Gaza, La strage degli innocenti
di Franco Cimino
-Il dramma di Gaza e il silenzio dell'Occidente di fronte al massacro degli innocenti, la tragedia dei bambini tra ipocrisie intellettuali e indifferenza della politica-
Quel lenzuolo di nomi che scuote la nostra coscienza e che grida l'orrore su Gaza.
L'elenco infinito dei bimbi uccisi attraversa le città del
mondo come una memoria impossibile da ignorare, svelando un'intenzione che va
oltre i semplici danni collaterali.
QUEL LUNGO LENZUOLO CON I NOMI DI 18.000 BAMBINI CHE STA FACENDO IL GIRO DEL MONDO. E LA NOSTRA COSCIENZA CHE ANCORA NON SI INTERROGA…
Quando scrissi, pochi giorni dopo la prima devastante
offensiva dell’esercito israeliano contro Gaza, la terra dei palestinesi, il
primo di una lunga serie di articoli – ne sarebbero seguiti oltre duecento –
denunciai quella che mi appariva come un’evidente e drammatica sproporzione tra
il vile attacco di Hamas del 7 ottobre e la risposta militare israeliana.
Fu allora che, con dolore e sgomento, parlai di un intento
che definivo genocidiario nei confronti del popolo palestinese. Una convinzione
maturata osservando l’uccisione sistematica di bambini, donne e anziani, cioè
di persone inermi, estranee ai combattimenti.
Molti, soprattutto tra gli “occidentalisti “più schierati e
tra i sostenitori incondizionati dell’attuale governo israeliano e dell’attuale
amministrazione americana, reagirono con fastidio, ironia e talvolta persino
con disprezzo. È la stessa reazione che troppo spesso viene riservata a chi
denuncia la violenza esercitata da un potere quando questa supera ogni limite
morale.
Ancora oggi si continua a discutere, spesso in modo ipocrita
e dietro il paravento di un astratto intellettualismo, del significato della
parola “genocidio”. Ho già affrontato questo tema in altre occasioni, spiegando
le ragioni della mia convinzione. Ma le parole, da sole, non bastano mai. Esse
acquistano senso soltanto nella realtà alla quale si riferiscono.
Se un esercito immensamente più forte, oltre che dalla
logica militare, è animato da un odio dichiarato verso una popolazione; se tale
odio arriva a negare il diritto di quel popolo a esistere come Stato e come
nazione; se si arriva perfino a evocare la cancellazione di quel popolo dalla
propria terra, allora ciò che conta non è soltanto il numero delle vittime, ma
l’intenzione che guida quelle azioni.
Quando vengono uccisi bambini, madri, anziani e civili
inermi, non è sufficiente rifugiarsi nella spiegazione dell’errore militare o
dei cosiddetti danni collaterali. Conta l’intenzione. Conta ciò che quella
violenza rivela.
Uccidere anche un solo bambino per odio verso il popolo al
quale appartiene significa colpire il futuro stesso di quella comunità. È
questo il motivo per cui, fin dall’inizio, ho sentito il dovere di alzare la
mia voce.
Nei miei primi articoli riportavo spesso il nome di uno dei
bambini uccisi. Perché un bambino vale cento. Cento bambini valgono tutti i
bambini di un popolo. E tutti i bambini di un popolo rappresentano,
simbolicamente, tutti i bambini del mondo.
Parafrasando un celebre insegnamento della tradizione
ebraica, mi viene da dire: «Chi uccide un bambino, uccide tutti i bambini del
mondo».
Per questo guardo con profonda partecipazione a quel
lunghissimo lenzuolo sul quale sono stati scritti i nomi di circa 18.000
bambini palestinesi uccisi. Mi colpisce che quel lenzuolo stia attraversando
città e Paesi, distendendosi lungo le strade come una memoria impossibile da
ignorare e suscitando, in chi lo osserva, non soltanto pietà, ma anche
indignazione.
Eppure temo che quei nomi siano ancora incompleti.
Andrebbero aggiunti quelli dei bambini rimasti sepolti sotto le macerie e mai
ritrovati. Quelli morti di fame, di sete, di malattia e di stenti. Quelli che
continuano a spegnersi nelle tende logore dei campi profughi, dove da decenni
milioni di palestinesi vivono sospesi, privati non solo della loro terra, ma
anche della loro storia.
A quei diciottomila nomi si stanno aggiungendo, mentre
scriviamo, altri bambini. Muoiono oggi, mentre nei salotti televisivi si
continua ancora a discutere delle ragioni che giustificherebbero nuovi
bombardamenti, come se fosse possibile trovare una spiegazione capace di
rendere accettabile una simile tragedia.
Chiamate tutto questo come preferite. Se la parola
“genocidio” vi sembra inaccettabile, non usatela. Cancellatela pure. Ma abbiate
almeno il coraggio di trovare un’altra parola, una parola che riesca davvero a
contenere l’orrore di ciò che il mondo sta osservando quasi con assuefazione.
E soprattutto non fingiamo di commuoverci soltanto quando
una nuova immagine o una nuova notizia riusciranno finalmente a scuotere le
nostre coscienze. Perché quel momento, forse, è già arrivato da tempo. E siamo
noi a non volerlo vedere.
Franco Cimino

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