L’Italia dei decreti e il paradosso del garzone
Il testo è un esercizio di critica storico-politica e culturale sul declino della classe dirigente italiana. Il nucleo centrale argomenta come la politica contemporanea abbia abbandonato i principi dell'Illuminismo e della Costituzione, preferendo una logica punitiva e restrittiva espressa attraverso un uso sistematico di decreti-legge.
Stato punitivo nella fine della cultura politica nel Paese di Beccaria
-il declino della politica italiana nella trappola del reato continuo-
L’Italia dei decreti e il paradosso del garzone.
Quando la politica dimentica l'Illuminismo si giunge al paradosso.
“e patruna diventau garzuna”
Di padrone si è trasformato in garzone. La figura retorica è resa plastica. Si vede chiaramente nell’antico e saggio popolare.
Certo, analizzando con estrema pacatezza il detto calabrese
ci vuole una forte dose di masochismo per accettare passivamente l’inversione
dei ruoli in maniera indolore,
supinamente.
L’amara disamina verte concretamente e si focalizza
sull’attualità di governo. Una squadra improvvisata di urlatori arroganti che
non hanno la minima idea di cosa voglia dire governare un Paese neppure sotto
dettatura. Figuriamoci leggere e interpretare la Costituzione.
Il risultato del governo che vanta il primato di longevità è sotto gli occhi del mondo!
L’Italia e gli Italiani soffrono per l’insipienza
dell’attuale classe dirigente politica. E con questo non intendiamo solo una
fazione. La cultura POLITICA non alligna in nessuna formazione presente. Sono
pochi, pochissimi che non si contano, forse, neppure con le dita di una mano.
La “manichen” ristrutturata, parla da sola al popolo e dice
il suo punto di vista. Legifera.
Fa legiferare e siamo
all’ennesimo decreto legge restrittivo. Nella sua filosofia, che parolona,
filosofia, concepisce solo una visione sociale: PUNIZIONE!
E pensare che l’Italia è il ‘Paese dell’illuminismo...’...
Come già detto, questo post esprime una critica durissima e amara verso l'attuale classe politica e di governo in Italia, utilizzando come metafora un antico proverbio calabrese: “e patruna diventau garzuna” (da padrone è diventato garzone) descrive un'inversione di ruoli e un declino vissuti nel paradosso sociale e politico contemporaneo.
La metafora del proverbio calabrese apre con la declinazione
plastica di un detto popolare. L'inversione dei ruoli (il padrone che diventa
servo/garzone) è letta come un'involuzione, una regressione subita passivamente
dalla popolazione.
L'autore sottolinea come sia necessaria una "forte dose
di masochismo" per accettare supinamente questo capovolgimento,
introducendo da subito il tema dell'inerzia dei cittadini di fronte al declino.
La critica punta diritta alla classe dirigente definendoli
("Urlatori arroganti") e contestualizza immediatamente l'attualità politica
contemporanea. L'attacco è rivolto a una squadra di governo definita:
• Improvvisata e arrogante, perché priva delle competenze minime
necessarie per guidare un Paese.
• Incapace di autonomia e comprensione. Descritta come
inetta persino nel governare "sotto dettatura" o nel comprendere e
interpretare la Costituzione.
In effetti nei lunghi e interminabili anni abbiamo subito
decisioni imperturbabili dal loro punto di vista cerebrale.
La trasversalità del declino politico è però ambivalente.
Un punto cruciale del discorso è che la critica non
risparmia nessuno. Non si tratta di un attacco a una singola fazione (destra o
sinistra), ma di una condanna totale:
è affermato che la cultura politica è ormai assente in qualsiasi formazione insediatasi nel panorama Istituzionalizzato italiano.
Le eccezioni di
spessore morale o intellettuale sono ridotte al lumicino ("non si contano
neppure con le dita di una mano").
E la iniqua "filosofia della punizione" cozza contro il contesto storico culturale della Nostra Bellissima Italia.
Il testo si chiude con un affondo contro una figura
specifica (definita ironicamente "la manichen ristrutturata"),
accusata di imporre una visione sociale basata esclusivamente sul controllo e
sulla sanzione, attraverso il continuo ricorso a decreti legge restrittivi.
Il finale, poi, durissimo, è un contrasto storico e
culturale: l'autore mette in opposizione la deriva autoritaria e punitiva con
la tradizione storica dell'Italia, definita simbolicamente come il "Paese
dell'illuminismo" (con un probabile riferimento alla tradizione giuridica
e filosofica riformatrice, come quella di Cesare Beccaria contro le pene
disumane).
Il tono è “costruttivamente polemico”, disilluso e indignato. Il linguaggio alterna espressioni colte e analitiche ("amara disamina", "non alligna") a formule gergali o sarcastiche ("urlatori arroganti", "manichen"), tipiche del genere giornalistico di opinione.
Il paradosso del garzone, ovvero, l’inversione dei ruoli nel declino della cultura politica
Dall'efficacia plastica di un antico proverbio calabrese emerge il ritratto amaro di un’Italia che sembra aver smarrito la propria vocazione illuminista.
Tra l'iperproduzione legislativa di stampo punitivo e la
diffusa assenza di una reale competenza istituzionale, l'analisi del presente
politico evidenzia una crisi sistemica che supera i confini delle singole
fazioni, chiamando in causa la responsabilità collettiva dei governati e dei
governanti.
L’efficace espressione della saggezza popolare calabrese, “e
patruna diventau garzuna” (da padrone si è trasformato in garzone), offre una
sintesi visiva e immediata di una preoccupante dinamica contemporanea:
l'accettazione passiva e quasi rassegnata di un radicale capovolgimento dei
ruoli sociali e civili.
Calata nell’attuale scenario istituzionale, questa metafora
si traduce in una disamina critica e rigorosa della classe dirigente, la cui
azione di governo appare troppo spesso priva di quella profondità dottrinale e
di quel rispetto costituzionale che la guida di una nazione imporrebbe.
Il fenomeno non può essere circoscritto a una singola forza politica o a un contingente schieramento ideologico.
Si assiste, al contrario, a una rarefazione generalizzata
della cultura politica intesa come alto servizio democratico e comprensione
delle complesse dinamiche statuali.
Le eccezioni,
purtroppo, rimangono isolate e numericamente marginali all'interno di un
panorama dominato da personalismi e retoriche populiste.
In questo contesto, la tendenza a governare per via d'urgenza attraverso una successione sistematica di decreti-legge restrittivi delinea una visione sociale orientata prevalentemente alla logica sanzionatoria e punitiva.
Tale approccio si pone in aperto contrasto con la secolare tradizione giuridica e filosofica italiana, storicamente radicata nei principi dell'Illuminismo riformatore, della tutela dei diritti e del primato della ragione sulla forza coercitiva dello Stato.
Cesare Beccaria (1738–1794) è stato uno dei massimi
esponenti dell'Illuminismo italiano e una figura centrale nella storia del
diritto penale mondiale.
Il suo pensiero ha rivoluzionato il modo di concepire la
giustizia, il reato e la pena, traghettando l'Europa fuori dalle barbarie
medievali.
Di seguito alcuni cenni fondamentali per comprendere la sua figura e il legame con il testo condiviso:
Il capolavoro: Dei delitti e delle pene (1764)
Scritto a soli 26 anni, questo breve trattato ottenne un
successo clamoroso in tutta Europa (ammirato da Voltaire e dai filosofi
francesi) e divenne la base del diritto penale moderno. Beccaria vi espose una
critica radicale contro l'arbitrarietà dei giudici, la crudeltà delle torture e
l'inutilità della pena di morte.
I Principi Cardine del suo Pensiero
• Il rifiuto della
tortura e della pena di morte: Beccaria dimostrò che la tortura è disumana
e inutile (fa confessare i deboli e assolve i forti e robusti).
Riguardo alla pena di
morte, sostenne che lo Stato non ha il diritto di uccidere i propri
cittadini e che la morte non ha valore deterrente.
Al contrario, è molto più efficace la "regolarità"
e l'estensione della pena (la certezza della pena), piuttosto che la sua
ferocia.
• La funzione della
pena (Prevenzione, non vendetta): Per Beccaria la pena non deve servire a
"punire" per vendetta divina o sociale, ma ha una funzione
utilitaristica e preventiva: deve impedire al reo di fare nuovi danni e
dissuadere gli altri dal commettere reati.
• La certezza e la
proporzionalità della pena: Le pene devono essere giuste, proporzionate al
danno recato alla società e, soprattutto, certe ed immediate.
Il cittadino deve sapere con assoluta chiarezza quali sono
le conseguenze delle sue azioni (principio di legalità).
• La separazione tra
reato e peccato: Fu tra i primi a separare la sfera religiosa da quella
civile. Il reato è un danno alla società (valutato dagli uomini), il peccato è
un'offesa a Dio (giudicato solo da Dio).
Il legame con il testo allegato in precedenza cita Beccaria
("nel Paese di Beccaria") proprio per creare un contrasto ironico e
amaro: l'autore critica l'Italia odierna perché, pur essendo la patria del
giurista che ha insegnato al mondo la moderazione delle pene e il primato del
diritto sulla forza, sembra essere caduta nella "trappola del reato
continuo" e in uno "Stato punitivo" dominato da decreti
restrittivi e logiche puramente sanzionatorie.