo di educarne la
testa attraverso la forza della parola scritta, del saggio prestato alla
cronaca, della verticalità analitica che non faceva sconti alla complessità.
“Repubblica” del
primo anno era una comunità d'intenti in cui la partigianeria stessa si faceva
bandiera ideale, discussione d'alto profilo, confronto serrato con il potere e
non sua pedissequa trascrizione.
Oggi, al contrario, quel modello si è liquefatto in una
mercificazione molecolare dove la parola non fonda più una linea di pensiero,
ma un algoritmo di posizionamento commerciale, riducendo l'informazione odierna
a un enorme bancone della spesa in cui si urla più forte per vendere un clic.
Se Scalfari intendeva il giornale come un'arena in cui formare una coscienza civile che pagava per il valore del dibattito, il giornalismo contemporaneo si è svuotato di quella stessa credibilità abdicando al conformismo e alla cronaca istantanea, dimenticando che un pubblico smette di comprare non per avarizia tecnologica, ma perché stanco di pagare per assistere al riflesso sbiadito del potere di turno.
Il lettore odierno si ritrova drammaticamente scisso,
intrappolato in un gioco di specchi in cui la massa cede a una sudditanza
psicologica, ridotta a cavia da laboratorio utile soltanto a fare numero, a
generare traffico e a mantenere intatte le vecchie e nuove sacche di potere.
Questa massa di consumatori passivi non legge per
comprendere, ma per trovare conferma ai propri pregiudizi, docilmente guidata
da algoritmi e titolisti che ne pilotano le reazioni emotive per scopi
commerciali o politici.
Eppure, proprio in questo deserto culturale, resiste una
minoranza invisibile ma ostinata di lettori che rifiuta il ruolo di bersaglio
pubblicitario e sceglie di analizzare la realtà con la propria testa,
applicando un occhio chirurgico e spietato che sa smontare i trucchi del
mestiere giornalistico.
Chi conserva questa indipendenza intellettuale non si fa cullare dalla narrazione ufficiale né si lascia distrarre dalle lamentazioni di un'editoria in crisi, ma usa la lettura come uno strumento di discernimento profondo, capace di riconoscere il bene e il male, il vero dal falso, distinguendo la mercificazione della parola dal valore autentico del pensiero libero.
I moderni media non si limitano più a informare, ma
applicano meccanismi scientifici di ingegneria comportamentale e neuroscienze
per manipolare il pubblico, trasformandolo in una cavia da laboratorio utile a
mantenere in vita sacche di potere economico e politico.
Attraverso il framing cognitivo (l'incorniciamento mirato
delle notizie) e lo sfruttamento del bias di conferma, i flussi digitali creano
stanze dell'eco in cui le reazioni emotive, come la rabbia e la paura, sono monetizzate
e pilotate per scopi commerciali.
Filippo Veltri, nel suo articolo del 23 ottobre 2026, offre involontariamente un saggio di questi stessi meccanismi quando evoca il cortocircuito delle proteste di piazza sul caro carburanti e l'improvviso corto radar dei media mainstream.
Veltri scrive infatti: «...ora non è più così visto che da
tre giorni ne stanno parlando a dismisura tv e giornali ma solo perché i
supermercati erano vuoti e i benzinai chiusi e il Governo ha alzato la voce
minacciando sfracelli contro i manifestanti».
In questo passaggio si condensa la dinamica scientifica
dell'agenda-setting e della gestione dello stimolo-risposta: i media
professionali ignorano il fenomeno finché esso non tocca i gangli del consumo
quotidiano (i supermercati vuoti) o finché il potere costituito (il Governo)
non decide di dettare la linea del conflitto. La manipolazione scientifica
agisce proprio qui, configurando la realtà non in base al valore intrinseco dei
fatti o al disagio sociale delle strade, ma in base alle esigenze di reazione e
controllo del pubblico, ridotto a consumatore passivo di notizie dosate e
storpiate a seconda della convenienza del momento.
Le piattaforme social hanno perfezionato la manipolazione del lettore ingegnerizzando i flussi informativi attraverso precisi meccanismi neuro scientifici e algoritmi predittivi, progettati per massimizzare il tempo di permanenza sullo schermo a scapito della lucidità critica.
Il motore di questo sistema è il loop della dopamina,
attivato dal meccanismo della ricompensa variabile: lo scorrimento infinito
della pagina (l’infinito scroll) e l'attesa di un like o di una notifica
stimolano lo stesso circuito cerebrale del gioco d'azzardo, creando una
dipendenza biochimica che trasforma il lettore da osservatore a utente
compulsivo.
Su questa vulnerabilità biologica si innestano le tecniche algoritmiche di profilazione psicografica, capaci di mappare i tratti della personalità di ogni individuo in base alle sue micro-interazioni quotidiane.
Gli algoritmi non mostrano la realtà, ma una sua versione
personalizzata e polarizzata, selezionando i contenuti che stimolano le
emozioni più ancestrali e viscerali, prime fra tutte la rabbia e l'indignazione
morale.
È la scientifica monetizzazione del conflitto: un utente
indignato o spaventato commenta, condivide e rimane connesso molto più a lungo
di un utente sereno, trasformando le bacheche virtuali in fabbriche di
radicalizzazione e stanze dell'eco.
In questo modo si realizza perfettamente quel cortocircuito culturale in cui il cittadino abdica alla ricerca della verità profonda per farsi consumatore passivo di flussi energetici e digitali altrui.
I social non sono spazi neutri di libertà, ma laboratori a
cielo aperto dove l'attenzione umana viene scientificamente estratta,
frammentata e venduta al miglior offerente, lasciando il lettore privato della
sua capacità di discernimento e totalmente asservito alle logiche del profitto
algoritmico.