CAROSELLO

Pensiero, arte e responsabilità civile

 "George Orwell aveva intuito che il controllo del linguaggio avrebbe preceduto quello del pensiero.
Non immaginava forse che il processo sarebbe avvenuto senza censura, attraverso il consenso spontaneo e la ripetizione incessante."


L'EPOCA DELL'OVVIO

Perché oggi la prima forma di resistenza è tornare a pensare

di Vittorio Politano

Viviamo in un tempo paradossale.

Mai l'umanità ha avuto accesso a una quantità così sterminata di informazioni e, nello stesso tempo, mai è sembrata così incapace di distinguere ciò che è essenziale da ciò che è irrilevante.

L'informazione ha vinto.
La conoscenza sta perdendo.

Ogni giorno attraversiamo migliaia di immagini, notizie, commenti, statistiche, indignazioni programmate. Tutto arriva alla nostra coscienza con la stessa intensità e con lo stesso peso specifico: una guerra, un gatto che suona il pianoforte, il prezzo del pane, l'ultimo scandalo politico, una pubblicità.

La gerarchia dei valori è stata sostituita da quella dell'algoritmo.

Non è una semplice trasformazione tecnologica.
È una mutazione antropologica.

L'essere umano ha sempre costruito la propria libertà attraverso la capacità di fermarsi, osservare e giudicare. Oggi, invece, siamo continuamente spinti a reagire.

Non ci viene più chiesto di comprendere.

Ci viene chiesto di prendere posizione.

Subito.

Ogni evento deve diventare appartenenza.
Ogni notizia deve trasformarsi in schieramento.
Ogni complessità viene sacrificata sull'altare della velocità.

La politica stessa è diventata comunicazione permanente.

Non governa soltanto le istituzioni.

Governa soprattutto il linguaggio.

Le parole cambiano significato con un'impressionante rapidità.

"Libertà", "pace", "sicurezza", "popolo", "identità", "democrazia", "diritti", "merito".

Sono termini continuamente evocati ma sempre meno definiti.

George Orwell aveva intuito che il controllo del linguaggio avrebbe preceduto quello del pensiero.

Non immaginava forse che il processo sarebbe avvenuto senza censura, attraverso il consenso spontaneo e la ripetizione incessante.

Oggi nessuno ci impedisce di parlare.

Semplicemente, diventa sempre più difficile trovare il tempo necessario per riflettere su ciò che diciamo.

L'eccesso di parole produce lo stesso effetto del silenzio.

In questo scenario anche la cultura rischia di diventare spettacolo.

Si consuma rapidamente.

Produce emozioni.

Raramente produce trasformazioni.

L'intellettuale viene spesso invitato a essere presente.

Molto meno frequentemente gli viene concesso di essere necessario.

Eppure il compito della cultura non consiste nel decorare il presente.

Consiste nell'interrogarlo.

Ogni civiltà ha attraversato momenti in cui il pensiero sembrava inutile.

Socrate fu condannato perché poneva domande.

Galileo perché osservava.

Gramsci perché studiava.

Hannah Arendt perché rifiutava le spiegazioni semplici.

Non erano pericolosi perché possedevano la verità.

Erano pericolosi perché costringevano gli altri a cercarle.

Oggi il rischio non è la censura.

È qualcosa di molto più sottile.

È l'irrilevanza del pensiero.

Quando ogni opinione vale quanto ogni altra, la competenza diventa sospetta.

Quando tutto è commentabile, nulla viene davvero approfondito.

Quando tutto è urgente, nulla è importante.

Eppure esiste ancora una forma di resistenza.

È lenta.

Non produce immediatamente consenso.

Non genera viralità.

Si chiama attenzione.

L'attenzione è probabilmente il gesto più rivoluzionario del nostro tempo.

Prestare attenzione significa sottrarre un frammento della propria vita al mercato della distrazione.

Significa concedere dignità alle sfumature.

Accettare che la realtà sia più complessa delle nostre convinzioni.

La verità, infatti, non è quasi mai comoda.

È stratificata.

Contraddittoria.

Talvolta persino sgradevole.

Ma senza questo continuo esercizio di ricerca la democrazia si impoverisce.

Perché una società incapace di pensare finisce inevitabilmente per essere governata da chi pensa al suo posto.

Non servono nuovi profeti.

Non servono nuovi maestri.

Servono cittadini che abbiano il coraggio dell'incertezza.

Persone capaci di cambiare idea quando i fatti lo richiedono.

Persone che preferiscano una domanda ben posta a una risposta ideologica.

Forse è proprio questa la funzione di uno spazio culturale.

Non offrire rifugi.

Aprire sentieri.

In fondo, costruire bellezza non significa rendere il mondo più gradevole.

Significa renderlo più abitabile.

E un luogo diventa abitabile solo quando il pensiero torna a essere un bene comune.

 

Vittorio Politano

Costruttore di Bellezza

AORE12 — Pensiero, Arte e Responsabilità civile

 

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