CAROSELLO

Un viaggio nella poetica di ...

 

Mercificazione dell’Effimero, Memoria del Presente. 

Il viaggio artistico di Mario Iannino

Introduzione

L’atto creativo, nel percorso di Mario Iannino, non si configura come una distaccata speculazione estetica, né come un esercizio di stile fine a sé. È, al contrario, un’urgenza biologica impellente, un processo di decompressione vitale che risponde a una necessità viscerale: scaricare le tensioni per non soccombere al loro peso. L’artista opera come una spugna gettata nel flusso caotico del contemporaneo, un ricettore sensibilissimo che assorbe gli avvenimenti, le notizie, i traumi latenti e le nevrosi della società dei consumi. Questa saturazione emotiva e intellettuale si accumula all'interno fino a raggiungere il punto di rottura, trasformandosi in una "bile" corrosiva che richiede un rilascio immediato sulla superficie fisica dell'opera, pena il consumo interiore dell'autore stesso.

Tuttavia, ridurre questa esplosione di energia a un gesto puramente istintivo significherebbe ignorare la complessa architettura intellettuale che sostiene l'intero lavoro di Iannino.

L’"incontro/scontro" con la materia e con lo scarto non è il frutto di un'illuminazione improvvisa o di un approccio naïf al collage.

Al contrario, esso rappresenta l'approdo consapevole di un lungo e rigoroso viaggio indipendente.

Prima di aggredire il supporto polimaterico, Iannino ha abitato il silenzio della disciplina pittorica tradizionale: ha studiato le tecniche, padroneggiato il disegno, compreso la chimica dei pigmenti e consumato, in un rituale di formazione quasi ascetico, innumerevoli pennelli, matite, trementina e tubetti di colore a olio e acrilici.

Questo bagaglio colto e autonomo è la chiave di volta che permette all'artista di governare il caos.

Quando la pittura bidimensionale e i suoi strumenti convenzionali si sono rivelati insufficienti a contenere la pressione della realtà esterna, Iannino ha trasferito il rigore geometrico e la sensibilità cromatica appresi sulla tela direttamente sulla superficie cartonata del rifiuto.

Il collage diventa così il terreno fisico di una catarsi orchestrata, dove i colori accesi — i blu profondi, i gialli stridenti, i rossi densi — non hanno una funzione decorativa, ma sono le tracce cromatiche della tensione scaricata.

In questo spazio d'azione, l'osservazione dello scarto si eleva a indagine antropologica.

I frammenti di scatole quali Amazon, gli imballaggi Eurospin e i residui industriali non sono trattati come spazzatura, ma come reperti archeologici del nostro tempo, testimoni fisici di ciò che la collettività ha prima desiderato e poi gettato.

L'opera di Iannino mette a nudo la filiera del consumo, celebrando la progettualità e il lavoro manuale celati dietro imballaggi destinati a una durata effimera.

Isolando, strappando e incollando i loghi e le scritte industriali (come il monito "MANEGG[IARE con cura]"), l'artista compie un metodico sabotaggio culturale: priva le esche del marketing della loro funzione commerciale, disinnesca la libido del consumo e costringe l'effimero a farsi memoria, forma pura e potente diario visivo della contemporaneità.

 

"work in progress-nello studio©iannino"


 

“…gli avvenimenti, tutto ciò che accade, l'assorbo come fossi una spugna gettata in acqua. m'imbibisco giustappunto fino a non trattenerla più l'energia assorbita. e come naturale, devo rilasciarla per non scoppiare o consumarmi nella mia bile. ho urgenza, è un fatto biologico impellente scaricare le tensioni. l'analisi mi porta a rivisitare comportamenti mentali e azioni. osservo gli scarti. considero la provenienza e il lavoro che li ha resi desiderabili. quindi, progettualità, ingredienti, lavoro manuale e materiali che compongono il bene, e la molla psicologica che fa scattare la libido che promuove e invoglia la mercificazione dell'effimero.”

-mario iannino-

Il viaggio artistico di Mario Iannino.

Il pensiero descrive in modo straordinariamente lucido il processo creativo che dà vita all'opera.

È un manifesto poetico della trasformazione dello scarto in arte. Il parallelismo tra l'urgenza biologica di "scaricare le tensioni" e l'atto di assemblare i materiali quotidiani illumina perfettamente il senso della composizione generata dal lavoro poetico.

I concetti espressi si riflettono visivamente nella superfice cartonata.

Dalla saturazione emotiva all'azione, la metaforica spugna e il rilascio degli accumuli di stimoli, notizie e avvenimenti trasformati in un sovraccarico sensoriale sortiscono a qualcosa di visibilmente concreto. Il collage diventa il terreno fisico in cui questa energia viene rilasciata. I colori accesi (il blu profondo, il giallo stridente, il rosso) stesi sulla superficie non sono solo decorazione, ma la traccia cromatica di questa tensione scaricata per "non scoppiare".

L'analisi degli scarti, l'atto di osservare i rifiuti non come spazzatura, ma come reperti antropologici. Frammenti di scatole Amazon, confezioni Eurospin e involucri di cibo diventano i testimoni fisici di ciò che la società ha prima desiderato e poi gettato.

La decostruzione del consumo. La provenienza e il lavoro. L'opera mette a nudo la filiera del consumo. Il cartone strappato porta ancora i segni della sua prima vita: codici a barre, grafiche pubblicitarie, scritte industriali ("MANEGG[IARE]"). C'è una riflessione profonda sul lavoro manuale e intellettuale (la progettualità) che serve a creare un imballaggio destinato a durare pochissimo. La libido e la mercificazione dell'effimero: I marchi e i frammenti di confezioni presenti nel collage sono esche visive studiate da esperti di marketing per attivare il desiderio dell'acquirente (la libido del consumo). Isolandoli, strappandoli e incollandoli, l'artista sabota questo meccanismo: l'oggetto del desiderio effimero è privato della sua funzione commerciale e costretto a diventare memoria, texture e pura forma artistica.

Questo approccio nobilita il rifiuto. L'urgenza interiore e la riflessione filosofica sul consumismo trasformano la "bile" e la tensione in un potente diario visivo del nostro tempo.

 

L'analisi del percorso di Mario Iannino rivela come la sua produzione non nasca da una mera speculazione estetica, ma da una necessità esistenziale e biologica assoluta, un'urgenza che ha radicalmente plasmato l'inizio della sua carriera e la sua intera poetica.

Ecco i punti introduttivi che esplorano le origini del suo lavoro, la trasformazione del “trauma” in atto creativo e l'evoluzione della sua ricerca visiva:

 1. La Genesi della Necessità: L'Arte come Istinto di Sopravvivenza

L'esordio artistico di Mario Iannino non è il frutto di una pianificazione accademica, ma un atto di autotutela psicologica e biologica. La "necessità portata all'estremo" si manifesta come l'unico canale d'uscita per un'anima satura di stimoli, dolori e tensioni del quotidiano. Invece di soccombere al peso di questa sottomissione emotiva — a quella "bile" che minaccia di consumarlo dall'interno — l'artista devia il sovraccarico sensoriale verso il supporto fisico. L'arte diventa la sua medicina d'emergenza, l'unico strumento in grado di disinnescare un cortocircuito interiore altrimenti distruttivo.

 2. Il Supporto Povero come Scelta Obbligata e Identitaria

All'inizio della carriera, la mancanza di materiali tradizionali o la deliberata distanza dai circuiti dell'arte d'élite spingono l'artista verso ciò che ha immediatamente a disposizione.

Il cartone da imballaggio e il materiale di recupero non sono scelti per posa intellettuale, ma perché sono supporti immediati, democratici e "urgenti". Questo legame originario con la materia povera si trasforma rapidamente nel cardine della sua poetica: il supporto cartonato, originariamente destinato a proteggere merci effimere, diventa il corpo vivo su cui imprimere la propria liberazione emotiva.

 3. La "Spugna" e il Trauma Quotidiano: Assorbire il Rumore del Mondo

Il “trauma gentile” iniziale da cui scaturisce l'opera è l'iper-esposizione agli avvenimenti del mondo. Iannino si descrive come una spugna gettata nell'acqua: un ricettore passivo, eppure sensibilissimo, della cronaca, del consumismo esasperato e delle nevrosi collettive. L'inizio del suo lavoro è segnato da questo sovraccarico sensoriale e informativo. Il collage primordiale diventa lo specchio di una mente che tenta di fare ordine nel caos, raccogliendo i frammenti della realtà per evitare di essere sommersa da essi.

 4. Dal Silenzio all'Urlo Cromatico: La Catarsi sulla Superficie

Nelle prime fasi del suo lavoro, l'urgenza di "scaricare le tensioni" si traduce in un corpo a corpo con la superficie. L'atto di strappare il cartone, squarciarlo e aggredirlo con colori primari (il giallo stridente, il blu profondo) rappresenta il momento esatto in cui l'energia accumulata viene espulsa. Questo passaggio terapeutico dalla saturazione al rilascio conferisce alle prime opere una forza visiva cruda, non filtrata, dove la vernice e lo strappo non cercano la bellezza formale, ma la pura liberazione catartica.

 5. Il Sabotaggio del Desiderio: La Consapevolezza Antropologica

Mentre l'impulso iniziale è puramente viscerale, la carriera di Iannino evolve rapidamente verso una lucidissima analisi antropologica. L'artista si rende conto che i materiali usati per sfogare la sua urgenza (involucri, loghi commerciali, scarti industriali) portano con sé la traccia della "libido del consumo". L'inizio della sua maturità artistica coincide con questo atto di sabotaggio culturale: l'artista si appropria delle esche visive del marketing capitalistico per svuotarle della loro funzione commerciale, trasformando il rifiuto della società dei consumi in un reperto archeologico del nostro tempo.

 

“l'incontro/scontro con la materia e gli scarti non è arrivato improvviso. Ho fatto "pittura", ho studiato da indipendente le tecniche, il disegno, la costruzione, i pigmenti. Insomma mi sono acculturato. Ho letto molto e consumato moltissimi pennelli, tubetti di colore a olio, trementina, matite...”

 

L'approccio al collage e allo scarto non è un'improvvisazione naïf, ma l'approdo consapevole di un lungo viaggio accademico e tecnico. Non c'è rottura senza conoscenza; la transizione alla materia avviene solo dopo aver padroneggiato gli strumenti tradizionali dell'arte.

Questa fase di formazione e transizione chiarisce e fortifica l'analisi della sua poetica:

1.       La Formazione Autonoma e la Disciplina della Tecnica illumina il percorso dell'artista e affonda le radici in un rigido e appassionato studio indipendente.

Prima di aggredire il cartone e il rifiuto, Iannino consuma pennelli, tubetti di olio, trementina e matite. Questa fase non è un semplice passatempo, ma una vera e propria educazione sentimentale e tecnica alla superficie.

Lo studio autodidatta dei pigmenti, delle regole del disegno e della costruzione geometrica e spaziale dota l'artista di una "cassetta degli attrezzi" solidissima.

Quando Iannino compone un collage, l'equilibrio dei pesi visivi, la saturazione cromatica e la disposizione spaziale non sono casuali: sono governati da una mente che conosce profondamente le regole della pittura classica.

2. Nel consumo dei materiali tradizionali, preludio al consumo dello scarto, c'è una sottile e affascinante ironia in questo passaggio: prima di analizzare i rifiuti della società dei consumi, l'artista "consuma" i propri strumenti di lavoro. I tubetti spremuti e i pennelli logorati rappresentano il primo vero incontro fisico con la materia esausta. Questo consumo rituale della materia pittorica tradizionale crea il ponte perfetto verso la fase successiva. L'urgenza biologica di cui parla l'artista si è inizialmente scaricata sulla tela attraverso l'olio e la trementina; tuttavia, a un certo punto, la pittura bidimensionale e i suoi strumenti convenzionali non sono più bastati a contenere la pressione dell'energia accumulata.

3. L'Incontro/Scontro con la Materia: Il Superamento della Pittura. La transizione dalla pittura su tela al cartone e allo scarto non è un'illuminazione improvvisa, ma un "incontro/scontro" evolutivo. L'acculturamento, la lettura costante e la comprensione della storia dell'arte portano l'artista a sentire il limite della tela bianca. La realtà esterna — con il suo carico di stimoli, notizie e merci effimere — spinge con troppa forza per essere semplicemente "ritratta" o dipinta. Ha bisogno di essere inglobata. Lo "scontro" avviene quando la tecnica pittorica tradizionale viene piegata e infine sacrificata per fare spazio alla carne viva della quotidianità: il cartone strappato, l'involucro, il detrito antropologico.

4. Il Collage trasforma la “ Pittura e s’appropria con Altri Mezzi della realtà mistificata dalle immagini” -la pittura è una bugia che dice la verità- Grazie a questo background, l'opera polimaterica di Iannino non rifiuta la pittura, ma la reinterpreta. I frammenti di scatole come Amazon o di confezioni Eurospin vengono scelti e accostati con la stessa sensibilità con cui un pittore tradizionale sceglierebbe una velatura d'azzurro o una sfumatura di terra d'Ombra. I codici a barre, i loghi e le scritte industriali diventano segni grafici; i colori accesi stesi sopra il cartone dialogano con le grafiche stampate in un perfetto contrappunto cromatico. La cultura tecnica pregressa permette all'artista di nobilitare il rifiuto non solo concettualmente, ma anche formalmente, elevando lo scarto a elemento compositivo di assoluto rigore plastico.

Questo chiarimento biografico definisce Iannino come un artista totale, che distrugge e ricompone i codici visivi solo dopo averli assimilati e compresi.

 

 

La Scuola del Silenzio – Dalla Regola all'Acculturamento.

Il viaggio artistico di Mario Iannino non comincia dallo strappo, ma dalla linea. Non si origina dal caos del rifiuto, ma dall'ordine rigoroso della disciplina pittorica.

Prima che il supporto polimaterico diventasse il terreno d’elezione per la sua urgenza biologica, l'artista ha attraversato una lunga e silenziosa stagione di formazione indipendente, una vera e propria scuola del silenzio in cui l'acculturamento autonomo ha gettato le fondamenta di tutta la sua produzione matura.

L'apprendistato non accademico si è configurato come uno studio maturo, ossessivo e profondo dei codici tradizionali dell'arte.

Iannino ha abitato lo spazio della pagina bianca e della tela coltivando una consuetudine quotidiana con i materiali classici: ha analizzato la chimica dei pigmenti, ha sperimentato la fluidità e la resistenza della trementina, ha compreso la densità dei colori a olio e la precisione millimetrica delle matite.

Consumare tubetti di colore e logorare pennelli non è stato un semplice esercizio di stile, ma un corpo a corpo con gli strumenti della visione.

Attraverso questo consumo rituale, l'artista ha assimilato le regole della costruzione spaziale, i pesi dell'equilibrio geometrico e la modulazione della luce.

L'acculturamento di Iannino, nutrito da letture costanti e da una curiosità critica mai appagata, lo ha tenuto lontano dalle scorciatoie dell'improvvisazione.

La sua non è l'arte grezza di chi ignora la storia, ma l'arte consapevole di chi ha digerito la tradizione fino a poterne fare a meno.

Quando si osserva la struttura dei suoi collage/polimaterici successivi, si percepisce chiaramente l'eco di questo rigore formativo: la disposizione dei frammenti non risponde mai al caso, ma a una solida architettura mentale derivata dal disegno e dallo studio della composizione.

Il "periodo classico" rappresenta il preludio necessario allo scontro con la materia. Per poter sabotare i meccanismi visivi della contemporaneità, l'artista doveva prima padroneggiarne gli strumenti fondamentali. Il consumo fisico dei materiali da bottega ha educato la sua mano e il suo occhio, trasformando il pittore colto e indipendente in un chirurgo della forma, pronto a trasferire la sacralità della tecnica tradizionale sulla superficie profana dello scarto quotidiano.

 

 

 

L'Incontro/Scontro con la Materia.

C’è un momento preciso nel percorso di un artista in cui gli strumenti ereditati dalla tradizione non riescono più a contenere la pressione della realtà interiore ed esteriore.

Per Mario Iannino, questo punto di rottura segna il passaggio definitivo dal profumo della trementina alla consistenza ruvida del cartone da imballaggio.

L'incontro con lo scarto non si manifesta come una folgorazione improvvisa, ma come uno "scontro" inevitabile: la pittura bidimensionale, con i suoi rituali codificati, si rivela improvvisamente insufficiente a fare da barriera o da filtro contro il sovraccarico del mondo.

L'analogia della spugna descritta dall'artista si fa qui carne e sostanza. Quando il recettore è saturo, quando gli avvenimenti e le tensioni biologiche spingono per essere scaricati, la tela bianca non basta più: è troppo eterea, troppo distante dal rumore della strada e del consumo.

L'artista avverte il bisogno fisico di un supporto che abbia già vissuto, che porti in sé le cicatrici del mondo reale.

Il cartone da imballaggio cessa di essere un semplice contenitore di merci effimere e si trasforma nel corpo vivo su cui operare l'espulsione della "bile" emotiva.

In questo scontro, la mano dell'artista non accarezza più la superficie con la fluidità dell'olio; al contrario, la aggredisce.

Lo strappo diventa un gesto plastico, un taglio netto che squarcia la linearità del supporto per rivelarne l'anima ondula, la fragilità interna, la stratificazione.

Ma è proprio in questa apparente violenza che interviene la sapienza del capitolo precedente. La transizione alla materia non cancella il pittore, lo potenzia.

I colori accesi — il blu profondo che accoglie e sprofonda l'angoscia, il giallo stridente che evoca la vibrazione del trauma, il rosso denso — vengono stesi sulla superficie cartonata con la spatola non come decorazione, ma come traccia cromatica di un'energia termica rilasciata per pura sopravvivenza.

L'opera polimaterica diventa così il terreno fisico di una catarsi strutturata, dove ogni ferita inferta al supporto e ogni densità di colore rispondono al rigore compositivo appreso nella scuola del silenzio. Lo scontro con la materia si risolve, infine, in un nuovo e più potente equilibrio formale.

 

 

 

L'Archeologia del Rifiuto e la Lente del Consumo

Quando l'urgenza interiore di Mario Iannino incontra la materia stradale nei linguaggi metropolitani, e domestica, l'osservazione degli scarti si eleva immediatamente a indagine antropologica.

Il rifiuto cessa di essere spazzatura per farsi reperto archeologico del nostro tempo.

Sotto la lente catartica dell'artista non finisce un singolo marchio o una specifica catena di distribuzione, ma l'intero, tentacolare apparato del marketing consumistico globale.

Dalle scatole Amazon ai pacchi della grande distribuzione organizzata, ogni frammento cartaceo viene trattato come una traccia fisica delle nostre nevrosi collettive.

Questi residui industriali sono i testimoni silenziosi di ciò che la società ha prima desiderato in modo ossessivo e poi gettato con indifferenza. Il cartone strappato conserva i segni grafici della sua prima vita: codici a barre, scritte tipografiche industriali, avvertenze funzionali come il monito “MANEGG IARE CON CUR”. Iannino non cancella queste tracce; le isola, le decontestualizza e le costringe a dialogare con lo spazio dell'opera.

In questo modo, l'artista mette a nudo l'intera filiera del consumo, evidenziando il paradosso tra la complessa progettualità intellettuale, il duro lavoro manuale necessario a creare un imballaggio e la sua intrinseca, misera destinazione all'effimero.

L'operazione artistica si muove così su un doppio binario: da un lato c'è il rilascio di una tensione biologica personale, dall'altro una lucidissima radiografia sociale. Lo scarto capitalistico è spogliato della sua transitorietà logistica e investito di una sacralità nuova.

Attraverso il rigore della composizione ereditato dagli studi pittorici, Iannino riscatta il detrito dall'oblio della discarica e lo fissa per sempre sulla superficie dell'opera.

 Il rifiuto, nobilitato dal pensiero e dal gesto, si trasforma nel diario visivo di un'epoca che consuma se stessa attraverso le merci che produce.

 

 

 

Il Sabotaggio della Libido Capitalistica

Il viaggio di Mario Iannino giunge al suo culmine logico e formale in un sistematico atto di guerriglia semiotica.

I frammenti di confezioni, i loghi patinati e le icone commerciali che popolano i suoi collage sono, nella loro vita precedente, esche visive di precisione millimetrica. Sono vettori di senso studiati da esperti di marketing con un unico scopo: agganciare l'occhio, stimolare la dopamina e attivare la libido del consumo, quella molla psicologica che promuove e invoglia incessantemente la mercificazione dell'effimero.

Sotto le mani dell'artista, tuttavia, questo meccanismo di seduzione di massa si inceppa. Attraverso l'atto chirurgico e violento dello strappo e del successivo incollaggio, Iannino isola il feticcio commerciale e lo priva definitivamente della sua funzione originaria. L'oggetto del desiderio effimero è strappato dal flusso della circolazione delle merci e decontestualizzato.

Il marchio perde il suo potere ipnotico; non vende più nulla, non promette felicità preconfezionata, non spinge all'acquisto. È  forzatamente ridotto a pura forma, a texture cartacea, a campitura cromatica che dialoga con i rossi, i gialli e i blu della tavolozza interiore dell'artista.

Questo sabotaggio culturale non è una semplice distruzione, ma una trasmutazione alchemica. La tensione biologica accumulata dall'artista come una spugna, e la "bile" scaturita dal sovraccarico del mondo, trovano in questa decostruzione la loro catarsi definitiva.

Smontando i simulacri del capitalismo quotidiano, Iannino non si limita a scaricare un'urgenza personale: offre una via di fuga collettiva. L'effimero è costretto a farsi memoria storica, e lo scarto, sottratto al ciclo del consumo perpetuo, si eleva a monumento solido, a potente e imperituro diario visivo del nostro tempo.

 

 

“… la ricerca poetica non si esaurisce qui. il polimaterico è ulteriormente "dematerializzato" attraverso le nuove tecniche digitali. il lavoro assume aspetti meno pesanti. non tridimensionali, è anche una questione logistica di spazio. le opere, per essere propositive e quindi avere più vita, si presentano moltiplicate digitalmente e rimanipolate”

 

Questo elemento apre uno scenario straordinariamente contemporaneo e lungimirante: il passaggio dal peso della materia alla fluidità del pixel. L'urgenza biologica e il rigore pittorico di Mario Iannino non restano prigionieri della tridimensionalità fisica del cartone, ma trovano nelle nuove tecnologie digitali una nuova, strategica via di fuga e di moltiplicazione.

La Dematerializzazione Digitale – Spazio, Logistica e Moltiplicazione dell'Opera

Se il collage polimaterico rappresenta il corpo a corpo fisico con la "bile" e il rifiuto, la poetica di Mario Iannino compie un ulteriore, decisivo scatto evolutivo: la transizione verso il digitale.

Questa fase non rinnega il lavoro precedente, ma lo "dematerializza", liberandolo dai vincoli e dai limiti della fisica. Il passaggio alle nuove tecniche digitali risponde a una duplice necessità, sia poetica che pragmatico-logistica, ridefinendo il concetto stesso di opera d'arte nell'era della riproducibilità tecnica e virtuale.

Da un punto di vista strettamente pratico, l'artista affronta la reale e stringente questione dello spazio e della logistica.

Il polimaterico, per sua natura, accumula peso, ingombro, spessore; richiede luoghi fisici di stoccaggio e conservazione che rischiano di soffocare l'azione stessa dell'artista.

Trasferire la composizione nel regno del digitale significa alleggerire l'opera, spogliarla della sua pesantezza per renderla agile, flessibile e immediatamente fruibile.

Tuttavia, l'operazione non è un semplice "salvataggio d'archivio", ma un vero e proprio atto creativo di rimanipolazione.

L'opera fisica è scansionata, fotografata, digerita dall'occhio tecnologico e poi ricostruita.

In questo limbo virtuale, i frammenti di cartone, i codici a barre e le campiture cromatiche perdono la loro terza dimensione fisica ma acquistano una nuova, vibrante intensità bidimensionale. Il pixel diventa il nuovo pigmento.

Questo processo permette all'opera di essere "propositiva" e di moltiplicarsi, garantendole una vita infinitamente più lunga e pervasiva. Se il collage originale è un pezzo unico e statico, l'opera digitale rimanipolata può abitare contemporaneamente infiniti schermi, mostre virtuali e supporti diversi.

La scomposizione e ricomposizione digitale diventa l'ennesimo livello di sabotaggio del consumo: l'artista usa gli stessi canali immateriali della comunicazione e del marketing contemporaneo per diffondere il suo virus poetico.

L'effimero, che era stato prima salvato e solidificato nel cartone, viene ora liberato nell'etere digitale, diventando una memoria fluida, ubiqua e immortale.

 Il Diario Fluido di un'Epoca

Il viaggio artistico di Mario Iannino si rivela, alla luce di questa evoluzione, come un circuito perfetto.

Partito dalla disciplina colta e silenziosa della pittura tradizionale, l'artista ha consumato i suoi strumenti per poi aggredire, per urgenza biologica, lo scarto materiale della società dei consumi. Infine, ha compreso che per vincere la battaglia contro la mercificazione dell'effimero era necessario superare la pesantezza stessa della materia, consegnando le sue intuizioni alla fluidità del digitale.

Iannino si conferma così un attento anatomista del nostro tempo. Che utilizzi la trementina, il cartone strappato o il software di rimanipolazione visiva, il suo obiettivo resta immutato: trasformare il sovraccarico sensoriale in un diario visivo collettivo, capace di ricordarci chi siamo attraverso ciò che desideriamo, ciò che scartiamo e ciò che, grazie all'arte, decidiamo di non dimenticare.

 

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