CAROSELLO

Il paradosso del passatismo

ARTE CONTEMPORANEA, SPECCHIO DEL PRESENTE

Se per qualcuno l'arte visiva di oggi è solo spazzatura, la parola scritta sa come risarcirci: può prendere le menti già "incartapecorite dal tempo" – a dispetto della loro giovane anagrafe – e restituirle al mondo come personaggi vividi, mai di scarto. In fondo, con il loro spirito da centenari, questi giudici severi condividono la stessa linea temporale dell'arte contemporanea. 



 Cosa dire a chi non apprezza e accetta la creatività espressa in ossequio alla filologia dell'arte contemporanea? Nonostante i traguardi raggiunti dal pensiero critico e estetico una grandissima parte apprezza la pittura figurativa e ritiene le avanguardie "spazzatura" specie se pensiamo al nouveau Réalisme, alla poetica del ready made, e quanto gira attorno al riuso degli "scarti" consequenziali prodotti dalla macchinosa fabbrica consumistica.


Di fronte ai tanti "distratti" che liquidano l’arte contemporanea o le avanguardie "spazzatura", il modo migliore per rispondere non è attaccare, ma smontare i preconcetti spostando il focus dal "saper fare" al "saper pensare".


 L'ARTE NON È UN MESTIERE!

C’è un paradosso strano, quasi divertente, che salta fuori ogni volta che parlo d'arte. Ed è una storia che di sicuro avrnno vissuto quanti sono “avanti” nelle dinamiche concettuali e sorreggono convintamente le dinamiche.

A chi dice, sei un "ottimo scrittore", talentuoso con le parole, ma davanti a certi lavori – fatti con inserzioni di manifesti strappati e scarti della nostra vita di tutti i giorni –  sorride e in cuor suo sentenzia: "Come pittore non vali niente, scopiazzi Mimmo Rotella, questa mica è arte".

È qui che scatta il non senso.

Perché se si usano le parole di tutti per scrivere un racconto si è artista, ma se si prendono i manifesti, o loghi commerciali e prodotti/scarti di largo consumo per fare un quadro e proporre una visione differente è un bluff? 

Il problema –  dei tantissimi "Ghepardi" che popolano le nostre vite – è che sono rimasti intrappolati nell'Ottocento. Per loro l'artista visivo deve ancora essere un artigiano che soffre con il pennellino in mano a fare il ritratto somigliante. Non capiscono che la fotografia ha liberato la pittura da questo obbligo più di un secolo fa.

Quando si ricompongono cartoni abbandonati, plastiche consumate o manifesti stracciati, non si sta rubando l'idea a Rotella o a Duchamp. qualcuno sta usando una lingua che loro hanno inventato per dare una seconda vita a ciò che la società rifiuta. consuma velocemente e getta con disinvoltura!

La mente che scrive e la mente che incolla e rivisita la materia di scarto elevandola a messaggio non più effimero qual è destinata è la stessa. Cambia solo lo strumento, il paradigma rimane.



 Il confine invisibile: la decorazione non è arte

C’è una distinzione fondamentale che i nostalgici del pennellino non riescono a cogliere: la differenza netta tra l'arte e la semplice decorazione.

Gran parte del pubblico oggi confonde l'esperienza estetica con la sedazione visiva. Cerca quella che possiamo definire una "pittura ruffiana", un’arte consolatoria, fatta di paesaggi idilliaci e immagini rassicuranti progettate al solo scopo di appagare l'occhio. 

Questa produzione non è arte; è arredamento. Ha la stessa funzione di un bel tappeto o di una carta da parati: riempire un vuoto e non disturbare la quiete della stanza, fisica e mentale.

I "Ghepardi" del mondo difendono questa pittura perché soffrono, culturalmente parlando, di astenia.

 Pretendono che l’arte sia un rifugio nostalgico, un anestetico per non fare lo sforzo di interpretare la complessità del presente. Vogliono essere rassicurati da ciò che già conoscono, rifiutando il pensiero critico che ogni avanguardia richiede.

La vera arte non nasce per decorare le pareti dei salotti borghesi; nasce per aprire crepe nelle certezze. Mentre la pittura decorativa offre una risposta preconfezionata e piacevole, l'arte contemporanea pone una domanda scomoda. 

Il Nouveau Réalisme, il ready-made e il riuso dei nostri scarti quotidiani ci costringono a guardare in faccia i residui della macchina consumistica in cui siamo immersi. 

Chi si rifugia nel paesaggio idilliaco sta solo scegliendo un'illusione estetica per fuggire dalla verità del proprio tempo.

L'odore della fucina è dentro la testa



E se poi il discorso si sposta sui lavori dematerializzati, quelli che oggi liberano ed espandono enormemente la creatività coeva al nostro tempo, la reazione è ancora più nostalgica: liquida tutto perché non sente "l'odore della fucina". Cerca il metallo battuto, l'impatto del pennello tra il colore e la tela, la trementina, le mani sporche di pigmenti, il sudore della fronte.

Ma l'odore della fucina appartiene all'artigiano, non all'artista. Quando si scrive un racconto al computer, non si pretende di sentire l'odore del calamo o dell'inchiostro per definire lo scrittore; si sa che la fucina è dentro la testa del creativo. 

Perché allora le arti visive non dovrebbero avere lo stesso diritto di evolversi oltre il peso della materia, in un mondo che è già diventato digitale, liquido e fatto di flussi invisibili?

Di fronte a questa rigidità, fare gli schizzinosi, offendersi non serve a nulla. 

Molto meglio un sorriso, uno scherno gentile, e continuare a creare. 

Anche perché, se per qualcuno l'arte visiva contemporanea si riduce a mera spazzatura, è opportuno ricordare che la scrittura ha il potere di trasformare in un personaggio vivo, e tutt'altro che di scarto, persino chi si è lasciato incartapecorire precocemente dal tempo. 

Dopotutto, con la loro mentalità da vecchi incartapecoriti, questi critici dimostrano già cento anni: la stessa identica età dell'arte contemporanea. Sarebbe ora che la smettessero di considerarla una novità pericolosa e iniziassero, finalmente, a trattarla come una coetanea.


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