Il tempo ci è passato accanto
Il nostro pezzo di storia
NELL’ALBUM DI FAMIGLIA.
Conservano una bellezza antica, le foto del ’43/44. Eleganza negli abiti e nel portamento erano stili di vita.
Non sono note nostalgiche di un tempo che non torna ma poesia
visiva.
L'uomo nella foto, identificato come “zio Sasà” indossa una
riproduzione di biancheria intima militare d'epoca (nello specifico, dei boxer
bianchi in cotone dotati di bottoni frontali e regolatori laterali) abbinata a
una cintura militare in cuoio con fibbia in ottone e a un busta militare (il
tipico copricapo in tessuto dell'esercito).
Mentre, in questa suggestiva foto storica indossa un'uniforme militare coloniale nel deserto.
La divisa d'epoca (caratterizzata dal classico colore kaki, camicia con tasconi ed spalline, abbinata a un cinturone in tela e un copricapo a bustina), mentre tiene un'aquila reale appollaiata sulla spalla protetta dal passante della spallina.
"zio Sasà militare" è un reale parente di nome Bellisario (chiamato affettuosamente Sasà) che ha prestato servizio in un reparto storico, la foto testimonia un momento straordinario e ravvicinato con la fauna locale durante la sua giovinezza.
Se lo scatto, come penso, risale alla Seconda Guerra Mondiale (l'ultima
guerra) in Nord Africa, l'uniforme e gli elementi presenti indicano che zio
potrebbe aver prestato servizio nel Regio Esercito Italiano (o nella Polizia
dell'Africa Italiana) all'interno di reparti operanti nel deserto libico,
egiziano o tunisino tra il 1940 e il 1943. Ma di questo non ne sono certo. Di certo
so che da civile ha retto la “tipografia scuola” dell’istituto “sordomuti” di Catanzaro.
Lo ricordo come un uomo solare, sempre allegro.
Ancora oggi, 17 Luglio 2026
Conservano una bellezza antica, le foto del ’43/44.
L'eleganza negli abiti e nel portamento non erano una posa, ma un vero e
proprio stile di vita. Non sono note nostalgiche di un tempo che non torna, ma
pura poesia visiva che riaffiora dal passato.
Sfogliando l'album di famiglia, gli occhi si fermano sempre su di lui: zio Sasà. Un uomo solare, sempre allegro, la cui luce si percepisce chiaramente anche attraverso il bianco e nero di quegli scatti sbiaditi dal tempo, qui rimasterizzati. Che catturano frammenti d'Africa e di Giovinezza.
Nelle foto di quel periodo, la giovinezza di Bellisario – che
tutti chiamavamo affettuosamente Sasà – si mescola alla storia con la
maiuscola.
C'è un'immagine che toglie il fiato, quasi surreale: zio
indossa un'uniforme militare coloniale, immerso nel deserto. È la classica
divisa d'epoca color kaki, con la camicia dotata di tasconi e spalline, il
cinturone in tela e il tipico copricapo a bustina.
La cosa straordinaria è che tiene un’aquila reale
appollaiata sulla spalla, protetta dal passante della spallina. Un momento
ravvicinato e incredibile con la fauna locale, testimonianza di un'avventura
immensa.
In un altro scatto, quasi un dietro le quinte della vita da
campo, zio indossa una riproduzione di biancheria intima militare d'epoca:
boxer bianchi in cotone con bottoni frontali e regolatori laterali, abbinati a
una cintura militare in cuoio con la fibbia in ottone e all'immancabile bustina
in tessuto che, alla bisogna, era anche tuta da tenuta ginnica.
Se lo scatto risale alla Seconda Guerra Mondiale in Nord
Africa, l'uniforme suggerisce che zio potrebbe aver prestato servizio nel Regio
Esercito Italiano (o nella Polizia dell'Africa Italiana), in reparti operanti
nel deserto libico, egiziano o tunisino tra il 1940 e il 1943. Non ne ho la
certezza matematica, ma l'orgoglio per quel suo passato resta intatto.
Finita la guerra, la sua missione è diventata un'altra,
tutta civile e profondamente umana. Zio Sasà ha retto per anni la
"tipografia scuola" dell’istituto "sordomuti" di Catanzaro.
Tra i caratteri mobili, l'odore dell'inchiostro e il rumore delle macchine da
stampa, ha insegnato un mestiere e dato un futuro a tanti ragazzi, comunicando
con la forza del suo sorriso e della sua generosità.
Un uomo che ha visto il deserto e la guerra, ma che ha
scelto di seminare solo allegria e vita.
Nello scatto ritrovato, impresso in colori caldi e vividi, gli oltre ottant'anni trascorsi sembrano quasi annullarsi:
Tre giovani soldati sorridono davanti all'obiettivo, ma gli
occhi cadono inevitabilmente sul primo a sinistra: zio Sasà.
C’è una spontaneità disarmante in questa fotografia. Zio
Sasà è in primo piano, le mani ben salde sui fianchi, un sorriso aperto e fiero
che ne riflette l'animo solare.
L'uniforme coloniale kaki, seppur vissuta nel deserto,
mantiene quel rigore elegante descritto nei racconti: il cinturone in tela ben
stretto in vita, i tasconi sul petto, le maniche arrotolate a metà braccio per
combattere la calura, e la bustina militare inclinata con scanzonata
precisione.
Ma il vero miracolo visivo dell'immagine è quell'aquila reale posata proprio alle sue spalle, con le ali maestosamente spiegate. Il contrasto è fortissimo e poetico: la severità della pietra a secco che delimita l'accampamento e i rami spogli dell'arbusto sullo sfondo si contrappongono alla vitalità sprigionata da quel trio di commilitoni.
Gli altri due soldati guardano zio e l'animale con un misto
di ammirazione e divertimento; il ragazzo sulla destra, con il fregio ben
visibile sulla bustina, accenna un sorriso complice.
Questo scatto non è solo una testimonianza storica di un
reparto del Regio Esercito immerso nella dura campagna nordafricana; è il
frammento di una giovinezza che, nonostante la guerra e le privazioni del
deserto, non aveva perso la capacità di stupirsi, di stringere cameratismo e di
sorridere alla vita. La stessa straordinaria energia che, anni dopo, zio Sasà
avrebbe portato tra i banchi della tipografia scuola a Catanzaro.
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