L’overdose dell'effimero
- La routine ha ucciso le buone intenzioni -
- E siamo succubi di noi stessi-
L’overdose dell’effimero: il virus dell’ego ci rende succubi.
Un nuovo giorno ha inizio, ma la luce dell'alba non sembra
bastare a diradare le nebbie di una cecità collettiva.
Se guardiamo da vicino la nostra società, c'è un'unica, amara chiave di lettura capace di giustificare le derive del nostro tempo: siamo diventati tutti succubi di noi stessi.
Le dipendenze non si contano più, eppure obbediscono tutte allo stesso identico meccanismo. Affettive, psicologiche, materialiste.
La distinzione un
tempo sacra tra bisogni primari e necessità patologicamente indotte dalle
cattive abitudini è del tutto svanita.
Viviamo in uno stato di overdose totalizzante, dove il
confine tra ciò che è effimero e ciò che è duraturo si è fatto impercettibile.
E la tragedia più grande è che, di fronte a questa deriva, non c'è peggior
sordo di chi non vuole sentire ragioni, protetto dall'illusione barocca del
"smetto quando voglio".
In questo scenario si inserisce l’ultima, grandiosa frontiera tecnologica: l'intelligenza artificiale.
Come ogni strumento umano, porta con sé promesse e minacce. Sta ad ognuno di noi valutarne gli effetti e decidere cosa intendiamo raggiungere con il suo aiuto. Ma la storia recente ci insegna che l'uomo tende ad armare di violenza le proprie scoperte prima ancora di averne compreso l'impatto.
Pensare di poter controllare un tale potere senza una
profonda etica è ingenuo quanto il fumo della prima sigaretta: l'illusione del
controllo è il primo passo verso la sottomissione.
Nelle infinite tonalità di grigi e nei messaggi subliminali
di cui è saturo il nostro quotidiano, la routine finisce sempre per prevaricare
le buone intenzioni.
È qui che attecchisce quello che potremmo definire il
"virus dell’ego".
Chi detiene la guida della barca – sia esso un monopolio
tecnologico, un leader politico o il nostro stesso riflesso nello specchio –
non intende abbandonare il timone.
Gli opportunismi risiedono in ogni personale microcosmo, esautorato dalle buone maniere del possesso.
La regola aurea dell'opulenza moderna è spietata: chi ha
più, vuole di più. E per raggiungere l’obiettivo, la storia dimostra che
l'essere umano è drammaticamente disposto a tutto, persino a sporcarsi le mani
di sangue.
L’Occidente e le sue società opulente – pur con le loro
drammatiche sacche di povertà – hanno standardizzato l’anima sui ritmi del
consumo veloce.
Il mercato ci promette situazioni paradisiache, felicità a
buon mercato e status sociali preconfezionati, a patto di comprare e consumare
determinati prodotti.
Ci viene venduto l'effimero con l'etichetta dell'eterno.
Ma mentre accumuliamo oggetti e dipendenze, l’unica risorsa
davvero non rinnovabile scorre via: il tempo.
Restiamo così intrappolati in un eterno presente, spettatori
e complici di un gioco grottesco. Come un cane che continua nell’incessante,
nevrotico tentativo di mordersi la coda, giriamo a vuoto su noi stessi,
scambiando il movimento per progresso e la gabbia per libertà. Riconoscere
questo meccanismo non è più un esercizio filosofico, ma l'unico atto che ci è
rimasto per non uscirne sconfitti.