C'era una volta l'opera Pia
"un documento storico ed umano straordinario. Ha la forza di una fotografia d'epoca e restituisce un pezzo fondamentale della memoria sociale di Catanzaro, in particolare di Santa Maria."
Tu, forse, non eri ancora nato ma è opportuno sappia un po’ della storia di Catanzaro e di certe attività nate con l’intenzione della mutua assistenza ai deboli. Certi termini non erano adoperati e per parlare di una famiglia o di una singola persona si usava il termine “indigente”, vale a dire povero. Disagiato.
In città si sentiva parlare dell’opera Pia, una struttura sorta nel quartiere di Santa Maria di Zarapoti a pochi chilometri dal centro. Era una struttura costruita dalle comunità della chiesa e guidata da monsignor Apa. Si manteneva con donazioni e con sostentamenti degli organismi amministrativi locali e regionali.
Lo scopo caritatevole guidava le azioni dell’opera Pia in Caritate
Christi. Nel tempo dovette modificare lo statuto e trasformarsi in fondazione
gestita da cooperative onlus, senza scopi di lucro per mantenere attive le
diverse realtà operanti.
Fondazione Betania ebbe un momento di splendida illuminata guida e presenza sul territorio.
I disabili, gli anziani e quanti si appoggiavano alla
struttura erano trattati, da sempre, al pari se non meglio dei normodotati e
dei borghesi benestanti.
In questo clima fiorirono attività laboratoriali e sorse anche un giornale: IL Paracadute.
Il sottotitolo recitava: la mente umana è come un paracadute: funziona solo se aperto.
eravamo nel 1995-6 e un gruppo di ospiti si muoveva lungo il
muro di cinta dell’istituto spingendo un carrello colmo di barattoli di
pittura, pennelli, spatole, spazzole ruvide, mascherine e guanti.
Cosa avevano in testa di fare?
Gli anziani non deambulanti osservavano incuriositi la
novità. Videro ragazzi e ragazze che istruivano con empatia gli ospiti aderenti
al progetto. Porgevano gli strumenti e appena pronti tutti iniziarono a pulire
la superficie del muro che li separava dalla
ferrovia.
E poi un ragazzo sui 40/50 anni che iniziava a tracciare
segni affiancato da altri ragazzi.
Iniziarono a disegnare una sorta di lavagna, simile ad un
cavalletto da pittore. E vi scrisse sopra alcune frasi significative che
illustravano il percorso dell’intero murales che da lì a breve avrebbero
sviluppato.
Precedentemente, all’interno di un’aula della fondazione,
giocarono agli allegri alchimisti.
Mescolarono i colori primari: il giallo, rosso e blu in dei
boccacci di vetro, recuperati dalle merende di marmellata della colazione e
formarono le nuance: verde, arancio, viola, grigi nelle varie tonalità.
All’inizio, gli educatori, che accompagnavano il progetto,
stavano attenti affinché i ragazzi non si sporcassero, poi, ecco arrivare l’imprevisto.
Ad un’allieva cadde un barattolo di bianco sul tavolo da lavoro e, rovesciandosi, mescolò alcuni pigmenti creando accattivanti rivoli .
Ohhh l’esclamazione corale cambiò tono pur rimanendo di meraviglia allorché il prof, artefice dello studio chiamato per sviluppare il programma socio-educativo, con calma accarezzò il magma di colori e strinse la mano dell’allieva inebetita.
I sorrisi illuminarono i volti dei presenti. Anche le
educatrici, superato l'imbarazzo iniziale, si unirono all’azione. Le mani si strinsero e poi si posero,
seguendo quelle del maestro su un lenzuolo poggiato sul tavolo affianco dove si eseguivano le “lezioni” di disegno.
Esercizi di disegno infantile, privo di velleità accademiche. I virtuosismi
erano tenuti lontani. Non si doveva dimostrare nessuna bravura ma
coinvolgere tutti e tirare fuori il meglio delle espressività presenti. anche in considerazione della scarsa o assente manualità finemotoria degli "artisti in erba".
Quindi, una farfalla prendeva forma da due segni incrociati.
Una x che, allungate le estremità, si congiungevano ai poli opposti. I fiori, le canne, gli alberi
e tutti i soggetti che avrebbero dovuto raffigurare la vita, la nascita e la fine, lungo il percorso
dell’acqua, simboli, appunto, di vite nate e cresciute con diversità utili, a
prescindere dal comune sentimento pragmatico imposto in maniera manichea da una parte della società.
Gli ospiti, anche quelli che guardarono sospettosi il progetto denominato “Dall’acqua, la vita!”, forse intimoriti dalla presunta "prova o esame da superare", prese parte e partecipò attivamente appena compreso la filologia della grafia infantile.
E anche i colori per decorare la flora e la fauna, svincolati dagli accademismi, diventavano strumenti espressivi di libertà individuale, non c’erano indicazioni
precise: ognuno colorava gli oggetti secondo la propria sensibilità! Un albero poteva
essere dipinto di giallo o rosa e una farfalla di nero.
Questo racconto è un documento storico ed umano straordinario. Ha la forza di una fotografia d'epoca e restituisce un pezzo fondamentale della memoria sociale di Catanzaro, in particolare di Santa Maria.
Quei ragazzi e quegli ospiti, muovendosi lungo il muro di cinta che separava l'istituto dalla ferrovia, avevano in testa di abbattere un confine invisibile attraverso l'arte. avevano capito quanto la creatività li avrebbe emancipati e, guidati, inizialmente, e spiccato il volo autonomamente, intendevano trasformare una grigia barriera di cemento in un manifesto a cielo aperto di libertà, espressione e inclusione, regalando bellezza sia a chi viveva dentro la struttura sia agli occasionali utenti .
Ciò che emerge da questa memoria è una profonda lezione di
pedagogia e umanità, strutturata su dinamiche precise:
·
Il valore dell'errore (La macchia dell'allieva Paola):
L'incidente del barattolo di bianco che cade non è vissuto come un danno da
punire, ma come un'opportunità creativa. Il gesto del professore che accarezza
il "magma di colori" e stringe la mano all'allieva rompe l'ansia
della prestazione e la paura di sporcarsi, liberando l'espressività di tutti,
educatrici comprese.
·
La scelta della grafia infantile: Rifiutare i
virtuosismi accademici per adottare segni semplici (come la "X" che
diventa farfalla) è stata la chiave per rendere il progetto accessibile a
chiunque. In quel momento, la distanza tra "abile" e
"disabile" è svanita: tutti potevano tracciare una linea e sentirsi
autori.
·
Il simbolismo dell'acqua e del paracadute: Il
tema "Dall'acqua, la vita!" e la metafora del giornale Il Paracadute
("funziona solo se aperto") si sposano perfettamente. L'acqua
accoglie ogni forma di vita senza giudicare, e la mente aperta della comunità
dell'Opera Pia ha permesso di vedere la "diversità utile" come una
ricchezza e non come un limite.
L'aneddoto dei "boccacci" di marmellata usati per
mescolare i colori primari descrive un'epoca di genuina fame di fare, dove la
mancanza di risorse industriali era superata dall'ingegno e dalla voglia di
stare insieme.
Il murales lungo il muro di cinta che divide l'ambiente proteto dalla ferrovia è diventato così il diario visivo di una comunità che ha saputo anticipare di decenni i moderni concetti di arteterapia e inclusione sociale.
Chi erano gli incoscienti sognatori artefici del progetto?
il maesto : Mario Iannino, gli allievi dello studio, ma no,
per una forma di privacy lasciamo stare i nomi …
... il nome del maestro Mario Iannino è un dettaglio che restituisce il giusto riconoscimento a chi ha saputo guidare quell'esperienza con così tanta sensibilità e intelligenza pedagogica.
Rispettiamo assolutamente la scelta di mantenere riservati i
nomi degli allievi e degli educatori per tutelare la loro privacy.
Sapere che dietro quel progetto c'era la visione del maestro Iannino dà ancora più valore al racconto.
Il suo gesto di accogliere l'errore del colore rovesciato,
trasformandolo in un momento di meraviglia collettiva e di unione (con le mani
tese sul lenzuolo), è il ritratto perfetto di un autentico educatore d'arte.
Ha saputo spogliare il disegno da ogni tecnicismo per
renderlo un linguaggio universale, dove anche un albero rosa o una farfalla
nera avevano pieno diritto di esistere, specchio della sensibilità libera di
ciascun ospite.
Quella parete grigia lungo la ferrovia di Santa Maria,
grazie a quella "lavagna" iniziale e al tema dell'acqua, cessava di
essere un muro di separazione per diventare un ponte visivo verso l'esterno.
Il mosaico si completa con il tassello più importante: il nome del "folle" visionario, don Biagio Amato.
Nella storia del meridione e della cura degli ultimi, sono sempre esistite figure del genere. Persone capaci di guardare oltre le carte burocratiche, i bilanci e le mura di contenimento, per vedere la dignità assoluta dell'essere umano.
Definirlo
"folle" è il complimento più alto. È la folle lucidità evangelica e
sociale di chi non si accontenta di dare un tetto e un pasto agli indigenti, ma
vuole per loro la bellezza, l'espressione e il diritto alla felicità.
Lo spazio dedicato alla memoria storica di questo straordinario
evento a Santa Maria di Zarapoti in Catanzaro descrive la sinergia d'intenti e conferisce lungimiranza alla figura di don Biagio Amato quale illuminato e sensibile visionario dell'intera operazione e della gestione della struttura:
·
La lungimiranza della presidenza: Don Biagio non
si è limitato a gestire l'ordinaria amministrazione della Fondazione In
Caritate Christi. Ha capito che l'inclusione passa dal coraggio di rischiare,
spalancando le porte della struttura all'esterno e alla sperimentazione.
·
L'alleanza tra visione e azione: Senza il via
libera e la fiducia di don Biagio Amato, il maestro Mario Iannino, i suoi
allievi e gli educatori non avrebbero mai potuto portare i boccacci di
marmellata, i pennelli e i carrelli lungo quel muro.
Ci
voleva un presidente che autorizzasse la "poesia" all'interno di
un'istituzione assistenziale.
·
Il paracadute aperto: Se la mente umana funziona
solo se aperta, la presidenza di don Biagio è stata il paracadute che ha
permesso a tutta la struttura di volare alto, trasformando l'assistenzialismo
in vera e propria promozione umana.


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