Un viaggio nella poetica di ...
Mercificazione dell’Effimero, Memoria del Presente.
Il viaggio artistico di Mario Iannino
Introduzione
L’atto creativo, nel percorso di Mario Iannino, non si configura come una distaccata speculazione estetica, né come un esercizio di stile fine a sé. È, al contrario, un’urgenza biologica impellente, un processo di decompressione vitale che risponde a una necessità viscerale: scaricare le tensioni per non soccombere al loro peso. L’artista opera come una spugna gettata nel flusso caotico del contemporaneo, un ricettore sensibilissimo che assorbe gli avvenimenti, le notizie, i traumi latenti e le nevrosi della società dei consumi. Questa saturazione emotiva e intellettuale si accumula all'interno fino a raggiungere il punto di rottura, trasformandosi in una "bile" corrosiva che richiede un rilascio immediato sulla superficie fisica dell'opera, pena il consumo interiore dell'autore stesso.
Tuttavia, ridurre questa esplosione di energia a un gesto puramente istintivo significherebbe ignorare la complessa architettura intellettuale che sostiene l'intero lavoro di Iannino.
L’"incontro/scontro" con la materia e con lo scarto non è il frutto di un'illuminazione improvvisa o di un approccio naïf al collage.
Al contrario, esso rappresenta l'approdo consapevole di un
lungo e rigoroso viaggio indipendente.
Prima di aggredire il supporto polimaterico, Iannino ha
abitato il silenzio della disciplina pittorica tradizionale: ha studiato le
tecniche, padroneggiato il disegno, compreso la chimica dei pigmenti e
consumato, in un rituale di formazione quasi ascetico, innumerevoli pennelli,
matite, trementina e tubetti di colore a olio e acrilici.
Questo bagaglio colto e autonomo è la chiave di volta che permette all'artista di governare il caos.
Quando la pittura bidimensionale e i suoi strumenti
convenzionali si sono rivelati insufficienti a contenere la pressione della
realtà esterna, Iannino ha trasferito il rigore geometrico e la sensibilità
cromatica appresi sulla tela direttamente sulla superficie cartonata del
rifiuto.
Il collage diventa così il terreno fisico di una catarsi
orchestrata, dove i colori accesi — i blu profondi, i gialli stridenti, i rossi
densi — non hanno una funzione decorativa, ma sono le tracce cromatiche della
tensione scaricata.
In questo spazio d'azione, l'osservazione dello scarto si eleva a indagine antropologica.
I frammenti di scatole quali Amazon, gli imballaggi Eurospin
e i residui industriali non sono trattati come spazzatura, ma come reperti
archeologici del nostro tempo, testimoni fisici di ciò che la collettività ha
prima desiderato e poi gettato.
L'opera di Iannino mette a nudo la filiera del consumo,
celebrando la progettualità e il lavoro manuale celati dietro imballaggi
destinati a una durata effimera.
Isolando, strappando e incollando i loghi e le scritte
industriali (come il monito "MANEGG[IARE con cura]"), l'artista
compie un metodico sabotaggio culturale: priva le esche del marketing della
loro funzione commerciale, disinnesca la libido del consumo e costringe
l'effimero a farsi memoria, forma pura e potente diario visivo della
contemporaneità.
![]() |
| "work in progress-nello studio©iannino" |
“…gli avvenimenti, tutto ciò che accade, l'assorbo come
fossi una spugna gettata in acqua. m'imbibisco giustappunto fino a non
trattenerla più l'energia assorbita. e come naturale, devo rilasciarla per non
scoppiare o consumarmi nella mia bile. ho urgenza, è un fatto biologico
impellente scaricare le tensioni. l'analisi mi porta a rivisitare comportamenti
mentali e azioni. osservo gli scarti. considero la provenienza e il lavoro che
li ha resi desiderabili. quindi, progettualità, ingredienti, lavoro manuale e
materiali che compongono il bene, e la molla psicologica che fa scattare la
libido che promuove e invoglia la mercificazione dell'effimero.”
-mario iannino-
Il viaggio artistico di Mario Iannino.
Il pensiero descrive in modo straordinariamente lucido il processo creativo che dà vita all'opera.
È un manifesto poetico della trasformazione dello scarto in
arte. Il parallelismo tra l'urgenza biologica di "scaricare le
tensioni" e l'atto di assemblare i materiali quotidiani illumina
perfettamente il senso della composizione generata dal lavoro poetico.
I concetti espressi si riflettono visivamente nella superfice cartonata.
Dalla saturazione emotiva all'azione, la metaforica spugna e
il rilascio degli accumuli di stimoli, notizie e avvenimenti trasformati in un
sovraccarico sensoriale sortiscono a qualcosa di visibilmente concreto. Il
collage diventa il terreno fisico in cui questa energia viene rilasciata. I
colori accesi (il blu profondo, il giallo stridente, il rosso) stesi sulla
superficie non sono solo decorazione, ma la traccia cromatica di questa
tensione scaricata per "non scoppiare".
L'analisi degli scarti, l'atto di osservare i rifiuti non
come spazzatura, ma come reperti antropologici. Frammenti di scatole Amazon,
confezioni Eurospin e involucri di cibo diventano i testimoni fisici di ciò che
la società ha prima desiderato e poi gettato.
La decostruzione del consumo. La provenienza e il lavoro.
L'opera mette a nudo la filiera del consumo. Il cartone strappato porta ancora
i segni della sua prima vita: codici a barre, grafiche pubblicitarie, scritte
industriali ("MANEGG[IARE]"). C'è una riflessione profonda sul lavoro
manuale e intellettuale (la progettualità) che serve a creare un imballaggio
destinato a durare pochissimo. La libido e la mercificazione dell'effimero: I
marchi e i frammenti di confezioni presenti nel collage sono esche visive
studiate da esperti di marketing per attivare il desiderio dell'acquirente (la
libido del consumo). Isolandoli, strappandoli e incollandoli, l'artista sabota
questo meccanismo: l'oggetto del desiderio effimero è privato della sua
funzione commerciale e costretto a diventare memoria, texture e pura forma
artistica.
Questo approccio nobilita il rifiuto. L'urgenza interiore e la riflessione filosofica sul consumismo trasformano la "bile" e la tensione in un potente diario visivo del nostro tempo.
L'analisi del percorso di Mario Iannino rivela come la sua
produzione non nasca da una mera speculazione estetica, ma da una necessità
esistenziale e biologica assoluta, un'urgenza che ha radicalmente plasmato
l'inizio della sua carriera e la sua intera poetica.
Ecco i punti introduttivi che esplorano le origini del suo
lavoro, la trasformazione del “trauma” in atto creativo e l'evoluzione della
sua ricerca visiva:
1. La Genesi della Necessità: L'Arte come Istinto di Sopravvivenza
L'esordio artistico di Mario Iannino non è il frutto di una
pianificazione accademica, ma un atto di autotutela psicologica e biologica. La
"necessità portata all'estremo" si manifesta come l'unico canale
d'uscita per un'anima satura di stimoli, dolori e tensioni del quotidiano.
Invece di soccombere al peso di questa sottomissione emotiva — a quella
"bile" che minaccia di consumarlo dall'interno — l'artista devia il
sovraccarico sensoriale verso il supporto fisico. L'arte diventa la sua
medicina d'emergenza, l'unico strumento in grado di disinnescare un
cortocircuito interiore altrimenti distruttivo.
2. Il Supporto Povero come Scelta Obbligata e Identitaria
All'inizio della carriera, la mancanza di materiali
tradizionali o la deliberata distanza dai circuiti dell'arte d'élite spingono
l'artista verso ciò che ha immediatamente a disposizione.
Il cartone da imballaggio e il materiale di recupero non
sono scelti per posa intellettuale, ma perché sono supporti immediati,
democratici e "urgenti". Questo legame originario con la materia
povera si trasforma rapidamente nel cardine della sua poetica: il supporto
cartonato, originariamente destinato a proteggere merci effimere, diventa il
corpo vivo su cui imprimere la propria liberazione emotiva.
3. La "Spugna" e il Trauma Quotidiano: Assorbire il Rumore del Mondo
Il “trauma gentile” iniziale da cui scaturisce l'opera è
l'iper-esposizione agli avvenimenti del mondo. Iannino si descrive come una
spugna gettata nell'acqua: un ricettore passivo, eppure sensibilissimo, della
cronaca, del consumismo esasperato e delle nevrosi collettive. L'inizio del suo
lavoro è segnato da questo sovraccarico sensoriale e informativo. Il collage
primordiale diventa lo specchio di una mente che tenta di fare ordine nel caos,
raccogliendo i frammenti della realtà per evitare di essere sommersa da essi.
4. Dal Silenzio all'Urlo Cromatico: La Catarsi sulla Superficie
Nelle prime fasi del suo lavoro, l'urgenza di
"scaricare le tensioni" si traduce in un corpo a corpo con la
superficie. L'atto di strappare il cartone, squarciarlo e aggredirlo con colori
primari (il giallo stridente, il blu profondo) rappresenta il momento esatto in
cui l'energia accumulata viene espulsa. Questo passaggio terapeutico dalla
saturazione al rilascio conferisce alle prime opere una forza visiva cruda, non
filtrata, dove la vernice e lo strappo non cercano la bellezza formale, ma la
pura liberazione catartica.
5. Il Sabotaggio del Desiderio: La Consapevolezza Antropologica
Mentre l'impulso iniziale è puramente viscerale, la carriera
di Iannino evolve rapidamente verso una lucidissima analisi antropologica.
L'artista si rende conto che i materiali usati per sfogare la sua urgenza
(involucri, loghi commerciali, scarti industriali) portano con sé la traccia
della "libido del consumo". L'inizio della sua maturità artistica
coincide con questo atto di sabotaggio culturale: l'artista si appropria delle
esche visive del marketing capitalistico per svuotarle della loro funzione
commerciale, trasformando il rifiuto della società dei consumi in un reperto
archeologico del nostro tempo.
“l'incontro/scontro con la materia e gli scarti non è
arrivato improvviso. Ho fatto "pittura", ho studiato da indipendente
le tecniche, il disegno, la costruzione, i pigmenti. Insomma mi sono
acculturato. Ho letto molto e consumato moltissimi pennelli, tubetti di colore
a olio, trementina, matite...”
L'approccio al collage e allo scarto non è un'improvvisazione naïf, ma l'approdo consapevole di un lungo viaggio accademico e tecnico. Non c'è rottura senza conoscenza; la transizione alla materia avviene solo dopo aver padroneggiato gli strumenti tradizionali dell'arte.
Questa fase di formazione e transizione chiarisce e
fortifica l'analisi della sua poetica:
1.
La Formazione Autonoma e la Disciplina della
Tecnica illumina il percorso dell'artista e affonda le radici in un rigido e
appassionato studio indipendente.
Prima di aggredire il cartone e il rifiuto,
Iannino consuma pennelli, tubetti di olio, trementina e matite. Questa fase non
è un semplice passatempo, ma una vera e propria educazione sentimentale e
tecnica alla superficie.
Lo studio autodidatta dei pigmenti, delle regole del disegno e della costruzione geometrica e spaziale dota l'artista di una "cassetta degli attrezzi" solidissima.
Quando Iannino compone un collage, l'equilibrio dei pesi visivi, la saturazione cromatica e la disposizione spaziale non sono casuali: sono governati da una mente che conosce profondamente le regole della pittura classica.
2. Nel consumo dei materiali tradizionali, preludio al consumo
dello scarto, c'è una sottile e affascinante ironia in questo passaggio: prima
di analizzare i rifiuti della società dei consumi, l'artista
"consuma" i propri strumenti di lavoro. I tubetti spremuti e i
pennelli logorati rappresentano il primo vero incontro fisico con la materia
esausta. Questo consumo rituale della materia pittorica tradizionale crea il
ponte perfetto verso la fase successiva. L'urgenza biologica di cui parla
l'artista si è inizialmente scaricata sulla tela attraverso l'olio e la
trementina; tuttavia, a un certo punto, la pittura bidimensionale e i suoi
strumenti convenzionali non sono più bastati a contenere la pressione
dell'energia accumulata.
3. L'Incontro/Scontro con la Materia: Il Superamento della
Pittura. La transizione dalla pittura su tela al cartone e allo scarto non è
un'illuminazione improvvisa, ma un "incontro/scontro" evolutivo.
L'acculturamento, la lettura costante e la comprensione della storia dell'arte
portano l'artista a sentire il limite della tela bianca. La realtà esterna —
con il suo carico di stimoli, notizie e merci effimere — spinge con troppa
forza per essere semplicemente "ritratta" o dipinta. Ha bisogno di
essere inglobata. Lo "scontro" avviene quando la tecnica pittorica
tradizionale viene piegata e infine sacrificata per fare spazio alla carne viva
della quotidianità: il cartone strappato, l'involucro, il detrito
antropologico.
4. Il Collage trasforma la “ Pittura e s’appropria con Altri
Mezzi della realtà mistificata dalle immagini” -la pittura è una bugia che dice
la verità- Grazie a questo background, l'opera polimaterica di Iannino non
rifiuta la pittura, ma la reinterpreta. I frammenti di scatole come Amazon o di
confezioni Eurospin vengono scelti e accostati con la stessa sensibilità con
cui un pittore tradizionale sceglierebbe una velatura d'azzurro o una sfumatura
di terra d'Ombra. I codici a barre, i loghi e le scritte industriali diventano
segni grafici; i colori accesi stesi sopra il cartone dialogano con le grafiche
stampate in un perfetto contrappunto cromatico. La cultura tecnica pregressa
permette all'artista di nobilitare il rifiuto non solo concettualmente, ma
anche formalmente, elevando lo scarto a elemento compositivo di assoluto rigore
plastico.
Questo chiarimento biografico definisce Iannino come un
artista totale, che distrugge e ricompone i codici visivi solo dopo averli
assimilati e compresi.
La Scuola del Silenzio – Dalla Regola all'Acculturamento.
Il viaggio artistico di Mario Iannino non comincia dallo
strappo, ma dalla linea. Non si origina dal caos del rifiuto, ma dall'ordine
rigoroso della disciplina pittorica.
Prima che il supporto polimaterico diventasse il terreno
d’elezione per la sua urgenza biologica, l'artista ha attraversato una lunga e
silenziosa stagione di formazione indipendente, una vera e propria scuola del
silenzio in cui l'acculturamento autonomo ha gettato le fondamenta di tutta la
sua produzione matura.
L'apprendistato non accademico si è configurato come uno studio maturo, ossessivo e profondo dei codici tradizionali dell'arte.
Iannino ha abitato lo spazio della pagina bianca e della
tela coltivando una consuetudine quotidiana con i materiali classici: ha
analizzato la chimica dei pigmenti, ha sperimentato la fluidità e la resistenza
della trementina, ha compreso la densità dei colori a olio e la precisione
millimetrica delle matite.
Consumare tubetti di colore e logorare pennelli non è stato
un semplice esercizio di stile, ma un corpo a corpo con gli strumenti della
visione.
Attraverso questo consumo rituale, l'artista ha assimilato le regole della costruzione spaziale, i pesi dell'equilibrio geometrico e la modulazione della luce.
L'acculturamento di Iannino, nutrito da letture costanti e
da una curiosità critica mai appagata, lo ha tenuto lontano dalle scorciatoie
dell'improvvisazione.
La sua non è l'arte grezza di chi ignora la storia, ma
l'arte consapevole di chi ha digerito la tradizione fino a poterne fare a meno.
Quando si osserva la struttura dei suoi collage/polimaterici
successivi, si percepisce chiaramente l'eco di questo rigore formativo: la
disposizione dei frammenti non risponde mai al caso, ma a una solida
architettura mentale derivata dal disegno e dallo studio della composizione.
Il "periodo classico" rappresenta il preludio necessario
allo scontro con la materia. Per poter sabotare i meccanismi visivi della
contemporaneità, l'artista doveva prima padroneggiarne gli strumenti
fondamentali. Il consumo fisico dei materiali da bottega ha educato la sua mano
e il suo occhio, trasformando il pittore colto e indipendente in un chirurgo
della forma, pronto a trasferire la sacralità della tecnica tradizionale sulla
superficie profana dello scarto quotidiano.
L'Incontro/Scontro con la Materia.
C’è un momento preciso nel percorso di un artista in cui gli strumenti ereditati dalla tradizione non riescono più a contenere la pressione della realtà interiore ed esteriore.
Per Mario Iannino, questo punto di rottura segna il
passaggio definitivo dal profumo della trementina alla consistenza ruvida del
cartone da imballaggio.
L'incontro con lo scarto non si manifesta come una
folgorazione improvvisa, ma come uno "scontro" inevitabile: la
pittura bidimensionale, con i suoi rituali codificati, si rivela
improvvisamente insufficiente a fare da barriera o da filtro contro il
sovraccarico del mondo.
L'analogia della spugna descritta dall'artista si fa qui
carne e sostanza. Quando il recettore è saturo, quando gli avvenimenti e le
tensioni biologiche spingono per essere scaricati, la tela bianca non basta
più: è troppo eterea, troppo distante dal rumore della strada e del consumo.
L'artista avverte il bisogno fisico di un supporto che abbia
già vissuto, che porti in sé le cicatrici del mondo reale.
Il cartone da imballaggio cessa di essere un semplice
contenitore di merci effimere e si trasforma nel corpo vivo su cui operare
l'espulsione della "bile" emotiva.
In questo scontro, la mano dell'artista non accarezza più la
superficie con la fluidità dell'olio; al contrario, la aggredisce.
Lo strappo diventa un gesto plastico, un taglio netto che squarcia la linearità del supporto per rivelarne l'anima ondula, la fragilità interna, la stratificazione.
Ma è proprio in questa apparente violenza che interviene la
sapienza del capitolo precedente. La transizione alla materia non cancella il
pittore, lo potenzia.
I colori accesi — il blu profondo che accoglie e sprofonda
l'angoscia, il giallo stridente che evoca la vibrazione del trauma, il rosso
denso — vengono stesi sulla superficie cartonata con la spatola non come
decorazione, ma come traccia cromatica di un'energia termica rilasciata per
pura sopravvivenza.
L'opera polimaterica diventa così il terreno fisico di una
catarsi strutturata, dove ogni ferita inferta al supporto e ogni densità di
colore rispondono al rigore compositivo appreso nella scuola del silenzio. Lo
scontro con la materia si risolve, infine, in un nuovo e più potente equilibrio
formale.
L'Archeologia del Rifiuto e la Lente del Consumo
Quando l'urgenza interiore di Mario Iannino incontra la materia stradale nei linguaggi metropolitani, e domestica, l'osservazione degli scarti si eleva immediatamente a indagine antropologica.
Il rifiuto cessa di essere spazzatura per farsi reperto
archeologico del nostro tempo.
Sotto la lente catartica dell'artista non finisce un singolo
marchio o una specifica catena di distribuzione, ma l'intero, tentacolare
apparato del marketing consumistico globale.
Dalle scatole Amazon ai pacchi della grande distribuzione
organizzata, ogni frammento cartaceo viene trattato come una traccia fisica
delle nostre nevrosi collettive.
Questi residui industriali sono i testimoni silenziosi di
ciò che la società ha prima desiderato in modo ossessivo e poi gettato con
indifferenza. Il cartone strappato conserva i segni grafici della sua prima
vita: codici a barre, scritte tipografiche industriali, avvertenze funzionali
come il monito “MANEGG IARE CON CUR”. Iannino non cancella queste tracce; le
isola, le decontestualizza e le costringe a dialogare con lo spazio dell'opera.
In questo modo, l'artista mette a nudo l'intera filiera del consumo, evidenziando il paradosso tra la complessa progettualità intellettuale, il duro lavoro manuale necessario a creare un imballaggio e la sua intrinseca, misera destinazione all'effimero.
L'operazione artistica si muove così su un doppio binario:
da un lato c'è il rilascio di una tensione biologica personale, dall'altro una
lucidissima radiografia sociale. Lo scarto capitalistico è spogliato della sua
transitorietà logistica e investito di una sacralità nuova.
Attraverso il rigore della composizione ereditato dagli
studi pittorici, Iannino riscatta il detrito dall'oblio della discarica e lo
fissa per sempre sulla superficie dell'opera.
Il rifiuto,
nobilitato dal pensiero e dal gesto, si trasforma nel diario visivo di un'epoca
che consuma se stessa attraverso le merci che produce.
Il Sabotaggio della Libido Capitalistica
Il viaggio di Mario Iannino giunge al suo culmine logico e
formale in un sistematico atto di guerriglia semiotica.
I frammenti di confezioni, i loghi patinati e le icone
commerciali che popolano i suoi collage sono, nella loro vita precedente, esche
visive di precisione millimetrica. Sono vettori di senso studiati da esperti di
marketing con un unico scopo: agganciare l'occhio, stimolare la dopamina e
attivare la libido del consumo, quella molla psicologica che promuove e
invoglia incessantemente la mercificazione dell'effimero.
Sotto le mani dell'artista, tuttavia, questo meccanismo di seduzione di massa si inceppa. Attraverso l'atto chirurgico e violento dello strappo e del successivo incollaggio, Iannino isola il feticcio commerciale e lo priva definitivamente della sua funzione originaria. L'oggetto del desiderio effimero è strappato dal flusso della circolazione delle merci e decontestualizzato.
Il marchio perde il suo potere ipnotico; non vende più
nulla, non promette felicità preconfezionata, non spinge all'acquisto. È forzatamente ridotto a pura forma, a texture
cartacea, a campitura cromatica che dialoga con i rossi, i gialli e i blu della
tavolozza interiore dell'artista.
Questo sabotaggio culturale non è una semplice distruzione,
ma una trasmutazione alchemica. La tensione biologica accumulata dall'artista
come una spugna, e la "bile" scaturita dal sovraccarico del mondo,
trovano in questa decostruzione la loro catarsi definitiva.
Smontando i simulacri del
capitalismo quotidiano, Iannino non si limita a scaricare un'urgenza personale:
offre una via di fuga collettiva. L'effimero è costretto a farsi memoria
storica, e lo scarto, sottratto al ciclo del consumo perpetuo, si eleva a monumento
solido, a potente e imperituro diario visivo del nostro tempo.
“… la ricerca poetica non si esaurisce qui. il
polimaterico è ulteriormente "dematerializzato" attraverso le nuove
tecniche digitali. il lavoro assume aspetti meno pesanti. non tridimensionali,
è anche una questione logistica di spazio. le opere, per essere propositive e
quindi avere più vita, si presentano moltiplicate digitalmente e rimanipolate”
Questo elemento apre uno scenario straordinariamente
contemporaneo e lungimirante: il passaggio dal peso della materia alla fluidità
del pixel. L'urgenza biologica e il rigore pittorico di Mario Iannino non
restano prigionieri della tridimensionalità fisica del cartone, ma trovano
nelle nuove tecnologie digitali una nuova, strategica via di fuga e di
moltiplicazione.
La Dematerializzazione Digitale – Spazio, Logistica e Moltiplicazione dell'Opera
Se il collage polimaterico rappresenta il corpo a corpo
fisico con la "bile" e il rifiuto, la poetica di Mario Iannino compie
un ulteriore, decisivo scatto evolutivo: la transizione verso il digitale.
Questa fase non rinnega il lavoro precedente, ma lo
"dematerializza", liberandolo dai vincoli e dai limiti della fisica.
Il passaggio alle nuove tecniche digitali risponde a una duplice necessità, sia
poetica che pragmatico-logistica, ridefinendo il concetto stesso di opera
d'arte nell'era della riproducibilità tecnica e virtuale.
Da un punto di vista strettamente pratico, l'artista affronta la reale e stringente questione dello spazio e della logistica.
Il polimaterico, per sua natura, accumula peso, ingombro,
spessore; richiede luoghi fisici di stoccaggio e conservazione che rischiano di
soffocare l'azione stessa dell'artista.
Trasferire la composizione nel regno del digitale significa
alleggerire l'opera, spogliarla della sua pesantezza per renderla agile,
flessibile e immediatamente fruibile.
Tuttavia, l'operazione non è un semplice "salvataggio
d'archivio", ma un vero e proprio atto creativo di rimanipolazione.
L'opera fisica è scansionata, fotografata, digerita dall'occhio tecnologico e poi ricostruita.
In questo limbo virtuale, i frammenti di cartone, i codici a
barre e le campiture cromatiche perdono la loro terza dimensione fisica ma
acquistano una nuova, vibrante intensità bidimensionale. Il pixel diventa il
nuovo pigmento.
Questo processo permette all'opera di essere
"propositiva" e di moltiplicarsi, garantendole una vita infinitamente
più lunga e pervasiva. Se il collage originale è un pezzo unico e statico, l'opera
digitale rimanipolata può abitare contemporaneamente infiniti schermi, mostre
virtuali e supporti diversi.
La scomposizione e ricomposizione digitale diventa
l'ennesimo livello di sabotaggio del consumo: l'artista usa gli stessi canali
immateriali della comunicazione e del marketing contemporaneo per diffondere il
suo virus poetico.
L'effimero, che era stato prima salvato e solidificato nel
cartone, viene ora liberato nell'etere digitale, diventando una memoria fluida,
ubiqua e immortale.
Il Diario Fluido di un'Epoca
Il viaggio artistico di Mario Iannino si rivela, alla luce di questa evoluzione, come un circuito perfetto.
Partito dalla disciplina colta e silenziosa della pittura
tradizionale, l'artista ha consumato i suoi strumenti per poi aggredire, per
urgenza biologica, lo scarto materiale della società dei consumi. Infine, ha
compreso che per vincere la battaglia contro la mercificazione dell'effimero
era necessario superare la pesantezza stessa della materia, consegnando le sue
intuizioni alla fluidità del digitale.
Iannino si conferma così un attento anatomista del nostro
tempo. Che utilizzi la trementina, il cartone strappato o il software di
rimanipolazione visiva, il suo obiettivo resta immutato: trasformare il
sovraccarico sensoriale in un diario visivo collettivo, capace di ricordarci
chi siamo attraverso ciò che desideriamo, ciò che scartiamo e ciò che, grazie
all'arte, decidiamo di non dimenticare.

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