CAROSELLO

catarsi e presunzione

courtesy archivio M.Iannino
pagine in/utili, polimaterico, m.i. 2008
Catarsi artistica e presunzione.

Alcuni ruoli, a detta di molti, sono sopra le parti e, chi fa arte, è collocato tra questi.
Perciò, le analisi intrinseche alle opere artistiche, formali o lessicali, sono ritenute intellettualmente oneste giacché si presuppone una totale assenza di contaminazioni faziose.
Partendo da detti presupposti, viene da sé che il lavoro dell'artista diventa uno strumento alto al servizio delle coscienze, che, stimola la collettività e la invita a guardare oltre il proprio naso. Da ciò si evince che l’opera è sinonimo di emancipazione e, perché no, magari atto catartico proteso a sovvertire certi ordini d'idee indirizzate a mercantili guadagni immediati.
Da ciò, qualcuno pensa alla figura romantica del bohemien; all’artista maledetto, incompreso, morto di fame, alcolizzato o drogato, tanto per essere al passo coi tempi. Invece, non è così. La realtà è differente dalla letteratura romanzata di certa biografia.
Purtroppo, spesso ci s’imbatte in personaggi che, con estrema disinvoltura si autodefiniscono o sono definiti artisti dal sistema mercato solo perché conoscono e adoperano gli strumenti del mestiere, hanno studiato un po’ di storia dell’arte o assumono atteggiamenti stravaganti. Questi soggetti, permeati di egocentrismi istrionici esasperanti e di una buona dose di scaltrezza, depistano, coi loro atteggiamenti e il lavoro di basso profilo i non addetti ai lavori.
Da qualificati artigiani della tecnica e del pennello rispondono alle richieste del mercato incolto.
Eseguono scene impetuose, dal sapore vagamente barocco, o copie perfette di vedute marine, ritratti, con l’ausilio delle tecniche digitali o con comprovata maestria e padronanza grafica, riducendo il linguaggio visivo nella semplice finzione figurale mediante un inutile lavoro lezioso.
Perciò, se proprio necessita un’indicazione granitica per collocare una persona e la sua azione nella sfera colta dell’arte, certamente preferisco osservare e sostenere l’“operaio della cultura” che usa il linguaggio creativo della visione per frantumare luoghi comuni, denunciare incongruenze sociali, esternare utopie realizzabili. E, all’occorrenza, sappia punzecchiare e sgonfiare gli innumerevoli palloni che orbitano e pascolano arbitrariamente nei verdi campi della creatività colta.


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