Libertà d'espressione al tempo del web
-Il paradosso storico: dal drappo di seta verde del committente al "ban" digitale-
“Il Realismo ottocentesco ha rivoluzionato l'arte scardinando i dogmi accademici attraverso l'uso di tecniche materiche e l'integrazione della tecnologia ottica, dalla camera oscura alla fotografia. Analizzando l'opera di Courbet e Degas, il saggio evidenzia come la pittura abbia assorbito inquadrature e tagli fotografici, scontrandosi oggi con la censura algoritmica applicata alle rappresentazioni del corpo come ne "L'origine del mondo".
Il saggio di Mario Iannino, nel capitolo dedicato al
destino critico de “L'origine del mondo” di Gustave Courbet, apre uno squarcio
su uno dei cortocircuiti più emblematici della contemporaneità: la censura
digitale operata dagli algoritmi dei social media, incapaci di distinguere la
pornografia dall'arte classica. Questo fenomeno non è un semplice bug tecnico,
ma una vera e propria forma di analfabetismo culturale automatizzato che
ridefinisce lo spazio pubblico virtuale.”
Un po’ di storia:
La scuola dei realisti e Gustave Courbet, rifiutando i dogmi della pittura accademica, ridussero al minimo o eliminarono del tutto il disegno preparatorio tradizionale basato su linee di contorno nette, preferendo abbozzare le forme direttamente sulla tela con il colore. Quando usavano una traccia preparatoria, si servivano principalmente di carboncino o gessetto nero, tracciando linee sommarie per definire i volumi generali.
La vera rivoluzione metodologica del Realismo si basava
sulle seguenti tecniche esecutive:
1. L'esbozo materico (Ébauche) e il disegno "colore su
colore"
Invece di seguire la prassi accademica che prevedeva un
disegno geometrico perfetto e dettagliato da riempire successivamente, Courbet
definiva le masse direttamente stendendo macchie di colore scuro e terroso
sulla tela. Questa prima stesura a olio (spesso a base di bitume o bruni scuri)
fungeva contemporaneamente da ombra, da disegno e da impostazione spaziale. I
dettagli erano poi definiti solo in un secondo momento con i toni chiari.
2. Il disegno con la spatola e gli stracci
Per i realisti la forma nasceva dalla materia e non dalla
linea di contorno. Courbet usava frequentemente la spatola o coltelli da cucina
non solo per stendere il colore, ma per "scolpire" letteralmente le
forme del paesaggio (come rocce e onde) direttamente sulla tela. Per sfumare o
asportare il colore creando volumi sfruttava anche strofinature di stracci,
raschiature con il manico del pennello o direttamente i polpastrelli.
3. Studi dal vero separati e la quadrettatura
Per le composizioni monumentali e affollate, come "Il
funerale a Ornans", i pittori realisti non realizzavano un unico grande disegno
preparatorio generale. Eseguivano invece rapidi schizzi individuali di figure o
dettagli anatomici presi dal vero (singoli paesani, modelli in studio, dettagli
rurale). Questi singoli studi erano poi assemblati sulla tela definitiva spesso
ricorrendo alla quadrettatura, un sistema geometrico per ingrandire e
trasferire i singoli bozzetti sulla superficie pittorica finale.
L’uso di strumenti per proiettare o catturare la realtà ha stravolto la storia dell'arte, creando un ponte diretto tra l'ottica e la pittura ben prima dell'invenzione della fotografia nel XIX secolo.
L'evoluzione tecnologica ha trasformato radicalmente il metodo di lavoro dei pittori attraverso due fasi storiche ben distinte:
1. La Camera Ottica (o Camera Oscura) prima della fotografia
Conosciuta fin dall'antichità e perfezionata nel
Rinascimento da Leonardo da Vinci, la camera oscura si basa sul principio del
foro stenopeico: la luce passa attraverso un piccolo foro proiettando
l’immagine capovolta del mondo esterno su una parete o una superficie.
• Nel
Settecento lo strumento divenne una scatola portatile dotata di una lente
regolabile e di uno specchio interno inclinato a 45 gradi. Lo specchio
raddrizzava l'immagine e la proiettava verso l'alto su un vetro smerigliato,
dove il pittore appoggiava un foglio di carta da lucido per ricalcare
fedelmente i contorni della realtà.
• I grandi
maestri del Vedutismo come Canaletto e suo nipote Bernardo Bellotto la usavano
costantemente per registrare le architetture di Venezia con precisione
millimetrica. Prima di loro, pittori come Jan Vermeer e, secondo studi recenti,
persino Caravaggio, sfruttarono l'ottica per catturare complessi scorci
prospettici e analizzare i passaggi di luce senza ricorrere ai disegni
accademici.
Quando nel 1839 Louis Daguerre presentò il dagherrotipo, la luce non veniva più solo proiettata, ma chimicamente fissata su una lastra metallica. Per i pittori dell'Ottocento, specialmente per i Realisti, questo strumento non fu un nemico, ma un alleato formidabile.
Grazie alla fotografia sostituirono il modello vivente. Pagare i modelli per lunghe sessioni in studio
era costoso. Artisti come Gustave Courbet e Jean-François Millet iniziarono ad
acquistare fotografie di nudi o di contadini in posa da fotografi
professionisti (come Julien Vallou de Villeneuve).
Courbet utilizzò esplicitamente una fotografia di Villeneuve
per impostare la figura centrale del suo celebre dipinto “Le bagnanti” (Les
Baigneuses).
La posa della donna, che esce dall'acqua di spalle, ricalca
esattamente lo scatto fotografico. Lo stesso accadde per le pose sguaiate e
anticonvenzionali di Fanciulle sulla riva della Senna, studiate partendo da
immagini fotografiche per scardinare le pose fisse della tradizione.
La fotografia insegnò ai realisti a tagliare le inquadrature
in modo improvviso (tagli "fotografici"), a inserire dettagli casuali
presi dal vero e a catturare l'istante spontaneo delle classi sociali più
umili, ponendo le basi per la nascita dell'Impressionismo. Insomma, fu un nuovo
modo di vedere il mondo.
Per Edgar Degas, la fotografia non fu un semplice
passatempo, ma uno straordinario laboratorio di sperimentazione visiva. A
differenza degli altri impressionisti, che cercavano la spontaneità dipingendo
all'aria aperta (en plein air), Degas creava la freschezza dello "scatto
rubato" attraverso un calcolo rigoroso in studio.
La fotografia plasmò il suo stile e il suo metodo di lavoro in due modi fondamentali:
1. La composizione e il "taglio fotografico"
Ben prima di scattare personalmente, Degas applicò alla
pittura le logiche formali dell'inquadratura fotografica, scardinando le regole
della prospettiva classica:
In capolavori come La classe di danza o Gli orchestrali, i
corpi delle ballerine o i manici dei contrabbassi sono interrotti bruscamente
dal bordo della tela. E ricrea l'effetto casuale tipico di un'istantanea
fotografica.
Influenzato dagli obiettivi fotografici e dalle stampe
giapponesi, spostò il punto di vista dello spettatore verso l'alto (visione a
volo d'uccello) o molto in basso, decentrando i soggetti principali per
lasciare ampi spazi vuoti al centro del dipinto.
Degas fu ossessionato per le lastre di vetro. A partire dal 1895, acquistò una macchina fotografica e diventò lui stesso un fotografo accanito, specialmente durante le serate private a casa di amici.
Il buio e le lampade a olio. Degas odiava la luce accecante del sole e del
flash. Preferiva scattare in interni e di sera, costringendo i suoi amici a
lunghe e faticose pose immobili sotto la luce soffusa di poche lampade a olio. Creava
forti contrasti di luci e ombre (chiaroscuro drammatico) che poi riportava nei
suoi quadri.
Degas non sviluppava i negativi da solo. Le sue lastre di vetro venivano
stampate e ingrandite nel laboratorio di Delphine Tasset, che gestiva un
negozio di articoli d'arte vicino al suo studio.
Degas utilizzava i suoi scatti fotografici come materiale preparatorio diretto, specialmente quando la sua vista iniziò a peggiorare drasticamente, usava la fotografia come un taccuino per i pastelli e i monotipi ed era affascinato dalla sequenza del movimento. e rimase folgorato dagli studi di Eadweard Muybridge sulla cronofotografia (la scomposizione del movimento di cavalli e corpi umani).
Così, anche Degas fotografava le ballerine nel suo atelier
in sequenza per studiarne i minimi dettagli anatomici e i gesti transitori.
Per il celebre pastello "Quattro ballerine in blu" (1897),
Degas scattò diverse fotografie a una stessa modella modificandone leggermente
la posa, combinando poi i vari scatti per far sembrare che sulla tela ci
fossero quattro fanciulle diverse nello stesso momento.
Utilizzò spesso le immagini fotografiche come base per
creare i suoi monotipi (stampe a esemplare unico), sui quali interveniva
successivamente stendendo strati densi di pastello colorato.
Il celebre dipinto L'assenzio (L'Absinthe), realizzato da
Edgar Degas tra il 1875 e il 1876, non è un'istantanea colta a tradimento in un
bar, ma una scena teatrale faticosamente studiata e costruita a tavolino in
ogni minimo dettaglio.
Dietro la nascita di questo capolavoro si nasconde un
meticoloso lavoro di regia e l'uso di veri e propri attori.
Il set è Il Café de la Nouvelle Athènes.
A differenza di altri impressionisti che frequentavano il
Café Guerbois, Degas scelse come ambientazione il Café de la Nouvelle Athènes
in Place Pigalle, a Parigi. Questo locale era il quartier generale della bohème
intellettuale dell'epoca, frequentato da pittori, scrittori e poeti. Degas non
dipinse l'opera all'interno del locale: scattò appunti visivi, fece disegni e
poi ricostruì l'intero ambiente nel suo studio, modificando la disposizione dei
tavoli per creare una gabbia prospettica soffocante.
I due personaggi distrutti dall'alcol e dalla solitudine che
vediamo oggi nel quadro non sono affatto due derelitti o due alcolizzati presi
dalla strada. Si tratta di due cari amici del pittore, che accettarono di
posare come modelli:
la donna è Ellen Andrée, una celebre attrice teatrale,
modella preferita anche da Renoir e Manet. Per l'occasione, Degas le chiese di
indossare abiti logori, scarpe sformate e un cappellino sghembo, e di assumere
un'espressione vacua e con lo sguardo perso nel vuoto.
L'uomo è Marcellin Desboutin, un raffinato pittore, incisore
e commediografo. Nel quadro interpreta un clochard dall'aria burbera, che fuma
la pipa e guarda oltre il bordo della tela.
Quando il dipinto fu esposto, l'interpretazione fu così
realistica che la reputazione dei due amici venne seriamente danneggiata, tanto
che Degas dovette dichiarare pubblicamente che si trattava solo di una finzione
artistica.
Il dipinto risente enormemente dei tagli
asimmetrici e fotografici cari a Degas:
La prospettiva a zig-zag porta lo spettatore idealmente ad
entrare nella scena e sedersi a un tavolo invisibile, in primo piano. I tavoli
di marmo formano una linea diagonale che taglia la tela, creando un senso di
instabilità e intrappolando i due protagonisti nell'angolo.
Alle spalle dei due modelli si trova un grande specchio
appannato. Degas non vi riflette i volti dei personaggi, ma solo le loro ombre
scure e deformate, un espediente visivo per accentuare il dramma psicologico e
il senso di isolamento.
Il fulcro narrativo del quadro è il bicchiere contenente il
liquido verde pallido (l'assenzio, soprannominato "la fata verde"),
accostato a una caraffa d'acqua usata per diluirlo. Degas ne studia la
trasparenza per contrasto: davanti all'uomo, invece, c'è un calice di vino
nero, simbolo di un diverso tipo di torpore. La composizione è una denuncia
silenziosa della piaga sociale dell'alcolismo che stava devastando la Parigi di
fine Ottocento.
Il legame tra L'origine del mondo (L'Origine du monde), dipinto da Gustave Courbet nel 1866, e il mondo della fotografia è strettissimo, sebbene non nel senso di un ricalco diretto.
L'opera non è la copia fedele di una singola fotografia, ma
è nata all'interno di un mercato di "immagini proibite" e risente
totalmente dell'estetica del neonato mezzo fotografico.
Il dipinto è debitore alla fotografia per diverse ragioni di natura tecnica, visiva e concettuale
in voga a quei tempi sulla scia delle "fotografie licenziose" (Daguerreotype osé) .
Intorno al 1860 a Parigi circolavano clandestinamente nei
retrobottega e negli studi d'artista moltissime fotografie pornografiche ed
erotiche stereoscopiche. Molti fotografi dell'epoca, come Auguste Belloc, si
erano specializzati in primissimi piani di genitali femminili, venduti di
nascosto a collezionisti d'arte.
Courbet, che collezionava questi scatti e li usava
regolarmente come materiale di studio per non pagare i modelli, trasse l'idea
compositiva proprio da quel filone di immagini nate con la macchina
fotografica.
L'aspetto più rivoluzionario del dipinto è il suo taglio visivo radicale: l'inquadratura esclude il volto e le gambe della modella, concentrandosi unicamente sul torso e sul pube. Insomma, un "taglio" e un'inquadratura macroscopica tipica della fotografia. Un primissimo piano del “soggetto”.
Questo tipo di frammentazione del corpo non apparteneva alla
storia della pittura tradizionale (che inseriva sempre il nudo in un contesto
mitologico, allegorico o storico) ma era tipico dello zoom e dell'inquadratura
fotografica. Courbet applica alla tela la spietata capacità della lente
fotografica di isolare un dettaglio anatomico dal resto del corpo.
Per secoli i pittori avevano idealizzato il corpo femminile
eliminando i dettagli troppo realistici (come i peli pubici o le pieghe della
pelle). Courbet, con una "immediatezza quasi fotografica", dipinge la
carne così com'è, con le sue imperfezioni, le variazioni di colore della pelle
e i dettagli anatomici espliciti.
Oggi sappiamo con quasi assoluta certezza che la modella non
fu l'irlandese Joanna Hiffernan (storica amante del pittore, che era rossa di
capelli), bensì Constance Quéniaux, una ballerina dell'Opéra di Parigi e amante
del committente dell'opera, il diplomatico ottomano Khalil-Bey.
Nel 2013 si diffuse la notizia del ritrovamento di un
dipinto raffigurante il volto di una donna che sembrava combaciare
perfettamente con il taglio superiore de L'origine del mondo. Gli studiosi del
Musée d'Orsay hanno però smentito la teoria del quadro diviso in due: Courbet
concepì l'opera esattamente così come la vediamo, troncata, imitando il focus
violento di un obiettivo fotografico.
Khalil-Bey, l'eccentrico ambasciatore ottomano che
commissionò l'opera nel 1866, fu il primo ad applicare una forma di
"auto-censura" protettiva, inaugurando un destino di occultamento che
per L'origine del mondo dura ancora oggi.
Il dipinto ha vissuto una doppia vita: un'ossessione per i
collezionisti privati e un tabù invalicabile per lo spazio pubblico,
trasformandosi oggi in un campo di battaglia per la censura digitale e gli
algoritmi dei social media.
Khalil-Bey era un diplomatico turco-albanese con una
passione sfrenata per il gioco d'azzardo e l'arte erotica.
Pur amando il dipinto, Khalil-Bey sapeva che non avrebbe mai
potuto mostrarlo apertamente. Lo appese nel suo bagno privato, nascosto dietro
una tenda di seta verde. E lo mostrava solo a pochi amici intimi, trasformando
la visione in un rituale segreto.
Nel Novecento, il quadro passò nelle mani del celebre
psicoanalista francese Jacques Lacan. Anche lui scelse di censurarlo alla vista
comune: commissionò al pittore surrealista André Masson una cornice a doppio
fondo con un quadro "copertura" (un paesaggio che riprendeva le linee
del corpo della modella). Solo azionando un meccanismo scorrevole si poteva
svelare l'opera di Courbet.
Altri tempi! Diremmo noi. Ma la nudità ostentata in una
intimità priva di tabù, naturale, d’altronde, colpisce la comune morale
odierna. E gli algoritmi dei social media.
Nel 1995 il dipinto è finalmente entrato al Musée d'Orsay di
Parigi, diventando pubblico. Tuttavia, se nel mondo reale l'opera è protetta
dallo status di capolavoro della storia dell'arte, nel mondo virtuale subisce
una censura sistematica guidata dagli algoritmi statunitensi.
La battaglia legale più celebre è iniziata nel 2011, quando
un insegnante francese, Frédéric Durand-Baïssas, si è visto disattivare
l'account Facebook senza preavviso per aver pubblicato la foto de L'origine del
mondo.
Per anni, i legali della Silicon Valley hanno cercato di
evitare il processo in Francia, sostenendo che gli utenti accettano di essere
giudicati solo dai tribunali della California.
Nel 2016, la giustizia francese ha stabilito che i cittadini
europei possono fare causa a Facebook nel proprio Paese. Nel 2018, la causa si
è conclusa con una mezza vittoria e Facebook ha dovuto ammettere l'errore, ma
se l'è cavata senza pagare i grossi danni richiesti, modificando però
leggermente le proprie linee guida interne per distinguere la pornografia
dall'arte classica.
Nonostante le sentenze, gli algoritmi di intelligenza
artificiale di Meta (Facebook e Instagram) e TikTok faticano ancora a
comprendere il contesto culturale.
Se si prova a pubblicare l'immagine intera del quadro senza
filtri, i sistemi di moderazione automatica la scansionano come "nudità
esplicita" o "contenuto sessuale". Il post è rimosso
istantaneamente o l'account subisce uno shadowban (riduzione drastica della
visibilità). E addio allo scambio di idee.
Per aggirare questo puritanesimo digitale, molti musei
internazionali (tra cui lo stesso Musée d'Orsay o i musei di Vienna) hanno
protestato aprendo account su piattaforme alternative o pixelando
provocatoriamente le opere d'arte nei loro post promozionali.
La censura si è ribaltata di recente in una forma di protesta politica proprio davanti alla tela originale.
Nel maggio 2024, alcune
attiviste hanno spruzzato la scritta spray "Me Too" sulla teca di
vetro che protegge L'origine del mondo e su altre opere.
L'azione non voleva censurare il quadro, ma usare la sua
immensa visibilità e la sua carica storicamente "scandalosa" per
denunciare gli abusi sessuali nel mondo dell'arte contemporanea.

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