CAROSELLO

Legge elettorale, cambiarla?

 

Regole su misura e astensionismo: 

il voto resta l’unica vera difesa civica

I notiziari aprono con dovizie di particolari sulla bagarre parlamentare scaturita dal decreto legge per la modifica della legge elettorale. 

Se dovessimo attenerci  rispettosamente a una legge fatta dagli uomini per dei "cittadini-sudditi", e astenerci dal commentare tradiremmo il nostro assunto. 

Sarebbe una forzatura deprimente, capace solo di mortificare l’intelligenza umana. 

È evidente che una legge che cambia le regole mentre la partita è in corso è strutturata per far vincere chi la vuole promulgare.


Questa riflessione fa da Incipit e centra il cuore del dibattito sulla natura delle regole democratiche, sollevando una questione di fondamentale importanza: il rapporto tra l'etica del gioco e il potere legislativo. Quando le norme elettorali vengono modificate a ridosso o durante una competizione politica, l'opinione pubblica avverte inevitabilmente una profonda asimmetria. Questo fenomeno, descritto dagli analisti come "ingegneria elettorale opportunistica" (o gerrymandering), mina la percezione di imparzialità che dovrebbe guidare le istituzioni.

La dinamica suscita profonda indignazione per tre motivi chiave:

 ·       Inversione del principio di neutralità: Le regole del voto devono essere una cornice condivisa e neutrale. Se diventano uno strumento di parte, la competizione perde legittimità.

·       Cittadini da sovrani a spettatori: Quando le leggi sono calate dall'alto per l'autoconservazione della classe politica, il cittadino viene ridotto a "suddito", percependo il proprio voto come inutile.

·       Logoramento della fiducia: Cambiare i meccanismi di attribuzione dei seggi a partita aperta alimenta l'astensionismo. La storia dimostra però che queste manovre spesso si rivelano un boomerang, poiché l'elettorato reagisce in modo imprevedibile davanti a ingiustizie palesi.

 

- L'arroganza delle riforme di fine legislatura

L'intervento sulle regole del gioco a ridosso delle elezioni amplifica al massimo il distacco tra istituzioni e cittadini. Quando una riforma viene approvata alla scadenza naturale del mandato, non si tratta più di una percezione di arroganza, ma di una totale assenza di rispetto per le istituzioni, segnata da autoritarismo e mancanza di dibattito.

Il testo viene quasi sempre blindato in fretta, tagliando fuori il confronto con le opposizioni e la società civile. Il legislatore smette di scrivere regole valide per il futuro del Paese e usa i sondaggi del momento solo per massimizzare i propri seggi e penalizzare gli avversari. Il Parlamento spende così le sue ultime energie per proteggere se stesso, invece di concentrarsi sulle emergenze economiche e sociali dei cittadini.

- Il tradimento dello spirito costituzionale

Questo modo di procedere priva la legge elettorale della necessaria "neutralità costituzionale", trasformando il Parlamento in un comitato elettorale. I Padri Costituenti non inserirono una specifica legge elettorale nella Costituzione per evitare di irrigidire il sistema, ma presupponevano che le regole del voto dovessero basarsi sul più ampio consenso possibile. Modificare queste norme a colpi di maggioranza viola la visione dei Costituenti sotto tre profili fondamentali:

 

·       Abuso della sovranità popolare: L'Articolo 1 della Costituzione affida la sovranità al popolo. Manipolare le regole per predeterminare il vincitore svuota di significato il diritto di voto.

·       Rottura del patto costituzionale: La Carta nacque dalla collaborazione tra forze politiche opposte. Usare la legge elettorale come arma di parte distrugge l'idea di regole condivise.

·       Violazione della parità di accesso: I Costituenti volevano garantire pari opportunità di rappresentanza. Le riforme "sartoriali" creano invece sbarramenti su misura per escludere i concorrenti scomodi.

 

La stessa Corte Costituzionale è intervenuta più volte (come con le storiche sentenze sul Porcellum e sull'Italicum) per ricordare al Parlamento che la libertà del legislatore incontra limiti invalicabili nei principi di ragionevolezza e di effettività del voto.

- Il voto come contropotere

Di fronte a manovre politiche percepite come distanti, la reazione dei cittadini oscilla tra la rabbia morale e la tentazione di arrendersi al disinteresse. Tuttavia, l'astensionismo è una falsa soluzione: lasciare la scheda bianca o non presentarsi alle urne significa regalare il proprio futuro a chi ha scritto quelle stesse regole per autoconservarsi.

In questo scenario, il voto consapevole rimane l'unico vero contropotere nelle mani della popolazione per:

 

·       Sconfiggere il calcolo politico: L'ingegneria elettorale si basa sulla prevedibilità dei flussi di voto. Un'affluenza massiccia e inaspettata fa saltare i calcoli matematici dei partiti.

·       Riaffermare la sovranità: Partecipare significa ricordare alla classe dirigente che il potere appartiene al popolo e non ai palazzi, onorando lo spirito della Costituzione.

·       Esercitare l'unica vera difesa: Il voto è l'unica arma legale, pacifica e democratica per premiare i comportamenti corretti e punire l'arroganza di chi modifica le regole a partita aperta.

 Disertare le urne convalida il sistema che si contesta. Partecipare, al contrario, costringe la politica a fare i conti con la volontà reale dei cittadini.

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