Utilitarismo e Solidarietà di facciata
Utilitarista.
È un aggettivo ricorrente nella dinamica dialettale dell’attuale
governance mondiale.
Le grandi potenze si mettono in movimento solo se c’è da
guadagnare. Industria delle armi. Dei farmaci, della salute. Dei beni
materiali, insomma. Questà è la dinamica che muove il mondo.
La Solidarietà è una minaccia. Un dogma da abolire dal
vocabolario.
Non voglio cedere alla semplicistica frase: se ci fossero loro, i comandanti in pectore, tra i flutti del mare, mezzi intossicati dai fumi dei motori delle bagnarole, morti di fame e di freddo.
L’utilitarismo geopolitico trasforma i diritti umani in variabili di bilancio economico. La governance mondiale contemporanea non agisce per imperativi morali, ma per calcoli di convenienza. La solidarietà è sistematicamente emarginata perché non produce dividendi finanziari immediati.
La logica del profitto sovrano governa gli stati forti.
Le emergenze umanitarie e sanitarie sono affrontate solo se
aprono nuovi mercati per le multinazionali o stabilizzano aree di interesse
estrattivo. Da ciò la L’utilitarismo geopolitico trasforma i diritti umani in
variabili di bilancio economico. La governance mondiale contemporanea non
agisce per imperativi morali, ma per calcoli di convenienza. La solidarietà è
sistematicamente emarginata perché non produce dividendi finanziari immediati.
Ebbene sì. Il prezzo dell’uomo è dettato dalla dittatura dell’algoritmo utilitarista che governa il mondo!
La governance globale contemporanea ha sostituito la tavola
dei valori con un foglio di calcolo. Non c'è spazio per l'umanesimo nella
dialettica delle grandi potenze; ogni decisione, ogni intervento e ogni
deliberata omissione rispondono a una logica strettamente utilitarista.
La solidarietà, un tempo sbandierata come principio cardine
del diritto internazionale, è oggi trattata alla stregua di un'efficienza
fallimentare o, peggio, di una minaccia alla stabilità dei mercati.
Il cinismo dei "comandanti in pectore" non è un
incidente di percorso, ma il software operativo di un sistema che monetizza la
vita e istituzionalizza l'indifferenza.
n La trinità del profitto: armi, farmaci e confini
Il motore immobile della geopolitica attuale si muove lungo
tre assi industriali dominanti, dove il guadagno economico detta i confini
dell'azione morale.
-- Il complesso militare-industrializzato: Le guerre
non si combattono più per l'affermazione di ideali democratici, ma per il
mantenimento di filiere produttive vitali. I conflitti diventano fiere
commerciali a cielo aperto, dove la distruzione genera la necessità della
ricostruzione, raddoppiando i dividendi.
-- La salute come bene posizionale: L'industria
farmaceutica e della salute risponde alle leggi del potere d'acquisto, non del
bisogno biologico. Le crisi sanitarie globali sono gestite attraverso la
commercializzazione asimmetrica delle cure, trasformando il diritto alla vita
in un privilegio contrattuale.
-- La gestione dei flussi migratori: Nel Mediterraneo
e lungo le rotte globali si consuma il fallimento etico più macroscopico. Le
"bagnarole" cariche di disperati diventano lo scarto inevitabile di
un'esternalizzazione dei costi sociali. La morte per fame, freddo o tossicità
dei motori non è una tragedia imprevedibile, ma un costo collaterale accettato
per non intaccare l'equilibrio economico delle nazioni d'arrivo.
n L'abolizione della solidarietà è stata accettata anche dai “sudditi”
Per rendere accettabile questo sistema, la governance
mondiale ha dovuto intraprendere una radicale operazione di bonifica culturale
e eliminare dal vocabolario politico la solidarietà.
La cooperazione internazionale è stata ridefinita come
"retorica della sicurezza", dove l'altro non è un simile da
soccorrere, ma una potenziale minaccia al benessere interno.
I leader politici, protetti dall'astrazione dei loro uffici
e dei summit internazionali, applicano formule matematiche di gestione del
rischio a corpi umani reali, riducendo i naufragi a statistiche
macroeconomiche. Questa asimmetria tra chi decide e chi subisce è il vero
pilastro dell'utilitarismo moderno.
Per un popolo che rifiuta lo status di suddito di fronte a una governance utilitarista e distante, la reazione non può limitarsi alla rassegnazione o alla protesta sterile. Il passaggio chiave consiste nel trasformare la rabbia in un'azione politica e sociale strutturata, capace di inceppare i meccanismi dell'indifferenza calcolata.
Che fare dunque?
Ecco le direttrici d'azione per riappropriarsi del mandato
politico e rompere il muro del cinismo istituzionale:
n
Praticare
la "Solidarietà Conflittuale"
Se la solidarietà è considerata una minaccia dal sistema,
essa deve diventare il principale strumento di resistenza implementando reti di
mutuo soccorso.
Creare e sostenere
spazi di welfare dal basso (sanità popolare, difesa legale dei migranti, mense
sociali) che dimostrino l'inefficienza e la crudeltà dello Stato.
Attuare la disobbedienza civile etica. Ovvero, sostenere
attivamente chi viola le leggi utilitariste per salvare vite umane (come i
soccorsi in mare o l'accoglienza), rivendicando la superiorità dei diritti
umani sulle norme burocratiche.
Attuare una finanza etica e boicottare sottraendo capitale
ai complessi industriali (armi, fossili, farmaceutiche predatorie) attraverso
il consumo critico e lo spostamento dei risparmi verso circuiti cooperativi.
E, cosa importantissima: De-automatizzare il Consenso
Elettorale
Il mandato politico non può essere una delega in bianco a
scadenza quinquennale.
Serve un controllo popolare permanente. Monitorare
l'attività dei rappresentanti eletti, rendendo pubblici i loro voti su
armamenti, welfare e gestione delle migrazioni, distruggendo la loro propaganda
con i dati reali.
Operare l’astensionismo attivo con un voto di rottura.
Negare il voto ai partiti cartello della governance globale, canalizzando il
consenso solo verso formazioni che mettono la dignità umana e la
redistribuzione al centro del programma. Così da annullare o almeno limitare il
clientelismo politico e servile.
Promuovere Referendum e leggi d'iniziativa popolare.
Utilizzare gli strumenti di democrazia diretta per forzare il Parlamento a
discutere le priorità del popolo, bypassando l'inerzia dei partiti.
n
Occupare lo Spazio Pubblico e Culturale
La battaglia contro l'utilitarismo si vince scardinando il
linguaggio del potere con una contro-narrazione permanente.
Rifiutare la retorica della "sicurezza" e dei
"costi sociali". Restituire ai numeri la loro natura di carne e
sangue, raccontando le storie di chi soffre per mostrare l'ipocrisia dei
decisori politici.
Attuare lo sciopero e blocco della produzione.
Ricordare ai
governanti che la ricchezza che usano per i loro calcoli geopolitici è prodotta
dal popolo. Lo sciopero sociale e generale rimane l'arma più potente per
imporre un cambio di rotta.
Impegnarsi nella Formazione e cultura critica. Scrivere. Dibattere.
Insinuare dubbi.
Creare scuole di
politica popolare per formare una nuova classe dirigente che nasca dagli
affanni quotidiani e non dai laboratori tecnocratici.
Il dovere di un popolo che vuole restare tale è costringere
i "comandanti in pectore" a guardare l'abisso che stanno creando,
togliendo loro l'unica cosa di cui hanno disperatamente bisogno per governare:
la nostra passività.
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