CAROSELLO

DIFFIDENZA

 

 LA LOGICA DEL DONO E L'OMBRA DEL SOSPETTO

Cosa succede quando riceviamo qualcosa senza che ci venga chiesto nulla in cambio?



Nelle dinamiche del nostro tempo, la gratuità non è quasi mai un territorio neutro. Quando un’azione si compie al di fuori del mercato, nel tessuto sociale si attiva un istintivo riflesso di difesa: la diffidenza.

Ci chiediamo subito dove sia il trucco, quale profitto nascosto muova quel gesto, perché l'idea stessa di un dono disinteressato ci destabilizza.

Abbiamo confinato l'esistenza nei recinti del dare per avere, trasformando persino l'esperienza intellettuale e la ricerca dell'armonia in merci scambiabili.

Eppure, esistono momenti in cui questo meccanismo si inceppa, squarciando la selva di banner, clic e coazioni all'accumulo che definiscono la nostra quotidianità energivora.

Uno di questi squarci è arrivato la sera dell'8 luglio, attraverso lo schermo di un telefono: una poesia sulla Bellezza inviata da un amico, Franco Cimino, e la successiva traccia interpretativa di chi scrive il presente post, Mario Iannino.

Quel gesto, nella sua totale assenza di profitto ed editorialismo commerciale, ha agito come un contromodello ontologico ed ecologico.

Ha dimostrato che la vera Bellezza non è un oggetto da privatizzare con il copyright, ma una presenza universale che si svela solo a chi impara di nuovo a vedere, liberandosi dall'avidità mercantile.

Da questo cortocircuito tra la gratuità della poesia e la diffidenza del mondo nasce la riflessione che segue.

 


IL TESTO EVOCATIVO:

 

 La Bellezza

di Franco Cimino

Ho sempre avuto l’impressione

di non averti mai perduta.

Ed è la stessa

di non averti mai incontrata.

Per anni ho creduto che fossero due pensieri.

Poi ho compreso. Erano uno solo.

Non ti ho mai perduta. Non ti ho mai incontrata.

Perché ci sei sempre stata.

Era il mio sguardo a non saper vedere.

Così ti ho cercata.

Non per colmare un’assenza, ma per imparare una presenza.

Ti ho cercata dove il mare si arrende al cielo.

Nell’istante in cui il sole nasce.

Nell’istante in cui sembra morire.

In quel silenzio della luna, che non produce luce eppure la dona.

Ti ho cercata nel respiro del vento, nell’ombra degli alberi,

nel tempo che insegna alle pietre la pazienza.

Mai nei volti. Mai nei corpi.

La carne conosce il tempo. Tu no. Tu attraversi.

I sogni sono stati il tuo linguaggio. La memoria, la tua voce.

E ogni ricordo non parlava di ciò che era stato,

ma di ciò che da sempre era.

Così ho continuato a camminare.

Non verso di te. Dentro di te.

Perché la strada non conduceva a un incontro.

Conduceva a uno svelamento.

Allora ho compreso che cercarti era il tuo modo di cercare me.

E che la Bellezza non appartiene a ciò che vediamo,

ma a ciò che ci chiama. Da sempre. Nel suo silenzio.

 


Leggendo questi versi, l’impatto con la realtà circostante si fa brutale. Oggi, ogni azione umana sembra formattata dal profitto, una forza invisibile che orienta i consumi di prima necessità e quelli voluttuari.

 Guadagnare è l'imperativo assoluto. 

Il mercato ha smesso di essere una semplice istituzione economica per diventare il filtro totalizzante dell'intera esperienza vissuta.

Quando qualcuno regala un pensiero, un'opera o un momento, scatta il sospetto generale. Perché lo fa? Perché non trae profitto?

In questa società del mercantilismo esasperato, la diffidenza è una pianta infestante. Radica più velocemente della gramigna, colonizza le relazioni umane e converte sistematicamente l'autenticità in un bene di consumo.

Siamo diventati soggetti radicalmente energivori. Consumiamo senza sosta anche stando fermi nelle nostre case: risorse biologiche, elettricità, beni essenziali e superflui. 

Per aderire agli standard imposti dal modello socio-economico attuale, una rendita da lavoro non è più solo uno strumento di sussistenza, ma l'unico passaporto per l'indipendenza e il riconoscimento sociale.

 Di conseguenza, orientiamo ogni singola energia verso il rendiconto finanziario, espellendo il dono disinteressato dal quotidiano. Ognuno è costretto a ingegnarsi, produrre e accumulare senza tregua.

La natura incontaminata si muove secondo un paradigma radicalmente opposto. Se escludiamo le logiche intensive imposte dall'avidità antropica, gli alberi fruttificano allo stato brado e gli animali trovano sostentamento senza l'ossessione dell'eccedenza.

È l'archetipo perfetto espresso nella poesia: la luna, nel suo silenzio, non produce luce, eppure la dona. Perché allora l'agire umano deve essere costantemente sottomesso alla dittatura del possesso?

Vivere del "giusto" significherebbe, una volta raggiunta la stabilità economica, smettere di accumulare capitale per iniziare a donarsi agli altri. 

Significherebbe mettere le proprie attitudini, potenzialità e carismi personali a disposizione della crescita collettiva. Significherebbe, educare il proprio essere alla presenza della bellezza per sottrarlo all'alienazione.

La realtà contemporanea, invece, preferisce la privatizzazione dell'intelletto. 

Chi produce cultura cerca ossessivamente un editore per tesaurizzare il sapere, blindarlo con il copyright e venderlo come merce, pur mascherandolo dietro l'aureola della nobiltà intellettuale.

Chi sceglie la via delle piattaforme gratuite è invece liquidato come inattendibile o dilettante.

Persino la rete si è piegata a questa logica: il valore della scrittura cede il passo alla quantificazione algoritmica dei clic. 

Accumulare banner che oscurano i contenuti è diventato un vanto e una fonte di guadagno per i proprietari delle piattaforme.

Finché misureremo il valore dell'individuo esclusivamente attraverso la sua capacità di generare profitto, la gratuità rimarrà un tabù sociale e la diffidenza continuerà a inaridire la nostra dimensione relazionale.

Riscoprire la logica del dono, la stessa che ha permesso a questa poesia di viaggiare libera da un telefono all'altro, è l'unico modo rimasto per eradicare la gramigna del sospetto e restituire all'uomo la sua capacità di vedere.

“La Bellezza non è un oggetto esterno da trovare nel mondo, né un bene che si può smarrire. È una costante universale. L'unico ostacolo tra l'uomo e la dimensione della bellezza è l'inadeguatezza dello sguardo umano ("Era il mio sguardo / a non saper vedere"). La ricerca non nasce quindi da una mancanza (assenza), ma dalla necessità di educare la propria percezione a riconoscere ciò che esiste già (presenza). Ma il tuo essere è educato alla bellezza!”

Un carissimo abbraccio,  Mario 

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