CAROSELLO

L'essenziale è invisibile

 

L’incompreso.


Il film Incompreso - Vita col figlio (1966) di Luigi Comencini introduce numerose e profonde differenze rispetto al romanzo originale del 1869 di Florence Montgomery. Il regista ha modernizzato la storia per trasformarla in uno studio psicologico sul lutto e sul rapporto padre-figlio.

Nel libro la vicenda si svolge nell'Inghilterra vittoriana della fine del XIX secolo all'interno di una residenza di campagna della nobiltà britannica.

Nel film la storia è spostata in avanti nel tempo (fino agli anni '60 del Novecento) e geolocalizzata a Firenze, dove il padre lavora come console britannico.

ma non è questo il tema che s'intende trattare. si vuole fare il punto sull'incomprensione generalizzata, quando i giuduzu rimangono alla superficie e non si sonda l'interiorità, la sensibilità, l'empatia invisibile agli occhi. spesso si è giudicati e si giudica per quello che non si è davvero

il film è solo un pretesto, ma il vero tema è molto più profondo, universale e drammaticamente quotidiano.


Parliamo di quella dolorosa discrepanza tra l'apparenza che gli altri vedono e l'essenza che noi viviamo.

Quando ci fermiamo alla superficie, commettiamo un errore sistematico di valutazione che ferisce l'interiorità delle persone. Ecco i punti chiave di questa incomprensione generalizzata:

La trappola dei ruoli e dei comportamenti portano a compiere errori di valutazione.

Il comportamento non è l'intenzione! Spesso un atteggiamento di chiusura è giudicato come "arroganza" o "freddezza", quando in realtà è solo uno scudo per proteggere un'estrema timidezza o un trauma non elaborato.

L'iper-responsabilità invisibile di chi si mostra forte, allegro o indipendente è spesso abbandonato a se stesso, perché si presume che "non abbia bisogno di aiuto". È la solitudine di chi sostiene gli altri ma non è mai sostenuto.

E l'azione scomposta, il gesto impulsivo o un errore sono isolati e usati con estrema superficialità, diventa etichetta definitiva. Chi l’affibbia ignora tutto il vissuto, la stanchezza o la pressione che hanno generato quel momento nell’incompreso, appunto.

Perché i giudizi rimangono in superficie?

Gli esperti parlano di pigrizia cognitiva. Sondare l'interiorità altrui richiede tempo, energia psicologica e ascolto attivo. È molto più facile e veloce applicare un'etichetta preconfezionata.

Viviamo in una società che premia la performance e l'immagine visibile. L'empatia invisibile, la sensibilità e le sfumature emotive non lasciano traccia sui social o nei risultati pratici, quindi sono ignorate.

Spesso giudichiamo gli altri in base alle nostre paure, insicurezze o aspettative non realizzate. Vediamo l'altro non per ciò che è, ma attraverso lo specchio deformante dei nostri bisogni.

Questo tipo di incomprensione genera un senso di profonda alienazione. Ci si sente invisibili pur essendo costantemente esposti. Si finisce per vivere con la costante frustrazione di dover "spiegare" se stessi, oppure, per sfinimento, ci si chiude in un silenzio difensivo, accettando che gli altri vedano solo un fantasma o una caricatura di ciò che siamo davvero.

L'essenziale, come scriveva Saint-Exupéry, rimane invisibile agli occhi, ma richiede un atto di volontà per essere cercato e compreso.

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