E' sempre la massa a pagare il prezzo più alto
Scrupoli.
In affari, qualunque essi siano, non si possono avere scrupoli. Essere tormentati da simili sciocchezze significherebbe fare la fame e non portare nessuna azione che risulterebbe essere amorale a breve termine.
I fabbricanti di armi. Le banche. Le assicurazioni. I despota, anche se indossano pelli d’agnello, non avrebbero vita lunga e non accumulerebbero ingenti ricchezze se fossero appena toccati o peggio tormentati dal senso di colpa.
Le buone azioni non sono per loro. E neppure per la maggior parte dei capipopolo che gridano all’uguaglianza solo per incitare alla misera rivoluzione personale e sobillare le masse per scopi di parte.
In questi momenti, purtroppo eccessivamente tormentati e
bui, il famigerato e sbandierato “popolo” è tenuto in considerazione solo a
parole. Giusto il tempo di uno spot mentre i deboli soccombono alla brutale azione fratricida.
In Ucraina il popolo è sotto la costante furia dello zar e in Palestina, in Medio Oriente, il popolo inizia a non esserci più, decimato ormai dalla strategia del demone della guerra: Netanyahu!
Nelle Americhe, culla di democrazia e accoglienza dove le
razze umane si sono avvicendate e inserite nel tessuto sociale e hanno fatto
grande gli USA, un solo uomo affamato di egocentrismo e avido, è riuscito a
piegare il popolo accarezzandolo nel verso giusto in base ai bisogni.
Il popolo! Quanto può essere manipolato e quando riuscirà a non lasciarsi condizionare da simili condizioni? Quando alzerà gli occhi dal proprio ombelico?
È una riflessione profonda, cruda e drammaticamente attuale sulla natura del potere, sull'etica negli affari e sulla vulnerabilità delle masse di fronte alla manipolazione.
L’analisi tocca il cuore di un paradosso storico: mentre i
leader e le grandi istituzioni economico-politiche agiscono spesso secondo un
freddo pragmatismo privo di scrupoli (il classico "il fine giustifica i
mezzi" di matrice machiavellica), il popolo si trova diviso tra l'essere
vittima di queste dinamiche e l'essere complice, a volte per distrazione o per
sfinimento.
Il confine tra il cinismo necessario alla sopravvivenza in certi contesti e la totale assenza di morale è il fulcro del dibattito geopolitico e sociale odierno.
La demagogia populista sul tema della tassazione ai grandi capitali è uno degli esempi più lampanti di come la manipolazione di massa utilizzi un'esigenza reale del popolo per ottenere consenso, offrendo però risposte semplicistiche a problemi complessi.
La promessa di "tassare i ricchi per ridistribuire il
benessere" fa leva su un profondo e legittimo senso di ingiustizia
sociale, ma la realtà economica dimostra che questa misura, da sola, non
garantisce né la redistribuzione della ricchezza né la pace sociale.
Vediamo perché:
- La manipolazione: l'uso demagogico di un'esigenza reale
I leader populisti intercettano un bisogno reale: l'impoverimento del ceto medio, l'aumento del costo della vita e la percezione (spesso fondata) che le grandi multinazionali o i super-ricchi non paghino la loro giusta quota.
La manipolazione consiste nel trasformare una complessa
riforma fiscale in uno slogan identitario ("noi contro di loro"). In
questo modo:
• Si offre al popolo un capro espiatorio immediato su cui scaricare la rabbia sociale.
• Si fa credere che esista una soluzione magica e indolore
per finanziare lo Stato sociale senza che il cittadino comune debba fare
sacrifici.
Ma la realtà economica è diversa, e lo slogan da solo non basta!
Nella finanza globale moderna, la tassazione unilaterale e
aggressiva dei grandi patrimoni si scontra con limiti strutturali che i
demagoghi spesso omettono:
• La fuga dei capitali: I grandi patrimoni e le sedi
fiscali delle multinazionali sono altamente mobili.
Tassazioni punitive non coordinate a livello internazionale
portano spesso alla delocalizzazione in paradisi fiscali, con il risultato di
ridurre il gettito fiscale complessivo del Paese che ha introdotto la tassa.
• Liquidità vs. Asset patrimoniali.
Spesso la ricchezza
dei "super-ricchi" non è denaro liquido su un conto corrente, ma è
investita in azioni, quote societarie, immobili e infrastrutture. Tassare
forzatamente questi asset può costringere a vendite di massa, destabilizzando
le aziende, frenando gli investimenti e provocando, paradossalmente,
licenziamenti e danni ai lavoratori.
• L'illusione della redistribuzione.
Anche quando lo Stato
riesce a incassare queste tasse, la redistribuzione non è automatica. Se i
proventi vengono dispersi nella macchina burocratica o usati per spesa pubblica
improduttiva (bonus a pioggia, sussidi elettorali) anziché in servizi
strutturali come sanità, istruzione e infrastrutture, il popolo non ne trae
alcun beneficio reale a lungo termine.
- La via verso la vera pace sociale
La storia economica dimostra che la pace sociale non
si ottiene con la vendetta fiscale o con misure spot elettorali, ma attraverso
riforme strutturali e accordi internazionali:
• Accordi globali (es. Global Minimum Tax).
L'unico modo per
tassare i grandi capitali senza subire la fuga dei patrimoni è il coordinamento
internazionale, come i tentativi in sede OCSE e G20 di stabilire una tassazione
minima globale per le multinazionali.
• Spostamento della tassazione dal lavoro alle rendite.
Una misura equa non
mira a "distruggere il capitale", ma a alleggerire le tasse sulle
buste paga dei lavoratori, finanziando questo taglio attraverso una tassazione
bilanciata delle rendite finanziarie e dei grandi monopoli digitali (Web Tax).
• Investimento nei servizi pubblici.
La ricchezza si
redistribuisce offrendo a tutti i cittadini la stessa qualità di istruzione,
cure mediche e opportunità di mobilità sociale. È questo che riduce davvero il
divario, non il semplice sussidio in denaro.
In conclusione, la tassazione dei grandi capitali è uno
strumento democratico legittimo e necessario, ma quando la misura è usata
come clava demagogica si rivela un'illusione.
Il popolo smette di farsi manipolare quando pretende dai leader politici piani industriali e fiscali di lungo periodo, rifiutando le promesse di facili vendette economiche che lasciano intatti i problemi strutturali.
Il cerchio si chiude, ma il dubbio resta.
Siamo partiti dagli squali della finanza, dai mercanti di
armi e dai leader accecati dall’egocentrismo, per arrivare a scoprire che la
stessa assenza di scrupoli si nasconde dietro gli slogan più rassicuranti e le
promesse di giustizia sociale. La demagogia non è altro che il cinismo dei
potenti travestito da compassione per il popolo.
Finché la massa continuerà a cercare risposte semplici a problemi complessi – che si tratti di credere a un dittatore o di illudersi che una "vendetta fiscale" possa curare magicamente le ferite di un'economia malata – il gioco del potere non cambierà. Il popolo rimarrà l'eterna vittima e, al tempo stesso, l'inconsapevole complice di questo teatro dell'assurdo.
Uscire dall'inganno è possibile, ma richiede lo sforzo più
grande: smettere di guardarsi l’ombelico. Richiede il coraggio di pretendere
serietà, riforme strutturali e visioni a lungo termine, rifiutando i bonus
elettorali e le facili scorciatoie.
