Dominanti digitali e sudditi con lo spid
La chiave digitale di cittadinanza non si paga!
PosteID vincola lo SPID al canone.
L’identità digitale non è un servizio premium. Non è l’abbonamento a una piattaforma di streaming, né un extra facoltativo per consumatori esigenti.
È la chiave d'accesso unica e imprescindibile per esercitare i propri diritti costituzionali. Vederla trasformata in un canone annuale rappresenta un ostacolo democratico che colpisce al cuore il rapporto tra lo Stato e i suoi cittadini.
L'identità digitale, imprescindibile dagli accessi per le
piattaforme che erogano servizi ai cittadini non si dovrebbe pagare mai! È un
servizio, uno strumento imprescindibile per il buon rapporto civile e sociale
tra le parti!
Il caso dei 6 euro all'anno introdotti da Poste Italiane per il servizio PosteID è la punta dell'iceberg di un braccio di ferro economico giocato sulla pelle dell'anello più debole della catena. Quando la politica congela i fondi e i ristori promessi ai provider privati per il mantenimento dell'infrastruttura tecnologica, applica la più classica e cinica delle dinamiche burocratiche: scaricare il costo vivo della transizione digitale direttamente sulle tasche di oltre 30 milioni di italiani.
Siamo di fronte a un paradosso strutturale. Lo Stato
digitalizza la macchina pubblica per tagliare i costi fisici degli sportelli e
centralizzare i flussi. Al tempo stesso, permette che l'accesso a quella stessa
macchina diventi un business privato o una corsa a ostacoli. Non serve evocare
distopie orwelliane o sofisticati sistemi di sorveglianza di massa per
spaventarsi. La realtà è molto più banale: si sta consumando un'esclusione
burocratica di massa per via economica e tecnologica.
La transizione verso soluzioni pubbliche come la Carta d’Identità Elettronica (CIE) o il futuro IT-Wallet viene narrata come una modernizzazione gratuita. Nei fatti, per la popolazione meno digitalizzata, si traduce in un bivio inaccettabile: pagare la "tassa d’ingresso" per controllare la propria pensione sul sito INPS o perdersi nei meandri di lettori NFC che non funzionano, codici PIN smarriti e procedure incomprensibili.
In uno Stato di diritto, i cittadini dovrebbero essere
protetti alla radice da buone leggi e governanti lungimiranti. Non dovrebbero
essere costretti a trincerarsi dietro i moduli di diffida delle associazioni
dei consumatori per difendere il proprio portafogli o il diritto alla salute e
alla previdenza. Quando la politica abdica al ruolo di garante per trasformarsi
in controparte economica, l'auto-organizzazione della società civile diventa
l'ultima linea di difesa. Tassare la chiave della cittadinanza digitale
significa sancire una verità dolorosa: in Italia, l'efficienza è diventata un
lusso per pochi e una barriera insormontabile per i più fragili.
- La trappola dello SPID a pagamento: lo Stato (poste it) fa cassa sulle spalle dei cittadini meno digitalizzati- 180 milioni di motivi per indignarsi
Cosa succede quando un diritto costituzionale diventa un abbonamento annuale? Succede che l'accesso ai servizi essenziali dello Stato si trasforma in un business privato da 180 milioni di euro all'anno (180 milioni calcolati sui 30 milioni di utenti Poste Italiane a 6€).
Una cifra da capogiro che non grava sui bilanci pubblici, ma
esce direttamente dalle tasche di oltre 30 milioni di italiani che hanno scelto
Poste Italiane come porta d'accesso per la propria vita digitale.
L'introduzione del canone annuo non è una scelta aziendale isolata.
Rappresenta il culmine di un preciso braccio di ferro
economico tra i gestori privati e le stanze del potere politico.
Quando il Governo ha deciso di congelare i fondi e i ristori
promessi ai provider per il mantenimento dell'infrastruttura, ha applicato la
più classica delle dinamiche burocratiche: scaricare il costo vivo della
transizione tecnologica sull'anello più debole della catena, ovvero il
cittadino.
Mentre il dibattito pubblico si arena spesso sui timori distopici di una sorveglianza di massa in stile orwelliano, la realtà si sta rivelando molto più banale e cinica: un'esclusione burocratica di massa. Lo Stato non ha bisogno di spiare i suoi cittadini; gli basta imporre regole d'accesso talmente complesse e mutevoli da trasformare i diritti minimi in una corsa a ostacoli.
La transizione forzata verso la CIE (Carta d'Identità
Elettronica) e il futuro IT Wallet viene venduta come una modernizzazione
patriottica e gratuita. Nei fatti, è un cortocircuito istituzionale. Chi non ha
le competenze digitali per disdire lo SPID e configurare la CIE si ritrova
intrappolato in un bivio inaccettabile:
• Pagare la
"tassa d'ingresso" a Poste per continuare a vedere la propria
pensione su INPS.
• Perdersi
nei meandri di codici PIN smarriti, lettori NFC che non funzionano e procedure
che richiedono l'aiuto continuo di figli, nipoti o patronati.
In uno Stato di diritto e pienamente democratico, i cittadini dovrebbero poter dormire sonni tranquilli, protetti alla radice da buoni governanti e buone leggi. Non dovrebbe esserci alcun bisogno di trincerarsi dietro le associazioni dei consumatori per difendere il proprio portafogli o il proprio diritto alla salute e alla previdenza.
Eppure, la vicenda dello SPID dimostra il contrario: quando la politica abdica al proprio ruolo di garante e si trasforma nella controparte economica del cittadino, l'auto-organizzazione della società civile diventa l'ultima linea di difesa.
Le denunce e i ricorsi presentati dalle associazioni non sono il sintomo di un sistema che funziona, ma il termometro di una democrazia distratta, dove chi governa scrive le regole senza guardare in faccia la realtà del Paese reale e il profondo divario digitale che lo spacca in due.
Siamo di fronte a un paradosso democratico: lo Stato
digitalizza i suoi servizi per risparmiare sui costi fisici degli sportelli, ma
impone al cittadino di pagare per poterne usufruire.
L'identità digitale
non è un servizio premium, né un abbonamento a una piattaforma di streaming. È
la chiave per esercitare la propria cittadinanza.
Tassare questa chiave significa sancire una dolorosa verità:
in Italia, l'efficienza digitale è diventata un lusso per pochi e una barriera
insormontabile per i più fragili.

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