I Buoni non perdono mai
LE PAROLE BELLE CHE RICEVI NELL’INCONTRO CHE NON TI ASPETTI
È pomeriggio, di una bella giornata non ancora scampolo d’estate. Fa caldo. Abbastanza caldo da non sapere come vestirsi. E ora che hai rimesso il corpo in buona forma, dimagrendo e asciugandoti un po’ di grasso, rimpiangi quegli abiti che sei costretto a lasciare nell’armadio, nell’incertezza di questo clima che non si decide a muovere verso la sua naturale stagione autunnale.
C’è ancora sole e tanta luce per la strada.
Cammino lentamente, per quella ritornata voglia di passeggiare. Da solo. Ormai stare solo è una scelta che non fa male.
Incontro un vecchio amico, che viene dal versante opposto sulla stretta strada. Ci salutiamo. E questa volta lui, che va sempre di fretta, si ferma.
Sono passati i miei stessi anni anche per lui. Ma è rimasto giovane. È bellissimo, ancor più di quanto non lo fosse da giovane, sempre elegante, composto nella sua vestibilità classica. Oggi ancora più classica: pantaloni grigi, giacca blu, camicia celeste, leggermente sbottonata. E senza cravatta, che ha lasciato riposare da un po’ di tempo, dal mio punto di osservazione costante.
Ha fatto politica nei tempi andati, quando però la politica c’era. È stato un enfant prodige, con la carriera aperta davanti al suo cammino. Intelligente e colto, professionalmente, come si dice, in una posizione di rilievo: non impiegatizia, non burocratica, ma libera, tra la figura dell’imprenditore e quel cos’altro che non saprei definire in termini tecnici.
La politica l’ha lasciata da tanto tempo, cioè prima che quel mondo fascinoso chiudesse i battenti e, con esso, anche il nostro partito e gli altri partiti della tradizione democratica.
Mi sorride e mi guarda con simpatia, lui, persona fine e perbene.
Mi dice testualmente:
“Fra’, ti leggo sempre e non mi stanco né di leggerti nella quantità, assai prolifica, né nella lunghezza dei tuoi pezzi. Scrivi bene e tutto scorre, anche concettualmente. Ti leggo e ti apprezzo sempre di più.
Ma devo rimproverarti di una cosa, la solita alla quale non hai dato ascolto neppure tanti anni fa, quando eri segretario provinciale: non sei cattivo affatto.
Possibile che non ti venga mai, anche per istinto, reattivo, un po’ di cattiveria? Sei un uomo buono, una persona buona, ma tu non ti fai cattivo mai. Resti a combattere, anche con la cultura e nella cultura, continui a fare politica attraverso i tuoi scritti, scrivi pure poesie, ma non vuoi cambiare neppure per difenderti in questo mondo della politica così brutto e cattivo.”
Lo guardo. Gli accarezzo gli occhi con i miei, allungo la mano e gli accarezzo il viso.
Lo ringrazio.
E gli dico soltanto:
“Non ho voluto cambiarmi. Non ho voluto cambiare. Ho sempre pensato che fare il bene inizi dal primo atto personale: restare come si è sempre stati.
In particolare, essere buoni, se la propria bontà ha potuto fare danno soltanto a sé stessi. E qualche sterile, inutile vantaggio a quel manipolo di cattivi, che si credono giganti e invece restano l’ombra lunga di un nano.”
Ci abbracciamo con il cuore. E ci lasciamo.
Lui cammina spedito verso il centro, io più lentamente verso la parte opposta.
E penso, con una serenità che non avevo prima, che non essere cattivi ancora si può, se si scende in campo contro i soliti. Si perde. Si perde anche se si resta vivi.
Ma i buoni che perdono, anche se non la vedranno, una società più buona, anche se non di tutti i buoni, hanno involontariamente, con la loro resistenza, contribuito a costruirla.
E aumento il passo, con una maggiore difficoltà oggi, per via delle scarpe eleganti sotto il vestito elegante che ho voluto indossare, come in un giorno di festa.
Che bello il mio amico!
E quanta bontà porta nel cuore.
Nel pensiero.
E negli occhi.
Franco Cimino