Tutti complici e carnefici
«Quanto vale una vita? Forse niente. Neanche il prezzo di una pallottola se il rapinato corre dietro ai rapinatori con il revolver in mano carico e li uccide tutti senza pietà.»
Il prezzo della vita
Tra l’esasperazione della vittima che si fa giustiziere e la
disperazione sociale che alimenta la criminalità, la cronaca ci interroga sul
confine sottile tra diritto alla difesa e barbarie.
Una riflessione su cosa resta dello Stato di diritto quando
la politica abdica al suo ruolo.
Il prezzo di una vita e il fallimento dello Stato: se la giustizia cede il passo alla furia
Di fronte al trauma della violenza subita, la società si spacca tra la tentazione della vendetta e la ricerca delle cause profonde del disagio. Ma quando la vittima si trasforma in boia, a perdere è l'intera comunità.
Cattiva consigliera, l'esasperazione. Può spingere un uomo
comune, un cittadino qualunque travolto dall'ennesima rapina e dal dolore per
la violenza inflitta alla moglie, a trasformarsi in un implacabile giustiziere.
L'immagine di un uomo che insegue i suoi aggressori con un revolver carico, che
non si ferma neppure davanti a chi striscia a terra nel tentativo di salvarsi e
lo finisce a calci in faccia, non descrive solo un fatto di cronaca nera.
Descrive un abisso morale. Una regressione in cui il valore di una vita umana
crolla verticalmente, arrivando a valere meno del prezzo di una pallottola.
Davanti a una tragedia simile, la reazione spontanea si
divide. C'è chi ammette con lucidità che, in quella stessa situazione, avrebbe
scelto la via della cura e dell'empatia: fermarsi, accudire la propria
compagna, sincerarsi delle sue condizioni, lasciando che i soldi e i gioielli
se ne andassero dentro un borsone.
Non siamo tutti della stessa pasta, dopotutto. Ma il dato più allarmante emerge nelle reazioni della politica e dell'opinione pubblica.
Quando un uomo che si fa giustizia da sé viene eretto a
eroe, invocato per una grazia dalle alte cariche o persino corteggiato per una
candidatura elettorale, significa che il patto sociale è saltato. Significa che
la sete di vendetta viene scambiata per giustizia.
Tuttavia, l'errore speculare sarebbe quello di fermarsi alla
superficie della condanna morale, ignorando le radici del problema.
Senza alcuna intenzione di giustificare l'illegalità o la
violenza, è impossibile non guardare fuori dalla finestra e ignorare il
termometro della disperazione sociale.
Viviamo in un'epoca in cui il costo della vita è diventato insostenibile: il diesel che sfonda la quota psicologica dei due euro, i prezzi del pane, della carne e della verdura che schizzano alle stelle, lasciando troppi serbatoi e troppi stomaci vuoti.
La microcriminalità non nasce nel vuoto pneumatico; spesso
si alimenta nelle pieghe di una povertà crescente che una politica distratta,
lontana dal servizio per cui si è candidata, non riesce o non vuole arginare.
Se le istituzioni facessero davvero il proprio dovere, le disuguaglianze non
sparirebbero, ma la disperazione perderebbe terreno.
Finché la politica preferirà cavalcare il risentimento e
strumentalizzare i drammi individuali a fini elettorali, anziché combattere la
miseria e garantire la sicurezza, rimarremo intrappolati in questo circolo
vizioso. Un circolo in cui le vittime diventano carnefici e la giustizia
sommaria prende il posto dello Stato, lasciandoci tutti più poveri, più soli e
decisamente meno umani.

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